Non più a 0,5+: le stime di crescita del PIL Italia ora arrivano all’1%. Lo rileva il rapporto di autunno sulle previsioni economiche del Centro studi di Confindustria, sottolineando però che si tratta di una “crescita fragile“, dal momento che nel 2027 il Paese corre rischi seri qualora i costi energetici non rientrino nei valori di norma.
L’economia italiana accelera: stime riviste al rialzo per l’anno in corso
Ci sono diverse ragioni dietro questo miglioramento delle stime del PIL Italia. In primis, le buone prestazioni economiche registrate nella prima metà dell’anno, e a seguire l’apporto del Piano nazionale di ripresa e resilienza, che garantisce mezzo punto percentuale aggiuntivo di PIL Italia, più il limitato trasferimento dei rincari energetici sui prezzi degli altri beni e servizi.
Sul fronte della crescita, l’espansione economica poggia in particolare su alcuni aspetti: “sui consumi (+1,1%, molto meglio quelli delle famiglie di quelli pubblici) e sugli investimenti (+3,3%), trainati nel complesso dalle costruzioni nonostante il calo della componente abitativa“, si legge nel report. Non tutto però è rosa e fiori: resta negativo “l’apporto della domanda estera netta nonostante la crescita dell’export (+2,7% quello di beni, +3,8% quello di servizi)“.
A prescindere, gli ultimi dati di Confindustria offrono segnali incoraggianti rispetto alle rilevazioni della scorsa primavera, quando le stime per l’anno in corso si fermavano allo 0,5% a causa delle forti incertezze del quadro internazionale.
Lo stesso vale anche ora. In Italia resta una “crescita fragile tra shock internazionali e sfide per le imprese“, al che gli economisti hanno precisato: la crisi nello Stretto di Hormuz appare sostenibile fino al prossimo mese di maggio, ma se si va oltre “sarebbe difficile approvvigionarsi e salirebbero le quotazioni del petrolio a livelli mai visti prima“.
Di conseguenza, il 2027 si preannuncia caratterizzato dalle tensioni sul comparto energetico.
Una crescita fragile che rischia di fermarsi nel 2027
Il ritmo di espansione per il 2027 dovrebbe rallentare arrivando allo +0,6%, riallineandosi ai livelli del 2025, ma questo dipenderà da diversi fattori.
Ad esempio dal costo del greggio, tornato a settembre sui livelli massimi: addirittura, nel caso di “un Brent a circa 126 dollari al barile in media annua“, il Paese rischia la crescita zero. Oltre al greggio, determinante sarà pure il prezzo del gas naturale, arrivato ai picchi dalla fine del 2022 con previsioni di permanenza su questi valori fino al termine dell’anno.
A questi si aggiunge consequenzialmente “l’aumento del tasso di inflazione che […] ridurrà il potere d’acquisto delle famiglie frenando i consumi nella parte finale dell’anno e poi anche all’iniziPIL Italia verso l’1% nel 2026, ma la spinta dura pocoo del 2027“. Nonché i rialzi dei tassi di interesse, il cui maggior costo del denaro intacca consumi e investimenti.
Anche il progressivo depotenziamento del Pnrr comporta una riduzione della spesa per investimenti, e quindi una voce importante nella crescita annua. Il rallentamento sarà comunque contenuto dal recupero delle risorse residue: circa 47 miliardi totali erogabili dopo il 2026, di cui 27 miliardi nel 2027, cifra tuttavia inferiore ai 42 miliardi spesi nell’anno in corso.
Secondo le stime di Confindustria, nel 2027 la spinta al PIL Italia arriverà ancora dai consumi delle famiglie (+0,5%) e dagli investimenti (+0,8%), sebbene a ritmi decisamente più contenuti.
PIL Italia tra crescita e freni: rischio volatilità per i possessori di certificati
Malgrado lo scenario positivo per il PIL Italia nel 2026, investitori e possessori di certificati farebbero bene a tenere d’occhio le stime del 2027: il rallentamento atteso e il calo dei consumo possono pesare sulle trimestrali dei settori più esposti ai costi energetici o al credito, e dunque aumentare il rischio di avvicinamento o rottura delle barriere di protezione del capitale per i certificati scritti su titoli azionari di questi comparti.
La volatilità, tra l’altro, è già stata scontata da Confindustria: un rischio che arriverebbe non solo dalla tensione nel mercato mondiale del petrolio e del gas, ma anche “dai suoi riflessi sulle quotazioni, sull’inflazione e, a cascata, sulle decisioni delle banche centrali relative ai tassi“.
Anche la risalita dei rendimenti dei titoli sovrani alza la volatilità implicita sui mercati equity e obbligazionali, già nell’ottovolante a causa della recente stagione di rialzi.
A tal riguardo, investitori e possessori di certificati dovrebbero monitorare l’andamento dei certificati su singoli titoli industriali/manifatturieri più esposti al rincaro bollette e valutare, ove necessario, operazioni di switch verso certificati con sottostanti più difensivi o con strutture a capitale garantito/protetto.


