Inflazione USA sopra le attese a settembre 2026, ma la FED prende tempo

L’inflazione USA continua la sua corsa, sia per quanto riguarda i dati complessivi che quelli di fondo, il cosiddetto CPI core, confermando una dinamica rialzista ben al di sopra del target del 2% fissato dalla Federal Reserve.

Nonostante ciò, sembra che l’istituto centrale non interverrà con una stretta immediata nella riunione di ottobre, preferendo con ogni probabilità far slittare qualsiasi decisione sul costo del denaro al mese di dicembre.

Inflazione USA, il costo della vita non frena: il CPI sale allo 0,6%

Gli ultimi dati del Bureau of Labor Statistics mostrano un mese di settembre poco clemente sul fronte del costo della vita. L’indice dei prezzi al consumo ha registrato un aumento mensile dello 0,6% su base destagionalizzata, portando il tasso di crescita sui dodici mesi al 3,7%, ben sopra le stime degli economisti interpellate da Dow Jones, che stimavano rispettivamente un +0,6% mensile e un +3,6% annuo.

Al netto di alimentari ed energia, l’indice di base CPI è salito dello 0,3% su mese e del 2,6% su base annua, anche in questo caso sopra il +0,2% e +2,5% atteso dagli analisti.

A spingere l’inflazione USA verso l’alto sono stati ancora una volta i costi energetici, saliti complessivamente del 5,2% in scia alle tensioni tra Stati Uniti e Iran. I prezzi della benzina, cresciuti del 9,1% nell’arco del mese e del 34,2% nell’ultimo anno, hanno da soli spiegato circa la metà dell’aumento totale dell’inflazione USA. Guardando all’intero comparto energetico, la crescita complessiva è del 20,4% a luglio.

Prezzi dell’energia e corsa all’IA: perché l’inflazione USA continua a salire

È ormai da marzo 2021 che l’inflazione USA misurata dall’indice dei prezzi al consumo si mantiene stabilmente sopra l’obiettivo della FED. Se nella prima parte del 2026 sembrava stagliarsi una fase di raffreddamento, con le escalation militari e gli attacchi tra Stati Uniti, Israele e Iran l’indice ha ripreso vigore per via dell’interruzione dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz.

E dire che ancora non abbiamo visto niente, perché mancano all’appello “il pieno impatto dell’aumento dei prezzi del diesel e del boom dell’intelligenza artificiale“, come ha sottolineato Sonu Varghese, capo macro stratega di Carson Group.

Due punti critici per l’amministrazione Trump: se per quanto riguarda il diesel il Governo cerca di attutire i colpi con manovre geotattiche controverse (ad esempio l’acquisto dalla Russia, nonostante le sanzioni), sul fronte dell’IA si cerca di evitare ogni possibile freno (anche normativo) dal momento che la spinta agli investimenti continua a sostenere il PIL e i listini azionari.

A tal riguardo, la diffusione dei dati ha provocato il viraggio in negativo dei futures azionari e una decisa salita dei rendimenti obbligazionari, mentre gli operatori hanno alzato le scommesse su un possibile rialzo dei tassi nel vertice FOMC di ottobre.

Prima del report, la vicepresidente della FED per la supervisione, Michelle Bowman, aveva precisato a Bangkok di non vedere urgenza per un nuovo ritocco immediato, sottolineando come la banca centrale abbia tempo sufficiente “per aspettare e vedere come si evolvono le condizioni finanziarie e l’economia prima di decidere se sia necessario intraprendere ulteriori azioni“.

Ciononostante, secondo i dati del CME FedWatch Tool, le probabilità di un rialzo dei tassi entro la fine dell’anno sono schizzate oltre il 96%, con circa il 50% di possibilità per un ritocco da mezzo punto percentuale entro dicembre.

Inflazione USA sopra le attese: cosa cambia per i possessori di certificati

Inflazione USA persistente e tassi di interesse destinati a rimanere elevati più a lungo. Uno scenario da higher for longer che difficilmente gioverà a investitori e possessori di certificati.

E non solo per l’ovvio rischio dei nuovi titoli in emissione, che garantiscono rendimenti elevati ma anche un maggior rischio. Le tensioni geopolitiche sul mercato energetico aumentano la volatilità dei mercati azionari; una maggiore volatilità da una parte alza il valore delle opzioni incorporate, ma dall’altra aumenta contestualmente il rischio che i sottostanti soffrano cali improvvisi avvicinandosi alle barriere di protezione del capitale.

Meglio dunque per ora controllare la tenuta delle barriere di protezione dei certificati in portafoglio, e al limite valutare uno switch fiscalmente efficiente su strutture più recenti e protette, capaci di riassorbire eventuali perdite pregresse sfruttando la compensazione delle minusvalenze.

Ancora la Federal Reserve non ha deciso nulla sulla prossima riunione, anche perché devono uscire i dati del Dipartimento del Commercio, in arrivo a fine mese. Con quelli il Comitato potrà valutare se procedere con una pausa a ottobre o anticipare il sempre più inevitabile rialzo a dicembre.

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