Tassi BCE, almeno tre rialzi nel 2026 secondo i mercati a causa della Guerra in Iran

Dopo l’ennesimo rinvio dell’atteso taglio dei tassi BCE, i mercati finanziari stanno rivedendo le loro aspettative sull’evoluzione della politica monetaria europea.

Invece di scontare nuovi ribassi o conferme, gli operatori ora prezzano un possibile ciclo di rialzi nei prossimi mesi, in riflesso alle crescenti pressioni inflazionistiche legate alla guerra in Medio Oriente e all’aumento dei costi energetici e produttivi per le imprese.

Tassi BCE sotto pressione: i mercati scontano 3 rialzi nel 2026

Non sono passati pochi giorni dalla riunione del Comitato monetario che i trader hanno aumentato le scommesse su possibili rialzi dei tassi BCE, prevedendo ora con certezza tre aumenti di 25 punti base nel corso dell’anno. Lo riporta Bloomberg, citando gli swap legati alle date delle riunioni di politica monetaria, che oggi implicano 79 punti base di rialzi entro fine anno, rispetto ai 70 punti base registrati giovedì scorso.

In particolare, gli operatori attribuiscono una probabilità del 75% che il primo incremento arrivi già il mese prossimo, anche se l’effettiva decisione dipenderà dall’evoluzione della guerra in Iran, scoppiata il 28 febbraio e ormai prossima al primo mese di conflitto.

Sono bastate circa 4 settimane per mettere in allerta tutto il mondo, meno che la stessa BCE, che nella seduta del 19 marzo ha deciso di mantenere i tassi invariati per tre motivi principali: l’inflazione stabilizzata attorno al 2%; aspettative di inflazione a lungo termine saldamente ancorate e un’economia europea che ha mostrato resilienza negli ultimi trimestri.

Insomma, non c’era dunque motivo di aumentare i tassi BCE. Tuttavia, l’incertezza generata dalla guerra in Medio Oriente rende oggi difficile qualsiasi previsione. Un allentamento della politica monetaria appare improbabile, mentre le nuove tensioni geopolitiche potrebbero spingere la BCE a riconsiderare la sua strategia nei prossimi mesi.

Tassi BCE stabili ma occhi aperti sui rischi energetici

Non ci si aspettava che la BCE cambiasse posizione sul suo tasso di interesse di riferimento nemmeno prima dell’inizio della guerra, con i dati sull’inflazione nella zona euro che rimanevano vicini all’obiettivo del 2%. C’è da dire però che gli ultimi dati flash di Eurostat hanno mostrato un’inflazione nell’Eurozona in ripresa: a febbraio è salita all’1,9%, +0,2% rispetto all’1,7% di gennaio.

E dopo la seduta, gli economisti della BCE ora stimano inflazione complessiva al 2,6% nel 2026 (invece dell’1,9%), al 2,0% nel 2027 (invece dell’1,8%) e al 2,1% nel 2028 (invece del 2%).

Solo per il 2026, quindi, la guerra in Iran e le sue ripercussioni aggiungono oltre mezzo punto percentuale all’inflazione, principalmente “a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia“, come sottolinea la Presidente della BCE, Christine Lagarde, precisando che le decisioni sui tassi saranno prese a partire da aprile. “Il conflitto avrà un impatto significativo sull’inflazione nel breve termine attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia”, ma sulle prospettive a medio termine restano molte incognite.

Le implicazioni dipenderanno infatti dall’intensità e dalla durata della guerra, nonché dall’effetto dei prezzi energetici sui consumi e sull’economia. Secondo la valutazione della BCE, il conflitto in Medio Oriente “ha reso le prospettive significativamente più incerte, creando rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita economica”.

Inflazione e guerra in Europa: l’incertezza che scuotono i tassi BCE (e anche i possessori di certificati)

Fino alla fine di febbraio, prima dello scoppio della guerra in Iran, le banche centrali europee guardavano a un’inflazione più contenuta e prevedevano tassi di interesse stabili o in lieve calo. Con il conflitto, però, l’equilibrio economico è stato sconvolto: a rischio sono l’approvvigionamento energetico dell’Europa, la crescita e le prospettive dei prezzi al consumo. Le aspettative sui tassi di interesse in tutto il continente sono state completamente riviste: anche altre banche centrali regionali, come la Banca d’Inghilterra, la Riksbank svedese e la Banca nazionale svizzera, hanno scelto giovedì di mantenere i tassi invariati.

Considerata la situazione, la BCE evidenzia “l’urgente necessità di rafforzare l’economia dell’area dell’euro, mantenendo al contempo finanze pubbliche solide”. Il che implica un inevitabile maggio controllo sulla spesa pubblica, con eventuali interventi fiscali sugli aumenti dei prezzi dell’energia che devono essere temporanei, mirati e calibrati. Una raccomandazione particolarmente rilevante per l’Italia, il Paese con il secondo debito pubblico più alto, dove il governo Meloni ha appena introdotto una riduzione delle accise per contenere il costo del carburante.

Insomma, non il massimo per investitori e possessori di certificati. Già rischiano con l’aumento dei tassi BCE di vedersi ridurre il valore di prodotti a reddito fisso o indicizzati. A ciò si aggiungono i problemi relativi al fronte energetico, e quindi inflazionistico. Per chi detiene certificati con barriere o protezioni condizionate, le oscillazioni dei prezzi dell’energia e i timori di inflazione possono infatti generare movimenti inattesi nei rendimenti, rendendo fondamentale monitorare attentamente i trigger di protezione e le scadenze.

In sostanza, il ribaltone delle aspettative sui tassi richiede una gestione più attiva del portafoglio per limitare rischi e sfruttare eventuali opportunità.

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