La guerra in Medio Oriente sta scuotendo non solo i mercati energetici e azionari, ma anche le strategie della politica monetaria. Contro ogni previsione, gli operatori iniziano a considerare concreta la possibilità di una nuova stretta da parte della Banca Centrale Europea entro la fine dell’anno, qualora il conflitto dovesse prolungarsi.
Al momento, però, Francoforte mantiene una linea prudente, sottolineando l’intenzione di osservare l’evolversi della situazione e di decidere passo dopo passo in merito ai tassi BCE.
Da tassi BCE stabili a rialzi: il mercato cambia rapidamente scenario
Fino a pochi giorni fa, un aumento dei tassi BCE era praticamente assente dalle previsioni della maggior parte degli investitori. L’inflazione, infatti, si muove ormai in prossimità dell’obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale, mentre l’economia dell’Eurozona continua a mostrare una crescita moderata ma stabile.
Fino a ieri, il consenso di mercato puntava soprattutto su un lungo periodo di tassi invariati, con alcuni operatori che ipotizzavano persino la possibilità di ulteriori tagli. La guerra, però, ha cambiato tutto. I mercati ora danno quasi per certo che Francoforte tornerà ad aumentare i tassi BCE entro fine anno, segnando un netto cambio di prospettiva rispetto a solo una settimana fa, quando un taglio appariva più probabile di un rialzo.
A sostenere questa nuova pressione verso l’alto sui tassi BCE è soprattutto la guerra in Medio Oriente che, a meno di una settimana dall’escalation, minaccia già di riaccendere le tensioni sui prezzi. Il conflitto sta infatti spingendo verso l’alto le quotazioni di petrolio (oggi il Brent è vicino a quota 90 dollari al barile, +20% rispetto a fine febbraio) e gas (il TTF è sopra 50 dollari, +60% da inizio conflitto), con il rischio di trasmettere rapidamente rincari a carburanti, bollette e beni di consumo, alimentando così una nuova ondata inflazionistica.
Tassi BCE, Francoforte tra prudenza e pressione dei mercati
Va però sottolineato che, se i mercati mostrano una crescente apprensione, attorno alla BCE prevale per ora un atteggiamento attendista. “Con le informazioni di cui dispongo, ritengo molto improbabile che il Consiglio direttivo modifichi i tassi di interesse nella prossima riunione”, ha affermato venerdì il governatore della banca centrale spagnola, José Luis Escrivá. “Per noi ciò che conta è soprattutto l’andamento dell’inflazione nel medio termine”.
L’Eurozona è da sempre particolarmente esposta agli shock energetici, dal momento che importa gran parte di petrolio e gas – soprattutto da Stati Uniti e Medio Oriente – necessari per riscaldare le abitazioni e alimentare il sistema produttivo. Il timore principale è che il conflitto possa riportare lo scenario indietro al 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina provocò un’impennata dei prezzi dell’energia (tra febbraio e marzo 2022 il TTF passò da 98 a 125 dollari, fino ad arrivare a quota 240 ad agosto dello stesso anno) e una fiammata inflazionistica più lunga e persistente del previsto (nel 2022 l’inflazione nell’Eurozona era a 8,4%, nel 2023 a 5,4%).
Un rischio che anche alcuni esponenti della BCE osservano con attenzione. “Al momento direi che l’impatto sul fronte dell’inflazione appare maggiore rispetto a quello sull’attività economica”, ha dichiarato giovedì il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel. Allo stesso tempo, ha invitato alla cautela sui tassi BCE: “Dobbiamo attendere prima di trarre conclusioni definitive”.
Inflazione e shock energetici nell’Eurozona: uno scenario come nel 2022?
Non tutti, tuttavia, ritengono plausibile uno scenario simile a quello del 2022. Il vicepresidente della BCE, Luis de Guindos, ha invitato alla prudenza, spiegando che “l’ipotesi di base è che si tratti di un conflitto di breve durata”. Tuttavia, ha aggiunto, qualora la guerra dovesse protrarsi più a lungo “esiste il rischio che le aspettative di inflazione possano cambiare”.
Anche alcuni investitori sottolineano come il contesto economico attuale sia molto diverso rispetto a quello di quattro anni fa. Rishi Mishra, analista di Futures First Canada Inc., ricorda che nel 2022 il quadro era caratterizzato da forti stimoli fiscali, catene di approvvigionamento ancora bloccate e tassi di interesse che erano appena scesi sotto lo zero.
Secondo Mishra, dunque, i mercati potrebbero stare reagendo in modo eccessivo. “Il mercato sembra fin troppo convinto che la BCE sarà costretta ad alzare i tassi, ipotizzando uno shock dell’offerta tale da trascinare significativamente al ribasso i consumi”, ha osservato l’analista.
Tassi BCE e rendimenti titoli di Stato: rischi e opportunità per i possessori di certificati
L’attenzione si sposta ora sulla riunione del 18 e 19 marzo a Francoforte, quando il Consiglio direttivo tornerà a riunirsi per una nuova decisione sui tassi BCE. L’incontro sarà particolarmente rilevante perché includerà anche l’aggiornamento delle previsioni trimestrali dell’istituto, le cui ipotesi di base rischiano però di essere già state superate dagli sviluppi della crisi in Medio Oriente.
Nel frattempo, i rendimenti dei titoli di Stato decennali sono saliti in modo significativo: quelli italiani hanno guadagnato 13 punti base, portandosi al 3,56%, mentre il Bund tedesco è cresciuto di 9 punti base fino al 2,84%. Il movimento è ancora più marcato negli Stati Uniti. Qui il rendimento del Treasury decennale è balzato di oltre 20 punti base, raggiungendo il 4,16%, anche perché i trader di opzioni iniziano a scommettere sempre più sulla possibilità che la Federal Reserve rinunci a qualsiasi taglio dei tassi nel corso dell’anno.


