Guerra in Medio Oriente: petrolio e oro in rialzo, ma gli investitori restano cauti

L’escalation della guerra in Medio Oriente sta già influenzando i mercati globali, con un impatto particolarmente evidente in Europa. Ieri, primo giorno di contrattazioni dopo l’inizio degli scontri tra Stati Uniti e Iran, le Borse europee hanno registrato cali significativi, mentre petrolio e gas hanno subito immediati rialzi, insieme all’oro.

Gli investitori infatti temono possibili interruzioni nelle forniture energetiche a seguito degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran e delle ritorsioni iraniane nel Golfo. A preoccupare è soprattutto la durata del conflitto: lo stesso presidente Trump ha dichiarato che le operazioni militari potrebbero protrarsi per “quattro o cinque settimane”.

Nonostante l’escalation, a detta di ING Investment Office, al momento i mercati finanziari non mostrano segnali di panico: l’attenzione degli investitori è alta, ma senza generare, per ora, reazioni di panico.

Guerra in Medio Oriente: oro, gas e petrolio accelerano tra ieri e oggi

A 48 ore dall’inizio della guerra in Medio Oriente, ieri 2 marzo, primo giorno di contrattazioni, le Borse europee hanno registrato cali marcati, con il settore energetico tra quelli più colpiti.

La riduzione del traffico navale nello Stretto di Hormuz, arteria fondamentale per il trasporto di petrolio e GPL dal Medio Oriente, ha fatto impennare i futures sul gas naturale europeo di circa il 50%. In particolare, il gas europeo alla Borsa di Amsterdam (TTF), che ieri aveva chiuso con un balzo del 35%, ha superato in mattinata i 50 euro, tornando ai livelli pre-2025. Un rialzo sostenuto anche dall’annuncio da parte della compagnia energetica statale del Qatar di sospendere la produzione di GNL e prodotti correlati, a seguito degli attacchi militari ai suoi impianti in due località.

Guadagna terreno non solo il petrolio, con il Brent che ha raggiunto gli 80 dollari al barile, ma anche l’oro, che arriva a quota 5.322 dollari l’oncia, con un incremento dello 0,84%.

In soldoni, sono bastati due giorni per far ripartire il rally di petrolio, gas e oro; e difficilmente torneranno alla normalità finché il conflitto persisterà. Infatti, in questo momento il Brent viaggia oltre i 84 dollari mentre il TTF è già oltre i 60 dollari.

Eppure, nonostante l’attenzione degli investitori globali si sia riaccesa per via della guerra in Medio Oriente, per ora non emergono segnali di panico sui mercati.

Investitori in allerta per la guerra in Medio Oriente, ma ancora prudenti: il punto di ING

In una sua recente analisi, Jacco de Winter, Knowledge Manager dell’ING Investment Office, sostiene che anzi le reazioni dei mercati restano contenute davanti alla guerra in Medio Oriente. Ad esempio, il Nikkei giapponese ha ceduto l’1,4%; il CSI 300 cinese ha chiuso in rialzo dello 0,4%; e l’indice Stoxx Europe 600 ha perso l’1,5% dopo due ore di contrattazioni.

Quindi, sì, ci sono state delle perdite, ma limitate: gli investitori non stanno mostrando infatti timori eccessivi, “e a ragione. La storia mostra che il nervosismo dei mercati in seguito a una crisi tende solitamente a rientrare rapidamente“, osserva de Winter. Già nei giorni precedenti alla guerra in Medio Oriente, spiega l’analista, si percepivano movimenti prevedibili dovuti alle tensioni geopolitiche: il Brent era partito da 60 dollari al barile a inizio anno, e il giorno prima del conflitto era a 72 dollari , 6 dollari in meno rispetto a oggi.

Se i prezzi del petrolio rimanessero elevati a lungo, la pressione inflazionistica crescerebbe. Tuttavia, de Winter ritiene che l’aumento sia destinato a rimanere temporaneo: a livello globale esiste un eccesso di offerta di greggio e l’OPEC+ dispone di capacità inutilizzata per compensare eventuali interruzioni. “E, elemento non trascurabile: a differenza del passato, gli Stati Uniti sono oggi il maggiore produttore mondiale di petrolio”, continua l’analista di ING. “Inoltre, il petrolio non è più la nostra principale fonte di energia e la dipendenza complessiva si è ridotta“.

Per quanto riguarda i beni rifugio, al momento l’interesse degli investitori non è tale da configurare una vera e propria “fuga verso la sicurezza”. Lo dimostrano i rendimenti: il decennale tedesco è sceso dal 2,85% al 2,66% dall’inizio dell’anno, mentre il Treasury decennale statunitense è passato dal 4,16% al 3,97%. L’oro, invece, continua a essere un asset molto ricercato, con un prezzo in rialzo di quasi il 25% nel corso dell’anno.

Guerra in Medio Oriente: consigli per i possessori di certificati

Davanti allo scenario che si è aperto con la guerra in Medio Oriente, la parola d’ordine per investitori e possessori di certificati è una sola: calma. “È fondamentale mantenere la calma e concentrarsi sul lungo periodo e sui fondamentali: crescita economica e utili societari”, spiega de Winter, sottolineano che finché questi restano solidi, ogni flessione può rappresentare “un’opportunità di acquisto“.

Per quanto riguarda i beni rifugio, i bond mostrano rendimenti in calo nonostante il clima di incertezza geopolitica, mentre l’oro continua a crescere. Secondo l’esperto di ING, “Rendimenti e prezzi delle obbligazioni si muovono in direzioni opposte: rendimenti in calo implicano prezzi in aumento. Una diversificazione tra diverse classi di attivo dimostra chiaramente il proprio valore“.

Niente panico invece per quanto riguarda l”oro nero: pur risentendo del rischio legato al traffico nello Stretto di Hormuz (ci transita quotidianamente tra il 20% e il 30% dell’offerta mondiale di petrolio e gas), “considerato l’equilibrio militare, un blocco prolungato appare poco probabile“, senza contare anche quanto detto sopra.

In sintesi, davanti alla guerra in Medio Oriente, investitori e detentori di certificati non devono cedere al panic selling, ma agire con prudenza. Come ricorda de Winter, i rischi geopolitici “purtroppo fanno parte di ogni epoca, e le escalation sono estremamente difficili — se non impossibili — da prevedere“.

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