Petrolio vola ai massimi semestrali tra tensioni USA-Iran, scorte in calo e OPEC+

Il petrolio prende il volo, raggiungendo i massimi degli ultimi sei mesi, spinto dalle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran. Washington ha infatti lanciato un chiaro avvertimento a Teheran, minacciando possibili rappresaglie se non si dovesse trovare un accordo sulla questione nucleare.

A sostenere i rialzi contribuisce anche la dinamica dell’offerta globale, con il surplus di petrolio che continua a influenzare i mercati e, secondo gli analisti, potrebbe persistere nei prossimi mesi.

Petrolio in rialzo: tensioni USA-Iran spingono i prezzi ai massimi semestrali

Il petrolio è in piena corsa sui mercati globali, avviandosi verso il primo rialzo settimanale in tre settimane grazie al ritorno delle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran, che continuano a spingere i prezzi verso i massimi semestrali. Questa mattina il West Texas Intermediate (WTI) statunitense è in ulteriore progressione, attestandosi intorno ai 66,3–66,9 dollari al barile, con un rialzo di circa l’1,6–1,9%.

Parallelamente il Brent nordeuropeo si mantiene vicino ai 71,5–71,8 dollari al barile, guadagnando oltre l’1,5%. Su base settimanale entrambi i principali benchmark segnano un aumento prossimo o superiore al 5–6%, mentre da inizio anno il WTI ha messo a segno un rialzo superiore al 15% e il Brent intorno al 17–18%.

In sostanza, entrambi i contratti hanno registrato il loro massimo di chiusura in sei mesi nella sessione precedente, e tutto questo in un contesto segnato da dichiarazioni forti da parte del presidente degli Stati Uniti, che ha imposto un ultimatum a Teheran sul suo programma nucleare, avvertendo che “accadranno cose davvero brutte” se non si troverà un accordo.

A tal riguardo, solo ieri il prezzo del petrolio ha fatto un balzo del 4% dopo che il vicepresidente americano J.D. Vance ha dichiarato che l’Iran non avrebbe affrontato le linee rosse imposte da Washington nelle trattative in corso in Svizzera, alimentando così il timore di un’escalation militare.

Tensioni a Hormuz spingono il petrolio al rialzo: ci sarà un attacco?

A destare maggiore preoccupazione è però la mossa di Teheran: la Guardia Rivoluzionaria iraniana ha iniziato a condurre esercitazioni militari nello Stretto di Hormuz, crocevia strategico del commercio petrolifero, attraverso cui transitano circa un terzo delle esportazioni globali di greggio via mare. Non a caso, secondo Priyanka Sachdeva, analista senior di mercato di Phillip Nova, “i prezzi del petrolio hanno toccato i massimi degli ultimi sei mesi, poiché le incertezze sui possibili rischi di approvvigionamento dallo Stretto di Hormuz mantengono i mercati in tensione”.

Lo Stretto, che collega il principale produttore di petrolio iraniano alla Penisola Arabica, attraverso cui passa circa il 20% della fornitura mondiale di petrolio, rappresenta un punto critico: qualsiasi escalation nella zona potrebbe limitare le forniture globali e spingere al rialzo i prezzi del greggio.

L’ipotesi di un attacco dunque non è così assurda, anche se difficilmente si svilupperà in un vero e proprio conflitto, come sostengono gli strateghi di Barclays: “riteniamo che qualsiasi attacco dovrebbe essere limitato nel tempo e con obiettivi definiti, come missili nucleari e balistici, simile a quanto avvenuto la scorsa estate”.

In effetti, con le elezioni di medio termine in programma per la fine dell’anno e una priorità dell’amministrazione americana rivolta all’accessibilità economica per i consumatori, la disponibilità a tollerare prezzi del petrolio significativamente più alti o conseguenze gravi risulterebbe limitata. Proprio per questo, secondo Barclays, se il conflitto dovesse verificarsi, è probabile che duri poco.

Petrolio, non solo Iran: scorte USA, OPEC+ e Cina dietro al rialzo

Oltre alle questioni geopolitiche, a sostenere i prezzi del petrolio hanno contribuito anche le notizie relative a un calo delle scorte di greggio e a esportazioni contenute nei principali paesi produttori ed esportatori.

Secondo un rapporto dell’Energy Information Administration pubblicato giovedì, le scorte di greggio statunitensi sono diminuite di 9 milioni di barili, a causa dell’aumento della raffinazione e delle esportazioni. Nonostante ciò, permane una certa cautela sui mercati, con gli investitori che valutano come i tassi di interesse negli Stati Uniti, primo consumatore mondiale di petrolio, possano limitare eventuali rialzi dei prezzi.

Sul fronte dell’offerta, l’attenzione si è concentrata sulle riunioni dell’OPEC+, che sembrano orientate a riprendere gli aumenti della produzione a partire da aprile. Il surplus di petrolio, evidente nella seconda metà del 2025, è proseguito anche a gennaio e, secondo le analiste di JP Morgan Natasha Kaneva e Lyuba Savinova, probabilmente persisterà. Nella loro nota ai clienti, hanno sottolineato che per evitare un eccesso di scorte nel 2027 sarà necessario ridurre la produzione di circa 2 milioni di barili al giorno.

Nonostante un mercato ben fornito, alcuni fattori continuano a sostenere i prezzi, che per Martijn Rats, responsabile della strategia sulle materie prime di Morgan Stanley, sono un volume insolitamente elevato di acquisti dalla Cina a scopo di stoccaggio, e tariffe di trasporto particolarmente elevate, oltre alle tensioni con l’Iran.

Prezzi del petrolio tra opportunità e volatilità per i possessori di certificati

Lo scenario attuale è senza alcun dubbio da forte volatilità, tra tensioni geopolitiche USA-Iran, Stretto di Hormuz e OPEC+: ciononostante, per investitori e detentori di certificati legati al petrolio, questo contesto può comunque favorire delle opportunità, e non solo dei rischi.

Da un lato, le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran, le esercitazioni nello Stretto di Hormuz e il calo delle scorte statunitensi spingono i prezzi verso i massimi semestrali, creando un contesto favorevole a un apprezzamento dei certificati legati ai principali benchmark come WTI e Brent. A questo si aggiunge l’incremento della domanda cinese a scopo di stoccaggio e le tariffe di trasporto elevate, che contribuiscono a sostenere ulteriormente i valori di mercato.

Dall’altro lato, il mercato resta altamente sensibile e imprevedibile. Eventuali progressi diplomatici tra Washington e Teheran, decisioni dell’OPEC+ sull’aumento della produzione o un rapido rientro della tensione nella regione potrebbero far scendere i prezzi con altrettanta rapidità. Inoltre, le fluttuazioni dei tassi di interesse negli Stati Uniti e la pressione sugli investitori per mantenere prezzi accessibili potrebbero limitare i rialzi prolungati.

In sostanza, chi detiene certificati sul petrolio deve dunque, oltre a bilanciare l’esposizione, monitorare costantemente l’evoluzione geopolitica e valutare strumenti di copertura o strategie di uscita graduale, al fine di proteggere il capitale di fronte a improvvisi ribassi o oscillazioni di mercato.

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