Petrolio: Brent stabile a 100 dollari, ma il rischio shock resta alto secondo Citigroup

Il Brent resta stabile intorno ai 100 dollari al barile da circa un mese, ma lo scenario futuro appare tutt’altro che rassicurante. Crescono infatti i timori di un nuovo rialzo dei prezzi: il greggio potrebbe tornare a sfiorare quota 120 dollari, o addirittura spingersi fino a 150 dollari, come ipotizza Citigroup, nel caso in cui lo Stretto di Hormuz rimanesse chiuso fino a giugno. Se non ben oltre.

Brent e Wti in rialzo tra geopolitica e nuovi scenari

Oggi il Brent si attesta intorno ai 101 dollari al barile, in rialzo di circa l’1,3%, mentre il Wti sale a quota 95 dollari (+1%). Un livello che si mantiene ormai da oltre un mese, fatta eccezione per il calo registrato a metà aprile, quando i prezzi erano scesi intorno ai 90 dollari sull’onda delle speranze di una riapertura dei negoziati e, di conseguenza, dello Stretto.

Speranze che non si sono concretizzate, e saltata anche questa opportunità, il petrolio è tornato rapidamente su questi livelli, decisamente elevati se confrontati con quelli precedenti allo scoppio della guerra in Medio Oriente. Fino a febbraio, infatti, il Brent viaggiava stabilmente attorno ai 70 dollari al barile, dopo mesi di relativa calma.

Dallo scoppio del conflitto, non pochi analisti hanno iniziato a delineare diversi scenari sull’andamento del greggio, in particolare del Brent. Nelle ipotesi più pessimistiche si arriva a sfiorare, se non superare, i massimi storici, come quelli toccati nel luglio 2008, quando il prezzo raggiunse i 148 dollari all’indomani della crisi dei mutui subprime.

Proprio su questi livelli si colloca lo scenario “medio-estremo” delineato da Citigroup.

Citigroup rivede le previsioni: tre scenari per il petrolio fino a 180 dollari

Non è la prima volta che la banca d’affari statunitense prova a delineare scenari sull’evoluzione del mercato petrolifero. In precedenza, infatti, lo scenario base di Citi prevedeva un accordo imminente, ma oggi questa ipotesi è stata declassata a scenario ribassista, con una probabilità stimata al 20%.

A prevalere è ora un nuovo scenario centrale, a cui viene attribuito il 50% di probabilità: in questo caso Citi prevede il Brent a 120 dollari al barile nei prossimi zero-tre mesi, con medie trimestrali di 110, 95 e 80 dollari rispettivamente per il secondo, terzo e quarto trimestre del 2026. L’ipotesi sottostante è una riapertura parziale dello Stretto di Hormuz entro la fine di maggio, circa un mese più tardi rispetto alle attese iniziali.

Sul fronte dell’offerta, Citi stima che il conflitto abbia già comportato una perdita cumulata di circa 500 milioni di barili. Nel caso base, il totale potrebbe salire fino a 1,3 miliardi di barili, mentre le scorte globali sarebbero destinate a scendere ai minimi da oltre un decennio entro la fine di luglio.

Resta comunque aperto uno scenario più rialzista, a cui Citi assegna una probabilità del 30%: in questo caso il Brent potrebbe salire fino a 150 dollari al barile se le interruzioni dell’offerta dovessero protrarsi fino a fine giugno, con medie trimestrali di 130, 130 e 100 dollari.

Esiste infine un’ipotesi ancora più estrema — definita “ultra-rialzista” — in cui la distruzione di infrastrutture energetiche o interruzioni prolungate oltre i due mesi potrebbero spingere i prezzi in modo sostenuto verso quota 160-180 dollari.

Petrolio verso nuovi massimi: suggerimenti per i possessori di certificati

Alla luce di questi scenari, la banca americana suggerisce agli investitori di aumentare l’esposizione al greggio nel breve termine, sottolineando il rischio di una prolungata interruzione dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz e le limitate possibilità di una rapida soluzione diplomatica tra Stati Uniti e Iran.

Lo stesso suggerimento vale anche per i possessori di certificati. Da un lato, uno scenario di prezzi in salita o elevati più a lungo del previsto può favorire i prodotti con sottostanti energetici, soprattutto quelli con strutture autocall o con premi condizionati, che beneficiano di quotazioni sopra determinati livelli.

Dall’altro lato, però, la forte volatilità e l’incertezza geopolitica aumentano il rischio di movimenti bruschi, che possono compromettere barriere o trigger, soprattutto nei certificati a capitale condizionatamente protetto.

In altre parole, il potenziale rendimento cresce, ma diventa ancora più cruciale valutare struttura, strike e distanza dalle barriere, perché il margine di errore si riduce sensibilmente in uno scenario così instabile.

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