Debito globale ai massimi storici: verso il 100% del PIL entro il 2029

Il debito globale continua a crescere senza sosta e, secondo le stime, potrebbe arrivare nel giro di pochi anni a eguagliare il Prodotto interno lordo mondiale.

A lanciare l’allarme è il Fondo Monetario Internazionale nel suo ultimo Fiscal Monitor, pubblicato in occasione degli Spring Meetings di Washington, dove si sottolinea come un numero crescente di Paesi si trovi già in una posizione di vulnerabilità, con margini sempre più ridotti per riequilibrare i conti pubblici senza interventi traumatici.

Tra questi, l’Italia, che a detta dell’FMI rischia nei prossimi anni di vedere il proprio debito diventare ancora più instabile, aggravando una situazione già considerata fragile.

Debito globale, l’allarme del FMI dagli Spring Meetings

Più che un’analisi, è un vero e proprio segnale di allarme quello lanciato dall’istituzione di Washington dopo gli Spring Meetings: il margine per rimettere in ordine i conti pubblici senza scosse si sta assottigliando rapidamente. E questo a causa del protrarsi del conflitto in Medio Oriente, che non fa altro che generare tensioni immediate su energia, inflazione e finanza pubblica, comprimendo ulteriormente i tempi di intervento.

Nel frattempo, il debito globale ha raggiunto livelli senza precedenti in tempi di pace: si avvicina al 94% del PIL e, in assenza di correttivi, è destinato a salire fino al 100% entro il 2029. “Un livello raggiunto in precedenza solo all’indomani della Seconda Guerra Mondiale”, secondo il Fondo.

A preoccupare di più però è la mancanza di direzione nella gestione del debito globale. Negli ultimi anni non si è registrato alcun miglioramento significativo, mentre il contesto si è fatto più complesso: tassi d’interesse più elevati, mercati più attenti al rischio e banche centrali meno propense a intervenire come acquirenti di ultima istanza.

Il risultato è un numero crescente di Paesi con livelli di indebitamento sempre più alti rispetto al proprio PIL, costretti a confrontarsi ogni anno con il tema della sostenibilità del debito nel lungo periodo. E tra questi non poteva non mancare l’Italia, tra deficit/PIL atteso al 3,4% nel 2025 (ma con una riduzione solo graduale negli anni successivi), e un debito attorno al 138% del PIL.

Italia, Europa e Stati Uniti: la ricetta dell’FMI per la sostenibilità del debito

Sono numeri che lasciano poco spazio a deviazioni: la sostenibilità del debito globale, a detta dell’FMI, dipenderà sempre di più dalla capacità di mantenere la fiducia dei mercati. E anche l’equilibro nei bilanci pubblici. Per i governi si ripropone un dilemma classico, che oggi però assume contorni più pressanti: sostenere famiglie e imprese contro il caro energia oppure preservare gli equilibri di bilancio.

Il Fondo Monetario Internazionale in questo è categorico: “evitare risposte generalizzate, privilegiando interventi mirati“. Il rischio è infatti che i sussidi indiscriminati diventino strutturali, eccessivamente costosi e persino controproducenti, soprattutto quando finiscono per scontrarsi con la politica monetaria.

Lo stesso vale anche per l’Italia. Con il Bel Paese, infatti, il Fondo è altrettanto diretto: il percorso di consolidamento non può essere rimandato né affidato a obiettivi vaghi. Secondo l’istituzione, servono azioni concrete su più livelli, dalla razionalizzazione delle spese fiscali al miglioramento della compliance tributaria, fino a un legame più stretto tra disciplina di bilancio e crescita economica, anche attraverso il pieno utilizzo degli investimenti legati al PNRR. Senza una crescita più robusta, il peso del debito resta difficile da gestire nel tempo.

Considerazioni analoghe valgono per il resto dell’Europa, chiamata a muoversi tra vincoli di bilancio e nuove priorità strategiche. Come sottolinea il Fondo, “i governi europei devono conciliare gli impegni in materia di difesa con le pressioni legate all’invecchiamento della popolazione attraverso uno spostamento concreto delle priorità di spesa“.

Non c’è molto tempo ancora per intervenire. Per l’FMI, “la finestra per un aggiustamento fiscale ordinato si sta restringendo“: le economie avanzate con elevati carichi di debito necessitano di misure di consolidamento concrete e ben sequenziate, non di obiettivi aspirazionali a medio termine. 

Un richiamo che si estende anche agli Stati Uniti, dove il quadro non è meno complesso. Per il loro mega-debito da decine di triliardi di dollari, la ricetta dell’FMI è semplice quanto brutale: intervenire quanto prima nelle entrate e nelle uscite. “Stabilizzare il percorso del debito del paese richiederà interventi sia sulle entrate che sulla spesa”, inclusi i principali programmi previdenziali.

Debito globale, i rischi per i possessori di certificati

Per quanto l’aumento del debito globale da parte dei Paesi emittenti comporti nuove emissioni con rendimenti superiori, lo scenario di un mondo sempre più in balìa di conti pubblici instabili non è il massimo per investitori e possessori di certificati.

In primis, per il rischio volatilità sui titoli di Stato: in uno scenario di tassi più elevati e maggiore pressione sui conti pubblici, i rendimenti potenziali dei certificati possono risultare più appetibili, ma al tempo stesso cresce la probabilità di movimenti più bruschi dei sottostanti e di barriere che vengono testate con maggiore frequenza.

Questo rende centrale la selezione degli emittenti e la valutazione della loro solidità, oltre alla costruzione stessa dei payoff, che in fasi di stress macro possono comportare rischi di rimborso anticipato o perdita del capitale più ravvicinati rispetto a contesti di mercato più stabili.

L’essenziale per il futuro è dunque tenere d’occhio i bilanci dei Paesi emittenti, al fine di controllare la loro capacità di gestione del debito nel breve e lungo periodo.

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