Economia globale sotto pressione: dall’FMI scenari sempre più critici

Bassa crescita e inflazione al rialzo non in Italia o negli USA, ma in tutto il mondo. È lo scenario che prevede ora il Fondo Monetario Internazionale (FMI) nella sua ultima pubblicazione. Tra l’altro, nemmeno quello peggiore: alla luce dell’evoluzione della Guerra in Medio Oriente, considerata una delle principali incognite per l’economia mondiale all’inizio del 2026, l’istituzione di Washington ha infatti elaborato proiezioni ancora più critiche.

Economia globale, FMI per 2026 e 2027: crescita giù, inflazione su

Si attende un anno al ribasso per l’economia mondiale, e questo grazie agli eventi dell’ultimo mese. Nel suo ultimo report, l’FMI prevede ora un rallentamento della crescita mondiale al 3,1% nel 2026, rispetto al 3,3% indicato in precedenza, mentre per il 2027 la stima resta invariata al 3,2%. Di contro, l’istituzione stima un’inflazione al 4,4% nel 2026, prima di ridiscendere al 3,7% nel 2027, segno di un contesto ancora fragile e caratterizzato da pressioni sui prezzi.

Guardando alle principali economie, gli Stati Uniti vedono una lieve revisione al ribasso della crescita al 2,3% nel 2026 (dal 2,4% precedente), mentre la stima per il 2027 è stata ritoccata al rialzo al 2,1%. Restano invariate le previsioni per il Giappone, con un’espansione dello 0,7% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027, mentre la Cina registra una revisione al ribasso più significativa: il PIL è atteso crescere del 4,4% quest’anno e del 4% il prossimo.

Nell’Eurozona, invece, il taglio è più marcato: la crescita è ora prevista all’1,1% nel 2026 e all’1,2% nel 2027, entrambe ridotte di 0,2 punti percentuali. Per le principali economie europee la situazione non è delle migliori: la crescita in Italia ora è stimata allo 0,5% sia nel 2026 sia nel 2027, con una revisione al ribasso di 0,2 punti rispetto alle precedenti previsioni. Più pesante il taglio per la Germania, dove il PIL è ora atteso allo 0,8% nel 2026 e all’1,2% nel 2027. La Francia dovrebbe crescere dello 0,9% in entrambe le annualità, mentre la Spagna si conferma tra le economie più dinamiche dell’area, con una crescita prevista del 2,1% nel 2026 e dell’1,8% nel 2027.

Situazione particolarmente critica nei Paesi del Golfo, tra i più esposti alle conseguenze del conflitto. L’Iran potrebbe subire un crollo del PIL fino al -6,1%, accompagnato da un’inflazione già elevata che arriverebbe al 68,9%. Ancora più profonda la contrazione prevista per il Qatar (-8,6%) e per l’Iraq (-6,8%).

E tutto questo nello scenario “medio”: il Fondo ha anche elaborato uno scenario avverso.

FMI, scenari sempre più critici: fino al 2% di crescita globale

Qualora la Guerra in Medio Oriente dovesse andare verso una vera e propria escalation, con particolare riferimento all’Iran, secondo l’FMI la crescita globale rallenterebbe al 2,5% nel 2026, mentre l’inflazione salirebbe al 5,4%. In un contesto ancora più “grave”, l’espansione economica mondiale potrebbe ridursi fino al 2%, con un’inflazione superiore al 6%.

Non è la migliore delle prospettive, infatti come sottolinea lo stesso istituto, la situazione è dominata da “rischi al ribasso”. Ossia da fattori di incertezza che potrebbero allungare ed estendere il conflitto più lungo, come il deterioramento del quadro geopolitico, una revisione delle aspettative sulla produttività legata allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, o una possibile riaccensione delle tensioni commerciali.

Tutti elementi che, sottolinea l’istituto, potrebbero “indebolire significativamente la crescita e destabilizzare i mercati finanziari”. A rendere il quadro ancora più fragile contribuiscono inoltre l’elevato debito pubblico e una progressiva erosione della credibilità istituzionale.

Non mancano tuttavia elementi di possibile miglioramento: l’attività economica globale potrebbe rafforzarsi “se i benefici in termini di produttività derivanti dall’AI si concretizzassero più rapidamente o se le tensioni commerciali si attenuassero in modo duraturo“.

Ma non basterebbe. Per affrontare lo shock attuale e aumentare la resilienza in vista di future crisi, l’FMI ha indicato alcune direttrici fondamentali: promuovere maggiore adattabilità delle economie, mantenere politiche credibili e rafforzare la cooperazione internazionale. A tal riguardo, anche l’aumento della spesa per la difesa (alimentato dall’escalation geopolitica) presenta un duplice effetto: da un lato può sostenere l’attività economica nel breve periodo, dall’altro rischia di “generare pressioni inflazionistiche, indebolire la sostenibilità fiscale e rischiare di sottrarre risorse alla spesa sociale, il che a sua volta potrebbe alimentare malcontento e disordini sociali“.

Per il Fondo è inevitabile: lo scoppio di conflitti come quello odierno implica “gravi compromessi” sul piano macroeconomico, con conseguenze di lungo termine “che si estendono ben oltre lo shock immediato della guerra”.

Economia e FMI: cosa cambia per i possessori di certificati

Se quanto delineato dal Fondo Monetario Internazionale dovesse diventare realtà sarebbe un bel problema per investitori e possessori di certificati: crescita globale in rallentamento, inflazione ancora elevata e rischi geopolitici crescenti renderebbero i mercati ancora più instabili e meno direzionali.

C’è da dire però che l’inflazione persistente imporrebbe alle banche centrali di mantenere elevati i tassi d’interesse, il che favorirebbe rendimenti più generosi sulle nuove emissioni ma renderebbe meno attraenti, in termini di prezzo, i prodotti già in circolazione.

Anche gli scenari “avversi” e “gravi” ipotizzati dal Fondo — con crescita globale fino al 2% e inflazione oltre il 6% — accentuano il rischio di movimenti bruschi dei sottostanti, rendendo più incerti i meccanismi di autocall e le cedole condizionate.

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