Tra le tensioni in Medio Oriente e il rischio di un ritorno dell’inflazione a causa dell’aumento dei prezzi energetici, il contesto si fa sempre più complesso per le banche centrali. Proprio in questi giorni, infatti, sono chiamate a definire le prossime mosse di politica monetaria.
E i mercati restano in attesa di un segnale chiaro: come procederanno le quattro banche centrali (Federal Reserve, Bank of England, Bank of Japan e Banca Centrale Europea) in questa tornata primaverile?
Un primo tentativo di risposta arriva dagli analisti di ING, attraverso una serie di analisi pubblicate nel corso dell’ultima settimana e dedicate ai principali scenari di politica monetaria globale.
Tassi fermi negli USA, ma il 2027 potrebbe cambiare tutto
Partiamo dagli Stati Uniti. Per la prossima settimana non sono attese mosse sui tassi da parte della Federal Reserve: lo suggeriscono i future del FedWatch, che assegnano una probabilità del 99,5% al mantenimento dell’attuale intervallo tra il 3,5% e il 3,75%, di fatto una certezza.
Allargando lo sguardo, il mercato sembra scommettere su una fase prolungata di stabilità: tassi invariati per gran parte del 2026, mentre solo nell’ultimo trimestre del 2027 le probabilità iniziano a riequilibrarsi, con possibili interventi alla porta.
Determinante resterà l’andamento dell’inflazione. Anche nel caso in cui la crescita dei prezzi dovesse spingersi fino al 4%, sull’onda del rincaro energetico, la FED potrebbe considerare il fenomeno come temporaneo. In presenza di un mercato del lavoro in rallentamento, questo scenario rafforzerebbe l’ipotesi però di una pausa prolungata, con eventuali tagli dei tassi rinviati alla fine dell’anno o anche oltre.
A tal riguardo, gli analisti di ING sono dell’idea che un’inflazione al di sotto del 2% nel 2027 offrirebbe alla banca centrale “margine di manovra per tagliare i tassi di interesse verso la fine dell’anno”.
BCE tra crescita fragile e inflazione: il dilemma di Francoforte
Situazione diversa per l’Eurotower, che potrebbe muoversi in una direzione differente rispetto alla FED, anche se non nell’immediato. La Banca centrale europea, infatti, si trova a operare in un contesto complesso, segnato da crescita debole o possibile recessione da un lato e da un’inflazione in accelerazione dall’altro.
In ogni caso, non sono attese mosse a breve sui tassi d’interesse: l’ipotesi più probabile è che la BCE scelga di attendere almeno la riunione di giugno e le nuove proiezioni sull’inflazione prima di definire la propria strategia. La traiettoria, tuttavia, resta orientata al rialzo.
Secondo gli esperti di ING, in base all’evoluzione dei prezzi e alla durata del conflitto in Medio Oriente, la BCE potrebbe arrivare ad annunciare entro l’anno “almeno un aumento dei tassi di interesse a titolo precauzionale”, una mossa che alcuni osservatori arrivano a definire un errore di politica monetaria.
Il nodo centrale resta comunque lo stesso: capire se l’aumento dell’inflazione sia temporaneo oppure destinato ad avere effetti più persistenti sull’economia. Una risposta definitiva potrà arrivare solo con nuovi dati e con le proiezioni aggiornate di metà anno dello staff della BCE.
BoE in attesa, BoJ verso nuovi rialzi: due banche centrali in dinamiche opposte
Passando invece alla Bank of England e alla Bank of Japan, il quadro si divide nettamente tra due dinamiche quasi opposte.
Nel caso britannico, la BoE appare già un passo avanti rispetto alla BCE, con tassi d’interesse già in territorio restrittivo. Il che riduce la probabilità di ulteriori interventi nel breve periodo: lo scenario base indica infatti una fase di attesa prolungata, potenzialmente fino al 2026, anche in presenza di pressioni inflazionistiche. Solo un incremento “significativo” dei prezzi del gas potrebbe riaprire la porta a un intervento inatteso, ma il governatore Andrew Bailey ha già escluso questa ipotesi, smentendo le speculazioni su possibili nuovi rialzi.
Secondo ING, il quadro interno resta comunque tutt’altro che uniforme. “Nonostante la decisione unanime di mantenere i tassi invariati a marzo, riteniamo che il comitato rimanga fortemente diviso”, spiegano gli analisti, aggiungendo di attendersi “almeno un voto a favore di un aumento nella riunione di questo mese”.
Scenario completamente diverso in Giappone, dove la Bank of Japan si muove in direzione opposta. L’economia ha mostrato una maggiore resilienza e l’inflazione si è avvicinata stabilmente al target del 2%: per questo, la tendenza dei tassi si conferma al rialzo con un’orizzonte anche di breve termine. ING ipotizza infatti un primo aumento dei tassi da parte della BoJ “ad aprile, anziché a giugno”, seguito da un ulteriore intervento “a ottobre 2026 anziché a gennaio 2027”.
Perché la direzione delle banche centrali cambia tutto per i possessori di certificati
Uno scenario di politica monetaria dunque ancora incerto e fortemente dipendente dall’evoluzione dei dati macro. E per gli investitori, la traiettoria dei tassi delle principali banche centrali diventa un elemento chiave.
In particolare per i possessori di certificati: livelli elevati e prolungati di tassi di interesse tendono a sostenere le cedole dei prodotti a capitale condizionatamente protetto, ma allo stesso tempo aumentano la volatilità dei sottostanti e il rischio di barriere di protezione più facilmente raggiungibili.
Al contrario, un eventuale cambio di rotta più accomodante da parte delle banche centrali potrebbe ridurre il rendimento potenziale dei certificati, pur migliorandone il profilo di rischio.
In questo equilibrio delicato tra banche centrali, la selezione degli strumenti e la struttura delle scadenze diventano determinanti per gestire esposizione e rendimento in un contesto che resta dominato dall’incertezza macroeconomica.


