Petrolio sotto pressione tra guerra e tregua: Brent e WTI ancora sotto i 100 dollari

Ancora sull’ottovolante i prezzi del petrolio, specie dopo la nuova estensione del cessate il fuoco con l’Iran concessa dal presidente USA Donald Trump. L’ottimismo su una possibile fine del conflitto si affievolisce sempre di più: lo Stretto di Hormuz rimane in gran parte chiuso e non emergono segnali concreti di una ripresa dei negoziati tra Washington e Teheran.

Ciononostante, Brent e WTI mostrano una reazione relativamente composta rispetto alle attese. Pur avendo sfiorato la possibilità di nuovi massimi storici, entrambi restano sotto la soglia dei 100 dollari al barile, con oscillazioni che arrivano comunque intorno al 10%.

Petrolio viaggia attorno ai 100 dollari: una dimanica preoccupante

I futures azionari statunitensi si muovono in territorio positivo, con quelli sull’S&P 500 in rialzo dello 0,66%, mentre il dollaro mostra segnali di debolezza. Intanto, il petrolio torna a sfiorare quota 100 dollari al barile nella giornata del 22 aprile, dopo l’annuncio del presidente americano Donald Trump di un’estensione a tempo indeterminato del cessate il fuoco con l’Iran.

Nel dettaglio, il future sul Brent avanza dello 0,90% a 99,37 dollari al barile, dopo aver toccato un massimo intraday di 100,39 dollari, mentre il WTI guadagna lo 0,76% a 90,33 dollari al barile.

Nonostante il recente arretramento rispetto ai picchi di marzo (quando il Brent aveva sfiorato i 119 dollari) le quotazioni restano nettamente superiori ai livelli precedenti al conflitto, con un aumento superiore al 30%. Una dinamica che continua a preoccupare gli investitori, timorosi che il caro energia possa alimentare ulteriormente l’inflazione e mantenere i tassi di interesse globali elevati più a lungo.

In pratica quello che il Fondo Monetario Internazionale prevede nel lungo periodo, qualora il conflitto non dovesse giungere alla fine. Nel suo aggiornamento del 14 aprile, l’istituzione di Washington ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita globale, ora attesa al 3,1% nel 2026 rispetto al precedente 3,3%, mentre per il 2027 la previsione resta ferma al 3,2%. Sul fronte dei prezzi, l’inflazione è stimata al 4,4% nel 2026, con una successiva discesa al 3,7% nel 2027, segnale di un contesto ancora esposto a pressioni persistenti.

Addirittura, in caso di un’escalation della guerra in Medio Oriente, la crescita globale rallenterebbe fino al 2,5% nel 2026, accompagnata da un’inflazione al 5,4%. E nella peggiore delle ipotesi, l’espansione economica mondiale potrebbe scivolare fino al 2%, con un’inflazione superiore al 6%.

Offerta in calo ma prezzi lontani dai record storici: il paradosso del petrolio

C’è da dire però che, nonostante la forte volatilità (con movimenti anche superiori al 10% in una singola seduta) le quotazioni del petrolio sono rimaste su livelli relativamente contenuti rispetto alla gravità delle tensioni geopolitiche e, soprattutto, alla drastica riduzione dell’offerta, visto che dal Golfo Persico sono venuti a mancare circa 13 milioni di barili al giorno, pari a un taglio vicino al 15% delle forniture globali.

Dall’attacco all’Iran del 28 febbraio, il Brent non ha mai superato i 120 dollari al barile, eppure in situazioni simili il petrolio ha raggiunto picchi notevoli nel corso degli ultimi anni: il primo è quello dei 147 dollari nel luglio 2008 (all’indomani della crisi globale), il secondo quello dei 139 dollari, toccati nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

In realtà ad oggi a patire i veri rincari è l’economia reale. Ossia le raffinerie; alle prese con la necessità di assicurarsi carichi di greggio, stanno già affrontando prezzi ai massimi storici. Qui non valgono tanto i benchmark come Brent e WTI, piuttosto quelli utilizzati per la maggior parte delle forniture fisiche. Come il Dated Brent, che copre circa l’80% degli scambi globali e che il 7 aprile ha raggiunto un record di 144,42 dollari al barile, arrivando a distaccarsi dai mercati finanziari fino a quasi 40 dollari. Oppure il Dubai, salito oltre i 170 dollari al barile, su nuovi massimi storici.

È qui la principale discrepanza tra mercati ed economia. Tant’è che sul mercato dei futures, invece, il Brent con prima scadenza a giugno riflette aspettative più ottimistiche. Addirittura quello più lontano costa ancora meno, negli ultimi mesi dell’anno poco più di 80 dollari al barile. E questo perché gli investitori scommettono su un allentamento delle tensioni in Medio Oriente nei prossimi mesi.

Si tratta della cosiddetta “backwardation”, una configurazione che segnala tensioni sulle forniture nel breve periodo ma, allo stesso tempo, lascia intravedere una certa fiducia su un possibile miglioramento dello scenario nel medio termine.

Petrolio in tempesta: a cosa devono stare attenti i possessori di certificati

Davanti a questo mare in tempesta, investitori e possessori di certificati di investimento legati al petrolio (o ai settori energetici) devono praticamente navigare a vista. E in particolare fare attenzione prossimamente a tre elementi, riprendendo l’analisi di Ruben Dalfovo, Investment Strategist di Bg Saxo e Saxo Bank.

Il primo è la durata del conflitto, visto che più persiste e più si rischia che il picco del petrolio possa cambiare i comportamenti di mercato.

Il secondo sono le aspettative di inflazione, dal momento che le banche centrali possono agire (ossia alzare i tassi di interesse) quando famiglie e imprese cominciano a comportarsi come se un’inflazione più alta fosse destinata a restare.

E infine, le notizie ottimistiche: una novità può muovere i prezzi, ma non può spostare le petroliere e riparare le infrastrutture, dunque arginare i problemi concreti sulla filiera.

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