USA, sussidi disoccupazione e PIL sorprendono in vista della riunione FED a gennaio 2026

In vista della riunione della FED di fine gennaio, emergono i primi dati macroeconomici, tra cui PIL e dati sui sussidi di disoccupazione, entrambi migliori delle attese, confermando il trend positivo dell’ultimo dato sull’inflazione ma al tempo stesso alimentando l’ipotesi di una possibile pausa nella politica dei tagli ai tassi.

Lavoro USA, dati migliori delle attese: sussidi di disoccupazione a 214mila

A sorpresa degli analisti, che si aspettavano un dato invariato, le richieste di sussidio alla disoccupazione negli Stati Uniti sono diminuite. Secondo i dati del Dipartimento del Lavoro americano, nella settimana terminata il 20 dicembre, i “claims” si sono attestati a 214.000 unità, in calo di 10.000 rispetto alle 224.000 della settimana precedente (riviste da 216.000) e al di sotto delle 224.000 unità previste dagli economisti intervistati da Reuters.

In particolare, la media delle ultime quattro settimane è scesa a 216.750 unità, in leggera diminuzione rispetto alle 217.500 della settimana precedente. Per quanto riguarda le richieste continuative di sussidio, indicatore del numero di persone attualmente beneficiarie, nella settimana al 13 dicembre si sono attestate a 1.923.000, in aumento di 38.000 rispetto al dato rivisto della settimana scorsa.

Di contro, il tasso di disoccupazione, aumentato nel corso dell’anno, ora raggiunge il 4,6%, il livello più alto dalla pandemia di Covid-19. In pratica, il mercato del lavoro rimane sostanzialmente bloccato in una dinamica “no hire, no fire” (nessuna assunzione, nessun licenziamento), su cui hanno inciso, secondo gli analisti, i dazi sulle importazioni imposti dal presidente Donald Trump e le politiche restrittive sull’immigrazione.

USA, dati PIL sorprendono: cresce l’economia nel terzo trimestre 2025

Ciononostante, l’economia americana mostra segnali di resilienza: nel terzo trimestre il prodotto interno lordo è cresciuto al ritmo più veloce degli ultimi due anni. I dati preliminari pubblicati recentemente dal Bureau of Economic Analysis indicano una crescita del PIL del 4,3% su base trimestrale, in accelerazione rispetto al 3,8% del trimestre precedente e superiore al +3,3% previsto dagli analisti.

Va però sottolineato che i numeri potrebbero essere meno precisi del solito, proprio per l’effetto dello shutdown: il blocco governativo ha infatti impedito la raccolta dei dati sul tasso di disoccupazione di ottobre.

E questo i membri del Comitato FOMC della FED lo sanno, infatti i responsabili politici attendono indicazioni più chiare sulla direzione del mercato del lavoro e dell’inflazione prima di prendere decisioni sulle politiche monetarie.

FED, a gennaio 2026 prende quota la pausa sui tassi

Non appena il mercato ha riaperto dopo la tregua natalizia, è già emersa una certa apprensione sulle prossime mosse della FED, che si ritrova a meno di un mese dalla riunione del 27-28 gennaio 2026 con divergenze interne e l’incognita del post-Powell, visto che l’attuale presidente lascerà l’incarico a maggio 2026.

In generale, molti osservatori ritengono improbabile un ulteriore taglio dei tassi a gennaio. Secondo Morningstar, la maggior parte dei membri del comitato non considera più la politica monetaria fortemente restrittiva, suggerendo che la FED rinuncerà a qualsiasi riduzione immediata dei tassi il prossimo mese.

Una posizione simile è condivisa da Intesa Sanpaolo, i cui analisti sottolineano come “il flusso recente di discorsi è coerente con una pausa prolungata da parte della Fed”, soprattutto alla luce dei dati macroeconomici pubblicati dopo lo shutdown, che risultano distorti e insufficienti per una valutazione completa in vista di un’azione immediata.

Per quanto riguarda le prospettive sui tagli futuri, Magdalena Ocampo di Principal Asset Management ha dichiarato che per ora sono previsti “due riduzioni dei tassi nel corso del prossimo anno, probabilmente nella prima metà del 2026”.

Economia USA: cosa aspettarsi dalla FED e per i certificati

Tra dati macroeconomici e politica della FED per il 2026, investitori e possessori di certificati dovranno tenere alta la guardia nelle prossime settimane.

Per quanto riguarda i dati, il quadro di crescita resiliente che si sta prospettando per l’economia USA, con tanto di tenuta del mercato del lavoro (seppur in modalità “no hire, no fire”) potrebbero contribuire a ridurre il rischio di shock improvvisi sugli asset sottostanti dei certificati.

Tuttavia, le incertezze legate alla qualità dei dati post-shutdown e alle divergenze interne alla FED fanno propendere per la cautela: per i certificati indicizzati ai tassi di interesse o a strumenti monetari una possibile pausa nei tagli dei tassi potrebbe ridurre i benefici di rendimenti più elevati. Mentre per quelli legati all’azionario lo stop temporaneo potrebbe comportare eventuali oscillazioni ai titoli sottostanti.

A fronte di tutto ciò, occorrerà valutare con attenzione la durata e il profilo di rischio dei propri certificati, bilanciando la potenziale protezione del capitale con la possibilità di ritorni moderati in un contesto di tassi stabili.

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