Tassi FED, niente taglio per la seconda volta da dicembre 2025. Come già pronosticato dagli operatori finanziari, il Federal Open Market Committee (FOMC) della Federal Reserve ha scelto ancora una volta di mantenere invariato l’intervallo obiettivo dei tassi sui fondi federali.
Si conferma dunque la linea della prudenza sostenuta da mesi dal presidente (uscente) Jerome Powell, stavolta motivata da un quadro economico caratterizzato, sì, da un’attività in espansione e a un ritmo solido, ma anche da guadagni occupazionali contenuti e da un tasso di disoccupazione rimasto sostanzialmente stabile. E non solo: a pesare sulla cautela della banca centrale sono anche i rischi inflazionistici legati al conflitto in Medio Oriente.
Tassi FED, economia in chiaroscuro tra lavoro e inflazione
Al termine della riunione odierna, il Federal Open Market Committee (FOMC) ha deciso di mantenere l’intervallo obiettivo dei tassi FED tra il 3,50% e il 3,75%. La votazione, però, non è stata unanime: anche in quest’occasione Stephen I. Miran ha espresso il proprio voto a favore di un taglio di un quarto di punto percentuale già in questo incontro.
Un taglio che il FOMC non avrebbe potuto fare nemmeno questa volta. Nel comunicato ufficiale il Comitato della Federal Reserve ha spiegato che la decisione riflette un quadro economico in chiaroscuro.
Da una parte si segnala un’attività in espansione a un ritmo solido, con la crescita PIL USA nel quarto trimestre 2025 al 2,1%. Dall’altra, però, si evidenzia un mercato del lavoro che ha mostrato guadagni occupazionali contenuti (+63 mila posti di lavoro a febbraio, ma -30 mila nel segmento Professionisti), e un tasso di disoccupazione rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi mesi (le richieste di sussidi di disoccupazione nella settimana del 27 febbraio sono state 213 mila unità, stabili rispetto alla settimana precedente).
Sotto osservazione stretta è anche stavolta l’inflazione, che a detta del Comitato rimane “piuttosto elevata” rispetto all’obiettivo di lungo termine del 2%. Tra i fattori che ne influenzano l’andamento, la banca centrale evidenzia l’instabilità legata agli sviluppi in Medio Oriente, le cui ripercussioni sull’economia statunitense restano ancora incerte.
Tassi FED, niente nuovi tagli senza miglioramenti: il commento di Powell
Dello stesso parere è anche il presidente Powell, che ha spiegato durante la conferenza stampa post-voto la decisione di mantenere i tassi stabili tra il 3,5% e il 3,75%, definendo l’attuale politica monetaria “appropriata per promuovere i progressi verso la massima occupazione e l’obiettivo del 2% di inflazione”.
Il numero uno della FED ha sottolineato come, nonostante una crescita economica definita “solida”, il quadro rimanga fragile a causa delle tensioni internazionali. “Le implicazioni degli sviluppi in Medio Oriente per l’economia statunitense sono incerte. Nel breve termine, i prezzi più elevati dell’energia spingeranno verso l’alto l’inflazione totale, ma è troppo presto per conoscere la portata e la durata dei potenziali effetti sull’economia”.
Guardando invece all’anno in corso, Powell ha chiarito che la strategia della banca centrale dipenderà dalla capacità dell’economia di assorbire gli effetti dei dazi, sottolineando come le previsioni sull’inflazione siano condizionate: “Dovremmo iniziare a vedere, verso metà anno, il progresso sui dazi che attraversano il sistema e l’inflazione che scende. Se non vedremo quel progresso, non ci saranno tagli dei tassi”.
Sul fronte delle mosse future, il presidente ha delineato un quadro di crescente prudenza all’interno del comitato di politica monetaria, avvertendo che i tagli ai tassi FED non sono affatto scontati. “C’è stato un significativo spostamento verso un minor numero di riduzioni”, ha spiegato Powell, evidenziando che quattro o cinque membri del comitato hanno rivisto le proprie previsioni, passando da due tagli previsti a uno solo per quest’anno. Infatti, la maggior parte dei membri prevede un taglio dei tassi FED entro il 2026 e un secondo nel 2027.
Tassi FED tra PIL e inflazione: opportunità e rischi per i possessori di certificati
In chiusura alla sessione, la Federal Reserve ha annunciato di aver rivisto al rialzo le proprie stime sull’inflazione, portandole al 2,7% rispetto al 2,4% previsto a dicembre, mentre le previsioni di crescita del PIL sono state aggiornate al +2,4%, leggermente sopra il +2,3% stimato in precedenza.
Si preannuncia dunque uno scenario in chiaroscuro, il che potrebbe non essere il massimo per investitori e possessori di certificati. Da un lato, la decisione della FED di mantenere i tassi stabili consente ai certificati legati a tassi di interesse o a indici statunitensi di preservare rendimenti relativamente stabili nel breve periodo. Dall’altro, il mancato taglio dei tassi priva gli strumenti a leva o i certificati a rendimento variabile di un beneficio immediato.
A preoccupare sono soprattutto le tensioni internazionali e un’inflazione ancora piuttosto elevata, due fattori che aumentano il rischio di volatilità sui mercati sottostanti. Di conseguenza, i certificati collegati a indici azionari o materie prime potrebbero registrare oscillazioni significative.
In sostanza, chi detiene questi strumenti deve prepararsi a un contesto di mercato prudente ma incerto, dove diventa cruciale adottare strategie di copertura e una gestione attenta del rischio.


