I Treasury bonds iniziano la settimana in rialzo mentre il conflitto in Medio Oriente si intensifica, alimentando timori di un’impennata inflazionistica negli Stati Uniti (e oltre) che potrebbe spingere le banche centrali, come la Federal Reserve, a rivedere la propria politica monetaria in favore di una nuova stagione di rialzi dei tassi, sulla falsariga di quanto accaduto nel 2022.
Un’ipotesi al momento non confermata dal presidente (uscente) Jerome Powell, che ha anzi ribadito che la FED non reagirà automaticamente a un aumento dei prezzi del petrolio legato al conflitto con l’Iran.
Rialzo dei Treasury bonds tra tensioni geopolitiche e petrolio in aumento
I titoli di Stato sono in rialzo in tutto il mondo, mentre cresce la preoccupazione che il conflitto in Medio Oriente possa rallentare la crescita economica globale, spingendo così gli investitori a tornare sul debito pubblico, fino a poco tempo fa sottovalutato.
I Treasury Bonds statunitensi, così come quelli australiani e giapponesi, hanno infatti registrato un aumento nelle contrattazioni, con i rendimenti passati da 3,96% a fine febbraio a 4,44% in meno di un mese. Secondo Bloomberg, la spinta deriva dalle speculazioni secondo cui il rialzo dei prezzi del petrolio potrebbe anticipare una prolungata scarsità di carburante a livello globale.
Una dinamica che contribuisce a incrementare la domanda di debito pubblico, che fino a poco tempo fa era sotto pressione di vendita. Il rally obbligazionario segue infatti diverse settimane di pressione di vendita, guidate in particolare dall’impennata del petrolio (il WTI è salito intorno ai 102 dollari, il Brent ieri ha di nuovo toccato quota 110 dollari al barile), e dal timore di un possibile aumento dei tassi da parte delle banche centrali.
Alcuni dei principali fondi obbligazionari statunitensi, tra cui Pacific Investment Management, avvertono che i mercati stanno sottovalutando il rischio che il conflitto con l’Iran possa innescare un rallentamento economico significativo, con Goldman Sachs che ha addirittura stimato una probabilità di recessione nel prossimo anno intorno al 30%.
E questo è un problema, perché se gli shock dovessero protrarsi o intensificarsi, la Federal Reserve potrebbe essere costretta a intervenire, dando il via a una nuova stagione di rialzi dei tassi, simile a quella del 2022, quando i tassi passarono dallo 0,25% di febbraio al 5,5% di giugno 2023.
Treasury bonds, Powell frena i timori di nuovi rialzi dei tassi
Tuttavia, lo spostamento dell’attenzione verso un rallentamento della crescita economica sta riducendo i timori di una politica monetaria aggressiva per contenere l’inflazione. Infatti, il capo della FED Jerome Powell, durante un incontro ad Harvard, ha confermato che la Banca Centrale non reagirà automaticamente all’aumento dei prezzi del petrolio legato al conflitto con l’Iran.
Secondo l’istituto, rincari energetici di questo tipo potrebbero esaurirsi in tempi relativamente brevi, mentre gli effetti di un eventuale rialzo dei tassi si manifesterebbero anche dopo che lo shock sul petrolio sarebbe già stato “assorbito”. Powell ha sottolineato che la FED continuerà a monitorare le aspettative di inflazione, “che restano ben ancorate”, ribadendo l’impegno a raggiungere l’obiettivo del 2%.
A seguito di queste dichiarazioni, le aspettative di nuovi rialzi dei tassi nel corso dell’anno si sono ridotte. Ora gli operatori iniziano a scommettere non più su un possibile cambio di rotta della FED, ma sull’ipotesi, seppur remota, di eventuali tagli entro la fine dell’anno.
Treasury bonds tra inflazione e FED: cosa cambia per i possessori di certificati
Al momento c’è un po’ di calma sui mercati obbligazionari: gli stessi Treasury Bonds decennali stanno infatti registrando un calo dei rendimenti, scendendo dal 4,44% di ieri sera al 4,32% attuale. A prescindere, però, investitori e possessori di certificati legati ai Treasury bonds dovranno mantenere l’attenzione alta nei prossimi giorni.
Da una parte, il recente aumento dei rendimenti dei Treasury bonds ha creato una fase di maggiore volatilità sui mercati obbligazionari, e quindi maggiori opportunità di rendimento per i certificati strutturati con leva sul rialzo dei tassi o con sottostanti già emessi a rendimenti più bassi.
Dall’altra parte, però, il conflitto in Iran e il rialzo dei prezzi energetici hanno il potenziale di innescare uno shock economico prolungato, che potrebbe spingere la FED a tornare a una politica di rialzi aggressivi, il che potrebbe essere un problema per i certificati con esposizione inversa o sensibili alle fluttuazioni dei tassi.
In conclusione, gli investitori dovrebbero monitorare attentamente sia i movimenti dei tassi sia le aspettative di inflazione, al fine di non ritrovarsi impreparati in caso di nuove oscillazioni.


