FED verso nuovo stop ai tagli: inflazione core e PIL al centro della riunione di marzo

Manca ancora circa un mese alla seconda riunione del 2026 del comitato FOMC della FED, ma sui mercati cresce già l’attesa (e la tensione per capire quale sarà la prossima mossa della banca centrale. Dopo la pausa di gennaio nel percorso di allentamento monetario, si rafforza al momento l’ipotesi di un ulteriore rinvio dei tagli dei tassi anche nella prossima seduta.

L’orientamento definitivo, tuttavia, sarà strettamente legato ai numeri che emergeranno nelle prossime settimane: nuovi indicatori macroeconomici, dall’inflazione core ai dati sulla crescita dell’economia statunitense, che potrebbero incidere in modo significativo sulle valutazioni del board.

FED e riunione di marzo, in arrivo dati PCE e PIL USA

Venerdì è attesa la pubblicazione dell’indice core PCE nel report “Personal Income and Outlays” del Bureau of Economic Analysis, praticamente il termometro della FED per misurare la dinamica di fondo dei prezzi. Nell’ultimo dato disponibile, diffuso il 22 gennaio 2026, la variazione annua del core PCE era salita al +2,8% a novembre 2025, dal +2,7% di ottobre.

Un livello ancora superiore al target del 2% fissato dalla FED e dunque indicativo di un’inflazione sottostante che fatica a rientrare. Se il nuovo dato dovesse confermare pressioni persistenti, l’urgenza di allentare la politica monetaria si ridurrebbe ulteriormente.

Ma la valutazione complessiva passerà anche attraverso altri indicatori chiave, in primis la crescita. Sempre venerdì saranno diffusi i dati sul PIL del quarto trimestre, che offriranno il quadro definitivo su come la prima economia mondiale ha chiuso il 2025. Il modello GDPNow della Federal Reserve Bank di Atlanta stima un ritmo di crescita annualizzato del 3,7%: in rallentamento rispetto al 4,4% del trimestre precedente, ma comunque sostenuto.

A Wall Street, però, prevale la cautela, con gli economisti che convergono su un più “realistico” +2,5%, complice anche il calo inatteso delle vendite al dettaglio a dicembre. Un segnale che suggerisce un possibile raffreddamento dei consumi (che rappresentano circa due terzi dell’economia statunitense) e che potrebbe indicare una maggiore prudenza delle famiglie nella spesa di fine anno.

Va detto che, al momento, i vertici del Comitato non navigano al buio. Nelle scorse settimane è stato diffuso l’ultimo report sul mercato del lavoro, che ha offerto segnali migliori delle attese. I payrolls hanno superato le previsioni, il tasso di disoccupazione si è attestato al 4,3% e a gennaio l’occupazione nel settore non agricolo è cresciuta di 130.000 unità. Numeri che fotografano un mercato del lavoro ancora solido e che potrebbero rafforzare l’idea di un nuovo stop ai tagli dei tassi.

FED verso nuovo stop ai tagli a marzo (ma non a giugno)

Fino a mercoledì scorso, gli operatori si dividevano quasi equamente sulla possibilità di un taglio da 25 punti base alla riunione di marzo del FOMC: lo stesso FedWatch indicava una probabilità intorno al 40%. Dopo la pubblicazione dei dati sul lavoro, però, lo scenario è cambiato in modo netto. Ora le stime incorporano oltre il 92% di probabilità di un mantenimento dei tassi nella prossima riunione.

In effetti, con un mercato del lavoro che continua a mostrare solidità, la FED può permettersi un approccio attendista. Se poi il core PCE non dovesse evidenziare un calo convincente, lo scenario più lineare resta quello di tassi invariati più a lungo, accompagnati da una comunicazione strettamente ancorata ai dati. Al contrario, un’inflazione di fondo in deciso rallentamento (soprattutto sul fronte dei servizi) riaprirebbe la porta a un percorso di tagli più definito nelle riunioni successive.

Sulla stessa linea si è espresso il presidente della Federal Reserve Bank di Chicago, Austan Goolsbee, che in un’intervista a CNBC ha spiegato come un rientro graduale dell’inflazione verso il target del 2% possa aprire la strada a ulteriori riduzioni dei tassi nel corso dell’anno. Pur riconoscendo che l’inflazione nei servizi resta elevata, Goolsbee ha osservato che eventuali rincari legati ai dazi, se circoscritti e temporanei, offrirebbero un margine di manovra ai policymaker. “Se questo dovesse rivelarsi transitorio e fossimo chiaramente sulla traiettoria di ritorno al 2%, credo che ci sia spazio per diversi altri tagli dei tassi nel 2026”, ha affermato.

È certo però che nel corso dell’anno qualche intervento al ribasso possa arrivare: se per la riunione di marzo è quasi dato per certo lo stop, a giugno invece i mercati scommettono al 51% su un possibile taglio da 25 punti base. Tuttavia, con l’avvicendamento alla guida della banca centrale – da maggio Kevin Warsh subentrerà a Jerome Powell – non ci si attende una stagione di tagli aggressivi. Secondo James Bilson di Schroders, Warsh difficilmente sosterrà un allentamento marcato, ma potrebbe favorire un percorso più graduale e misurato. Anche sul piano dei Treasury, Bilson è dell’idea che difficilmente Warsh adotti misure tali da destabilizzare il mercato dei Treasury. L’obiettivo sarebbe piuttosto ridurre il ricorso al quantitative easing e coordinarsi meglio con il Tesoro.

FED tra dati e mercati: tre scenari per i possessori di certificati

È quasi superfluo sottolineare che le reazioni dei mercati sarebbero immediate, sia davanti a un nuovo rinvio dei tagli sia in caso di una mossa espansiva. Secondo un’analisi tecnica di ING, già il dato sul core PCE potrebbe essere sufficiente a spostare gli equilibri. Anche uno scarto minimo rispetto alle attese cambia infatti la probabilità attribuita dagli operatori a tre possibili traiettorie: tagli anticipati, pausa prolungata oppure un orientamento ancora restrittivo. Quando il mercato ricalcola il percorso dei Fed Funds, il dollaro tende a reagire per primo, seguito dai rendimenti dei Treasury e dall’azionario – in particolare i titoli growth e tecnologici, più sensibili al costo del denaro. Spesso si muovono anche oro e asset legati al cosiddetto “risk sentiment”.

A tal riguardo, sempre ING ha formulato tre scenari chiave, che investitori e possessori di certificati dovrebbero prendere in considerazione.

Nel primo, con un core PCE sopra le attese (variazione mensile pari o superiore allo 0,4%), i rendimenti obbligazionari salirebbero insieme al dollaro. L’azionario, soprattutto nei comparti a maggiore duration, potrebbe indebolirsi. La lettura dominante diventerebbe quella di tagli rinviati o ridimensionati.

Nel secondo scenario, con un dato in linea con le previsioni (intorno allo 0,3% mensile), la reazione sarebbe più misurata. Tuttavia, conterebbe il contesto: se i consumi restassero robusti e l’inflazione nei servizi mostrasse poca flessione, il mercato potrebbe comunque interpretare il quadro in chiave prudente, mantenendo alta l’attenzione su un possibile atteggiamento hawkish della banca centrale.

Infine, nel terzo scenario, con un core PCE sotto le attese (0,2% o meno), il dollaro tenderebbe a indebolirsi e l’azionario potrebbe trovare sollievo. Tornerebbe spazio per ipotizzare tagli più ravvicinati. L’entusiasmo, però, potrebbe essere contenuto dalla solidità del mercato del lavoro, che offre alla FED del margine per non affrettare le decisioni.

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