FED verso nuovo stop ai tagli a marzo (ma non a giugno)
Fino a mercoledì scorso, gli operatori si dividevano quasi equamente sulla possibilità di un taglio da 25 punti base alla riunione di marzo del FOMC: lo stesso FedWatch indicava una probabilità intorno al 40%. Dopo la pubblicazione dei dati sul lavoro, però, lo scenario è cambiato in modo netto. Ora le stime incorporano oltre il 92% di probabilità di un mantenimento dei tassi nella prossima riunione.
In effetti, con un mercato del lavoro che continua a mostrare solidità, la FED può permettersi un approccio attendista. Se poi il core PCE non dovesse evidenziare un calo convincente, lo scenario più lineare resta quello di tassi invariati più a lungo, accompagnati da una comunicazione strettamente ancorata ai dati. Al contrario, un’inflazione di fondo in deciso rallentamento (soprattutto sul fronte dei servizi) riaprirebbe la porta a un percorso di tagli più definito nelle riunioni successive.
Sulla stessa linea si è espresso il presidente della Federal Reserve Bank di Chicago, Austan Goolsbee, che in un’intervista a CNBC ha spiegato come un rientro graduale dell’inflazione verso il target del 2% possa aprire la strada a ulteriori riduzioni dei tassi nel corso dell’anno. Pur riconoscendo che l’inflazione nei servizi resta elevata, Goolsbee ha osservato che eventuali rincari legati ai dazi, se circoscritti e temporanei, offrirebbero un margine di manovra ai policymaker. “Se questo dovesse rivelarsi transitorio e fossimo chiaramente sulla traiettoria di ritorno al 2%, credo che ci sia spazio per diversi altri tagli dei tassi nel 2026”, ha affermato.
È certo però che nel corso dell’anno qualche intervento al ribasso possa arrivare: se per la riunione di marzo è quasi dato per certo lo stop, a giugno invece i mercati scommettono al 51% su un possibile taglio da 25 punti base. Tuttavia, con l’avvicendamento alla guida della banca centrale – da maggio Kevin Warsh subentrerà a Jerome Powell – non ci si attende una stagione di tagli aggressivi. Secondo James Bilson di Schroders, Warsh difficilmente sosterrà un allentamento marcato, ma potrebbe favorire un percorso più graduale e misurato. Anche sul piano dei Treasury, Bilson è dell’idea che difficilmente Warsh adotti misure tali da destabilizzare il mercato dei Treasury. L’obiettivo sarebbe piuttosto ridurre il ricorso al quantitative easing e coordinarsi meglio con il Tesoro.
FED tra dati e mercati: tre scenari per i possessori di certificati
È quasi superfluo sottolineare che le reazioni dei mercati sarebbero immediate, sia davanti a un nuovo rinvio dei tagli sia in caso di una mossa espansiva. Secondo un’analisi tecnica di ING, già il dato sul core PCE potrebbe essere sufficiente a spostare gli equilibri. Anche uno scarto minimo rispetto alle attese cambia infatti la probabilità attribuita dagli operatori a tre possibili traiettorie: tagli anticipati, pausa prolungata oppure un orientamento ancora restrittivo. Quando il mercato ricalcola il percorso dei Fed Funds, il dollaro tende a reagire per primo, seguito dai rendimenti dei Treasury e dall’azionario – in particolare i titoli growth e tecnologici, più sensibili al costo del denaro. Spesso si muovono anche oro e asset legati al cosiddetto “risk sentiment”.
A tal riguardo, sempre ING ha formulato tre scenari chiave, che investitori e possessori di certificati dovrebbero prendere in considerazione.
Nel primo, con un core PCE sopra le attese (variazione mensile pari o superiore allo 0,4%), i rendimenti obbligazionari salirebbero insieme al dollaro. L’azionario, soprattutto nei comparti a maggiore duration, potrebbe indebolirsi. La lettura dominante diventerebbe quella di tagli rinviati o ridimensionati.
Nel secondo scenario, con un dato in linea con le previsioni (intorno allo 0,3% mensile), la reazione sarebbe più misurata. Tuttavia, conterebbe il contesto: se i consumi restassero robusti e l’inflazione nei servizi mostrasse poca flessione, il mercato potrebbe comunque interpretare il quadro in chiave prudente, mantenendo alta l’attenzione su un possibile atteggiamento hawkish della banca centrale.
Infine, nel terzo scenario, con un core PCE sotto le attese (0,2% o meno), il dollaro tenderebbe a indebolirsi e l’azionario potrebbe trovare sollievo. Tornerebbe spazio per ipotizzare tagli più ravvicinati. L’entusiasmo, però, potrebbe essere contenuto dalla solidità del mercato del lavoro, che offre alla FED del margine per non affrettare le decisioni.

