Al via la nuova FED di Warsh, tra inflazione USA e pressioni di Trump e mercati

Era nell’aria da mesi, è stato eletto ad aprile e pochi giorni fa ha ricevuto la conferma dal Senato degli Stati Uniti. Parliamo di Kevin Warsh che, dopo il giuramento davanti all’aula parlamentare, ha assunto ufficialmente la carica di presidente del Consiglio dei governatori della Federal Reserve venerdì 22 maggio.

Un nuovo capo che si insedia in un periodo di forte turbolenza macroeconomica, tra un’inflazione in ripresa a causa dell’aumento dei prezzi energetici e le pressioni governative per proseguire, in un modo o nell’altro, il taglio dei tassi di interesse.

Kevin Warsh alla guida della nuova FED in un’America colpita dall’inflazione

L’inflazione negli Stati Uniti resta sopra l’obiettivo 2%, con i prezzi dei beni di consumo su base annua dal +3,3% di marzo al +3,8% di aprile, mentre il mercato del lavoro continua a fare i conti con diverse incertezze, tra cui una tecnologia trasformativa come l’intelligenza artificiale.

È proprio questo lo scenario che si trova davanti Kevin Warsh, ex dirigente di Morgan Stanley e, a 35 anni, il più giovane governatore nella storia della FED al momento del suo ingresso durante la seconda presidenza Bush nel 2006.

E oggi quello con l’eredità forse più pesante, visto che il suo predecessore Jerome Powell lascia una presidenza al centro delle mire di Donald Trump, che ha fatto pressione in più occasioni alla Banca Centrale affinché seguisse una politica dei tassi più morbida, così da sostenere la crescita del Paese.

Warsh tra politica equilibrata e mercati verso l’hawkish

Warsh sostiene da tempo una politica monetaria basata su regole, affermando che le banche centrali dovrebbero fare meno affidamento sulla discrezionalità e seguire un quadro di riferimento chiaro per la politica monetaria.

Dunque una posizione equilibrata ma che lascia intendere un cambio di direzione rispetto alla linea hawkish di Powell. O forse no? Le odierne prospettive economiche non stanno contribuendo agli obiettivi della banca (stabilità dei prezzi e massima occupazione), per cui è sempre più probabile che la Federal Reserve restare in modalità attendista per qualche tempo, forse anche oltre il 2026.

Anche se il mercato si aspetta qualcosa di più: lo stesso FED Watch indica da settimane un rialzo sensibile delle probabilità su possibili rialzi dei tassi nel corso dell’anno. Gli investitori si aspettano infatti che la Federal Reserve arrivi quest’anno a inasprire la politica monetaria, dopo che la guerra in Iran ha provocato la più grande impennata dell’inflazione dal 2023.

Come potrebbe cambiare la FED con Kevin Warsh?

Difficile prevedere come potrebbe essere la Banca Centrale guidata da Warsh. La sua idea è quella di puntare a tassi più bassi, ma tra mercato del lavoro solido e dati sull’inflazione di maggio che si preannunciano in rialzo, potrebbe essere costretto a fare marcia indietro.

Anche perché i mercati obbligazionari si stanno muovendo in una direzione decisamente più aggressiva. Il divario chiave nei rendimenti dei Treasury si è ridotto al livello più stretto dell’anno, poiché gli operatori hanno aumentato le scommesse sul fatto che la Federal Reserve possa mantenere i tassi più alti più a lungo. Lo spread tra i rendimenti quinquennali e trentennali (indicatore monitorati da parte degli investitori per detenere debito a lunga scadenza) si è ridotto a circa 81 punti base, il livello più basso da maggio 2025.

Indipendentemente dagli obiettivi di Warsh, come avviene per le decisioni di taglio o aumento dei tassi d’interesse, qualsiasi modifica della politica monetaria richiederà il voto favorevole della maggioranza del Federal Open Market Committee (FOMC). E già con gli ultimi dati sull’inflazione sopra il target del 2%, diversi funzionari hanno abbandonato la loro inclinazione verso l’allentamento.

La nuova FED di Warsh: vantaggi e non per i possessori di certificati

Se rimaniamo nell’ambito delle ipotesi più credibili, la FED che ci aspetta è quella di un’istituzione più prudente, o addirittura costretta a mantenere i tassi elevati più a lungo. Il che per investitori e possessori di certificati potrebbe essere un problema, soprattutto per l’eventuale ritorno della volatilità sui tassi e sui rendimenti obbligazionari.

Infatti questo scenario attendista potrebbe sostenere i rendimenti dei Treasury e, di riflesso,  rendere più costoso il funding delle strutture, con possibili effetti negativi sui prezzi di mercato dei certificati a capitale condizionatamente protetto o con barriere ampie.

C’è da dire, però, che tassi più alti più a lungo possono aumentare i premi delle cedole nei nuovi strumenti e rendere più interessanti le emissioni indicizzate alla volatilità o ai tassi stessi.

In soldoni, occorre spostarsi verso una gestione più attiva del portafoglio: dunque, ridurre l’esposizione ai sottostanti più sensibili ai rialzi dei tassi, valutare con attenzione le barriere (soprattutto quelle ravvicinate ai livelli spot) e privilegiare strutture con flussi cedolari sostenibili anche in contesti di stress macro.

In parallelo, occorre diversificare sui sottostanti e guardare a certificati con protezioni dinamiche o meccanismi airbag, che possono attenuare l’impatto di eventuali fasi di risk-off legate alle decisioni della FED.

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