Inflazione USA in accelerazione ad aprile 2026 (con la FED sotto pressione)

Si infiamma l’inflazione USA. A causa del perdurare della guerra in Medio Oriente, i prezzi al consumo sono aumentati ulteriormente nel mese di aprile, raggiungendo il punto più alto da diversi anni.

Uno scenario che complica il percorso della Federal Reserve verso un possibile taglio dei tassi, e che rappresenta anche un esordio particolarmente delicato per il nuovo presidente della banca centrale, Kevin Warsh.

L’inflazione USA torna a infiammarsi: +3,8% su base annua

Secondo gli ultimi dati dell’indice dei prezzi al consumo diffusi martedì dal Bureau of Labor Statistics, l’inflazione USA ha registrato un nuovo aumento, con i prezzi cresciuti dello 0,6% su base mensile. Il tasso annuo è così salito al 3,8%, il livello più alto da maggio 2023. Le stime degli economisti indicavano un incremento mensile analogo, ma con un dato tendenziale leggermente inferiore, pari al 3,7%. Prima degli attacchi USA-Israele contro l’Iran avvenuti a fine febbraio, l’inflazione si attestava invece al 2,4%.

Come nel mese precedente, sempre a causa del conflitto in Iran, si segnala anche in questo rapporto del BLS un forte incremento dei prezzi energetici, con la benzina che su base annua segna ad aprile un balzo del 28,4%. Inevitabilmente, l’aumento dei costi energetici si è riflesso lungo la catena produttiva e distributiva, contribuendo a un rialzo del 2,9% dei prezzi della spesa al supermercato, anche qui il livello più alto dal 2023.

Per i consumatori, ciò significa che il costo della vita rimane scomodo”, ha dichiarato l’economista Sung Won Sohn della Loyola Marymount University. “Per la Federal Reserve, ciò significa che è probabile che in futuro vengano spinti tagli ai tassi.”

Si complica la politica dei tassi FED (e l’esordio di Kevin Warsh)

Ora l’attenzione si sposta sulla Federal Reserve, che a giugno tornerà a riunirsi per decidere se procedere con un taglio dei tassi, mantenerli invariati o eventualmente intervenire al rialzo. Si tratterà anche della prima riunione guidata dal nuovo numero uno Kevin Warsh, nominato a inizio anno e recentemente confermato al Senato.

Secondo lo strumento FedWatch di CME Group, quest’anno i trader hanno ampiamente escluso un taglio dei tassi negli Stati Uniti e ora vedono una probabilità del 29% di un aumento a dicembre, e del 50% entro marzo 2027.

C’è da dire però che lo scenario non è lineare. “Sebbene ulteriori rialzi restino possibili qualora le pressioni inflazionistiche continuassero ad aumentare“, spiega Josh Jamner, Senior Investment Strategy Analyst di ClearBridge Investments (Franklin Templeton), “una potenziale de-escalation del conflitto in Medio Oriente e dinamiche ancora contenute nel mercato del lavoro dovrebbero indurre la FED a mantenere un atteggiamento prudente nel breve periodo“. Da qui la sua lettura: più probabile “uno scenario di tagli dei tassi piuttosto che di rialzi nel 2027“.

Tra l’altro, il tema dell’inflazione USA non complicherà solo le decisioni della FED nei prossimi mesi: sarà centrale anche sul piano politico, in vista delle elezioni del 3 novembre, quando gli elettori saranno chiamati a rinnovare il Congresso e a decidere se il Partito Repubblicano del presidente Donald Trump manterrà il controllo di Senato e Camera dei Rappresentanti nelle elezioni di midterm.

Mercati in allarme: petrolio su, oro volatile e Treasury in rialzo

Nel frattempo, i mercati delle materie prime e i Treasury stanno risentendo direttamente del contesto geopolitico e macroeconomico dell’inflazione USA. Il calo delle aspettative per un imminente accordo di pace ha riportato al rialzo i prezzi del greggio negli ultimi giorni.

Il Brent ha guadagnato il 3,7% nelle prime contrattazioni di New York di martedì, attestandosi a 108 dollari al barile. Il WTI invece è tornato a superare quota 100 dollari da martedì, dopo la fase calante e instabile della scorsa settimana.

Sul fronte dei metalli preziosi, l’oro ha registrato una correzione nella giornata di mercoledì dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione statunitense, che hanno ridimensionato le scommesse su tagli dei tassi nel breve periodo. Il prezzo spot è sceso dello 0,4% a 4.694,59 dollari l’oncia, arretrando dal massimo delle ultime tre settimane toccato nella sessione precedente.

A pesare anche il rafforzamento del dollaro, salito ai massimi da oltre una settimana e tale da rendere più costoso l’acquisto di lingotti per gli investitori che utilizzano altre valute.

Sul mercato obbligazionario, infine, il rendimento del Treasury biennale è salito di 0,04 punti percentuali fino al 3,99%, arrivando temporaneamente a superare la soglia del 4% per la prima volta da sei settimane.

Inflazione USA e FED: lo scenario si complica per i possessori di certificati

Le dinamiche di mercato cambiano significamente con questo contesto di inflazione USA elevata, tassi incerti e forte volatilità, il che comporterà non pochi problemi per investitori e possessori di certificati.

L’ipotesi di una Federal Reserve ancora restrittiva o comunque poco propensa a tagliare i tassi nel breve termine potrebbe comportare il mantenimento dei rendimenti obbligazionari a livelli elevati.

Allo stesso tempo, la maggiore volatilità su materie prime, valute e azionario potrebbe favorire strutture con cedole condizionate più alte, aumentando però anche il rischio di eventi barriera, soprattutto per i prodotti legati a indici o titoli esposti a energia e inflazione.

In uno scenario simile, la gestione diventa più tattica: per chi è già investito, la priorità è verificare livelli barriera, distanza dai trigger e qualità degli emittenti; per chi valuta nuovi ingressi, può avere senso orientarsi su strutture più difensive, con barriere profonde e sottostanti meno ciclici, evitando eccessiva concentrazione su temi direttamente colpiti dalla volatilità macro.

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