La presidenza di Kevin Warsh, nuovo capo della Federal Reserve, si apre con un’impronta chiaramente più “hawkish”, con la prima riunione del FOMC che ha confermato la scelta attesa dai mercati: tassi di interesse invariati.
Rispetto alle ultime sedute guidate dall’ex presidente Jerome Powell, emergono però segnali diversi, che hanno sorpreso gli operatori sulla possibile traiettoria futura della politica monetaria statunitense.
FED invariata sui tassi, ma il dot plot spacca il FOMC
Al termine della riunione periodica dedicata alla politica monetaria, la FED ha deciso di lasciare invariati i tassi di riferimento, attualmente compresi tra il 3,5% e il 3,75%. Quindi una normale seduta come quelle degli ultimi mesi, no? In realtà, qualche novità è emersa, in particolare sul fronte del cosiddetto “dot plot”, il grafico delle proiezioni individuali dei membri della banca.
Nonostante il FOMC abbia votato senza evidenti dissensi per mantenere il range attuale dei federal funds, il “dot plot” ha evidenziato una spaccatura significativa sulle prospettive future. Il grafico mostra infatti una netta divergenza: nove dei 19 membri del comitato prevedono almeno un rialzo da 25 punti base entro l’anno, di cui sei stimano addirittura almeno due aumenti. Otto membri ritengono invece che i tassi resteranno invariati, mentre solo uno ipotizza un taglio.
Solo tre mesi fa, nessun membro indicava la necessità di un rialzo. “Nonostante il recente calo del prezzo del petrolio, metà dei membri del FOMC prevede rialzi dei tassi già quest’anno, riflettendo dati solidi sul mercato del lavoro e sull’inflazione. Il nostro scenario di base resta che la Fed riesca appena ad evitare rialzi, ma il margine è stretto e ci sarà un premio elevato sui prossimi dati sull’inflazione“, ha sottolineato Kay Haigh, global head e CIO di Fixed Income and Liquidity Solutions di Goldman Sachs Asset Management.
Warsh ridisegna la FED: cinque task force e linea dura sull’inflazione
Oltre alla questione dei tassi, a colpire sono state anche gli annunci di Warsh. In primis, la la creazione di cinque nuove task force, che si occuperanno di comunicazione, bilancio della banca centrale, fonti di dati utilizzate per le decisioni, produttività e lavoro (incluso l’impatto dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie trasformative) e, infine, dell’approccio all’inflazione.
Un primo passo concreto della riforma che intende imprimere alla Fed il neo presidente della banca centrale statunitense, tra l’altro meno dovish di quanto si fosse immaginato. Sul fronte dei prezzi, come riportato da CNBC, Warsh ha ripetuto il termine “price stability” circa una dozzina di volte durante la conferenza stampa. Un’impostazione considerata sorprendentemente aggressiva per un presidente che in passato si era mostrato più favorevole a politiche di taglio dei tassi, parlando ora invece di una determinazione “inequivocabile e unanime” del comitato nel riportare l’inflazione sotto controllo.
Secondo Rick Rieder, responsabile degli investimenti per il reddito fisso globale di BlackRock, la Fed starebbe introducendo cambiamenti operativi rilevanti. In una nota ha scritto che Warsh “ha segnalato una politica futura che sarà meno incentrata sulla segnalazione. Vale a dire che la ‘forward guidance’ sarà meno parte integrante del modo in cui la politica si muove ed evolve”.
Tra l’altro, aggiunge sempre Rieder, “potremmo anche vedere comunicazioni meno regolari e meno frequenti da parte della FED rispetto a quanto siamo abituati a fare”. In conclusione, “non solo pensiamo che questa Fed sarà diversa in termini di riduzione delle previsioni future, inclusa la potenziale eliminazione del famoso ‘grafico a punti’ nel tempo, ma anche nell’anticipare dove potrebbero dirigersi occupazione e inflazione rispetto a un’adesione più rigorosa alla recente attenzione alla ‘data dependency.’”
Mercati in rosso dopo la FED: rischio volatilità per i possessori di certificati
Tutte queste novità non sono state gradite dal mercato. Il Nasdaq e l’S&P 500 hanno aggiornato i minimi settimanali, mentre il Dow Jones ha contenuto le perdite. Sul mercato valutario, il cambio USD/JPY ha accelerato al rialzo fino all’area 160,70, avvicinandosi alla soglia critica di 161. L’EUR/USD è sceso sotto quota 1,15, mentre la sterlina ha perso terreno portandosi sotto 1,33.
Le materie prime hanno mostrato segnali di debolezza: il petrolio WTI è rimasto stabile sui minimi di giornata, mentre oro e argento hanno ripreso a scendere. Sul fronte obbligazionario, il rendimento del Treasury a 2 anni è salito di 14,4 punti base.
Insomma, uno scenario molto volatile per investitori e possessori di certificati. Infatti, la possibilità di nuovi rialzi dei tassi e una comunicazione meno prevedibile potrebbe favorire maggiore volatilità sui sottostanti. Il che da un lato potrebbe aumentare i rendimenti potenziali dei certificati strutturati su premi e barriere, ma dall’altro eleverebbe il rischio di rottura delle barriere stesse, soprattutto per prodotti a capitale condizionatamente protetto.
E in una fase come questa in cui la FED sembra meno prevedibile e più reattiva ai dati, conviene ridurre l’esposizione a scenari binari e privilegiare certificati costruiti per reggere fasi di volatilità prolungata.


