Petrolio in calo dopo l’intesa USA-Iran: Goldman Sachs rivede le stime sul Brent

Dopo l’intesa tra Stati Uniti e Iran, il prezzo del petrolio ha iniziato a registrare un ribasso, con la possibilità di ulteriori cali nel caso in cui venga effettivamente riaperto lo Stretto di Hormuz. Un’evoluzione che ha spinto Goldman Sachs a rivedere al ribasso le proprie previsioni sul greggio, pur mantenendo un quadro ancora altamente incerto.

Nel frattempo, arrivano dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) alcuni interessanti dati sulla produzione e sull’offerta di petrolio.

Goldman Sachs taglia le stime: Brent e WTI sotto pressione fino al 2027

Il memorandum d’intesa raggiunto nel fine settimana tra Washington e Teheran, con la possibile riapertura dello Stretto di Hormuz dopo la firma attesa per venerdì, ha portato la banca d’affari a ricalibrare le stime sui prezzi del petrolio, portando le previsioni sul Brent per il quarto trimestre del 2026 a 80 dollari al barile, contro i 90 dollari indicati meno di una settimana fa.  Rivista al ribasso anche la media attesa per il 2027, ora a 75 dollari, rispetto agli 80 dollari precedenti.

Per il WTI, le nuove stime indicano una media di 75 dollari al barile nel quarto trimestre 2026 e 70 dollari nel 2027.

Secondo il broker, le esportazioni dal Golfo Persico potrebbero tornare ai livelli precedenti al conflitto entro la fine di luglio, con un anticipo di un mese rispetto alla precedente ipotesi di fine agosto. Una revisione che, secondo Goldman Sachs, riduce il valore equo del greggio in quei periodi di circa 10 dollari al barile nel breve termine e 5 dollari nel medio periodo.

Rischi “bidirezionali” sul petrolio: tra nuove tensioni e surplus globale

Tuttavia, gli analisti sottolineano che i rischi legati alle ipotesi di ripresa dell’offerta restano “bidirezionali”. Da un lato, i flussi dal Golfo sono già risaliti a circa 11 milioni di barili al giorno e il ritorno ai livelli pre-bellici richiederebbe un incremento relativamente contenuto di circa 1,2 milioni di barili al giorno attraverso Hormuz, pari al 70% dei volumi precedenti al conflitto.

Dall’altro lato, restano numerose incognite. Una possibile ripresa delle tensioni regionali o nuovi attacchi alle petroliere potrebbero mantenere alto il livello di avversione al rischio tra gli armatori. Inoltre, le operazioni di bonifica dalle mine potrebbero richiedere tempi lunghi, mentre l’Iran potrebbe decidere di chiudere nuovamente lo Stretto nel caso in cui i negoziati sul nucleare dovessero fallire, secondo quanto evidenziato dagli strategist.

Nel complesso, per Goldman Sachs, il bilancio dei rischi sulle previsioni del petrolio resta comunque orientato al rialzo. In uno scenario estremo in cui lo Stretto di Hormuz rimanesse bloccato fino al 2027, il Brent potrebbe superare i 130 dollari al barile entro la fine del 2026, per poi attestarsi in media a 105 dollari nel 2027.

Scenario opposto, invece, quello di una ripresa anticipata delle esportazioni accompagnata da una domanda più debole e da un’offerta più robusta: in questo caso il Brent potrebbe scendere a una media di poco sotto i 70 dollari nel quarto trimestre 2026 e sotto i 60 dollari nel 2027.

AIE: possibile surplus di petrolio nel 2027 dopo la crisi dello Stretto di Hormuz

Nel frattempo, arrivano aggiornamenti anche dall’Agenzia Internazionale dell’Energia. Nel suo rapporto mensile, l’AIE segnala che il mercato petrolifero potrebbe registrare un ampio surplus di offerta nel 2027, dopo il recupero legato alla riapertura dello Stretto di Hormuz.

Secondo le stime dell’Agenzia, il conflitto avrebbe bloccato oltre 14 milioni di barili al giorno (bpd) di produzione in Medio Oriente. Nella sua prima analisi dedicata al 2027, l’AIE prevede un aumento dell’offerta di circa 8 milioni di bpd, a fronte di una crescita della domanda di circa 2 milioni di bpd.

Questo squilibrio, spiega l’AIE, potrebbe offrire una “gradita tregua al mercato” e consentire sia il ricostituzione delle scorte esaurite, sia la creazione di nuove riserve strategiche, mentre i Paesi rivedono le proprie politiche energetiche alla luce della crisi.

Restano però diversi fattori di rischio al ribasso per lo scenario di ripresa in Medio Oriente, tra cui i vincoli politici e operativi, le lunghe operazioni di sminamento e le questioni ancora irrisolte legate al transito delle navi.

Nel complesso, l’AIE prevede inoltre che l’offerta globale di petrolio possa diminuire di 3,9 milioni di barili al giorno nel 2026, poiché le perdite produttive in Medio Oriente supereranno l’aumento dell’output nelle Americhe.

Petrolio tra cali e tensioni: cosa cambia per i possessori di certificati

Non è proprio uno scenario dei più brillanti per investitori e possessori di certificati indicizzati al petrolio. Da una parte abbiamo un aumento della volatilità, visto l’andamento di Brent e WTI nelle ultime settimane, e dall’altra una forte sensibilità alle notizie geopolitiche, dato il memorandum non ancora finalizzato.

A questo si aggiunge la revisione al ribasso delle stime di Goldman Sachs, che potrebbe ridurre le aspettative sui prezzi medi del Brent e del WTI nei prossimi anni, con un potenziale effetto negativo sui prodotti “long” se il mercato dovesse effettivamente stabilizzarsi su livelli più bassi.

Al contrario, la permanenza di rischi “bidirezionali”, cioè la possibilità sia di ulteriori cali sia di improvvisi spike legati a nuove tensioni su Hormuz, potrebbe far esporre i certificati a movimenti rapidi e anche violenti.

Inoltre, l’eventuale passaggio verso uno scenario di surplus del petrolio nel 2027 suggerito dall’AIE potrebbe comprimere i rally di medio periodo, favorendo fasi laterali o ribassiste prolungate, in cui molti certificati rischiano di perdere valore anche in assenza di crolli improvvisi del sottostante.

Anche qui, la formula magica per investitori e possessori di certificati è “gestione del rischio“: quindi evitare eccessiva esposizione su leva elevata, monitorare il decadimento temporale dei certificati a leva e considerare strategie di copertura o di riduzione progressiva delle posizioni.

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