Agli ultimi conti trimestrali Alphabet, la holding a cui fa capo Google, ha letteralmente sbancato in termini di utili e ricavi, ponendosi già ora tra le migliori performance dell’intero comparto tecnologico americano e globale, i Magnificent 7.
Eppure, a fronte di numeri tanto positivi, la reazione degli investitori sul mercato è stata di segno opposto. Ecco perché.
Alphabet batte le stime nel secondo trimestre 2026: focus sull’IA
Prima facciamo un passo indietro, e andiamo a vedere nel dettaglio i dati finanziari emersi dall’ultima nota trimestrale.
Nel secondo quarter del 2026 Alphabet ha registrato un giro d’affari pari a 119,78 miliardi di dollari, segnando un incremento del 24% rispetto al medesimo periodo del 2025.
Anche l’Operating income ha mostrato una crescita consistente, attestandosi a 40,77 miliardi di dollari contro i 31,2 miliardi registrati dodici mesi prima. L’utile per azione diluito è a sua volta salito a 9,11 dollari rispetto ai 2,31 dollari del periodo di confronto.
In parallelo è migliorata la marginalità aziendale: l’Operating margin si è portato al 32%, superando il 31,2% del secondo trimestre 2025.
A trainare questo percorso è stata soprattutto la divisione cloud che, spinta dalla forte domanda legata all’intelligenza artificiale, ha accelerato sul fronte delle vendite fino a raggiungere un’espansione dell’82%. Blocco solido anche sul versante pubblicitario e dei servizi, il cui fatturato ha messo a segno un aumento di 11,3 miliardi di dollari, sempre sostenuto dall’integrazione degli strumenti di IA.
Perché i conti stellari di Alphabet non bastano più ai mercati
Insomma, conti solidi, anzi migliori delle previsioni degli analisti. Eppure, il titolo ha subito un netto calo in Borsa sia nella seduta ufficiale sia nelle contrattazioni after-market successive alla presentazione dei dati, per poi riavviare una fase di recupero.
Il motivo? È per quanto dichiarato durante la call con gli analisti da Anat Ashkenazi, SVP e CFO di Alphabet e Google: “Passando agli investimenti, stiamo aggiornando l’intero intervallo di previsione CapEx per l’anno 2026 a 195‑205 miliardi di dollari, rispetto alla nostra precedente stima di 180‑190 miliardi di dollari“.
Ancora dunque la corsa agli investimenti multimiliardari per l’ecosistema IA, ormai il cuore della rivalità tra le Big Tech. Non stupisce dunque che il piano di spesa più ampio di Alphabet non sia stato bene accolto dagli analisti.
Lo stesso Thomas Monteiro, analista senior di Investing.com, ha sottolineato che sommando questa corsa agli investimenti all’aumento dei tassi e alle difficoltà sul lato offerta nell’infrastruttura di intelligenza artificiale, “l’idea che l’azienda si finanzierà con flussi di cassa per sempre potrebbe iniziare a svanire”.
A conferma dell’entità imponente di queste spese in conto capitale, i dati raccolti da Bloomberg mostrano che il flusso di cassa trimestrale della società è risultato negativo per la prima volta da quando la holding è quotata in borsa, cioè da oltre vent’anni. Nello specifico, il free cash flow negativo del periodo si è attestato a 5,9 miliardi di dollari.
Big Tech alla prova dei trimestrali: Alphabet apre la strada a una nuova era di spesa?
Alphabet è stata la prima tra le grandi big tech a presentare la propria rendicontazione trimestrale, mentre Meta Platforms, Microsoft e Amazon la seguiranno nella settimana successiva.
Per questi gruppi ci si attende una dinamica analoga: bilanci importanti accompagnati da investimenti CapEx altrettanto rilevanti. Complessivamente, le quattro aziende avevano già indicato ad aprile la volontà di destinare fino a 725 miliardi di dollari quest’anno alle proprie strategie sull’intelligenza artificiale.
Nonostante le attività nel cloud stiano muovendosi ben al di sopra delle previsioni, Ben Reitzes, esperto di Melius Research, ha fatto notare che i margini continuano a rimanere sotto pressione. “Purtroppo queste aziende non possono continuare a riacquistare azioni proprie e saranno costrette a emettere nuovo debito e nuove titoli, proprio mentre si profilano alcune IPO di enorme portata”, spiega Reiztes.
Non tutto il male però viene a nuocere. Sul fronte opposto, Doug Anmuth, Stock Analyst di J.P. Morgan, ha sottolineato come elemento positivo il fatto che Google stia accelerando l’erogazione di capacità computazionale tramite data center e server per fare fronte alla domanda. A questo si aggiunge la capacità già dimostrata da Alphabet nell’ottenere ritorni concreti dagli investimenti in intelligenza artificiale, “grazie al posizionamento unico lungo l’intera filiera tecnologica, che le consente di monetizzare il cloud, la ricerca, gli abbonamenti e le altre attività del gruppo“.
Alphabet e Big Tech: volatilità in arrivo per i possessori di certificati
Scenario di volatilità all’orizzonte per investitori e possessori di certificati, e questo a causa in primis dell’aumento della spesa in conto capitale e del cash flow temporaneamente negativo, pur a fronte di fondamentali aziendali che rimangono estremamente solidi.
E questo non vale solo per Alphabet, ma per tutte le aziende che mirano ad aumentare nei prossimi anni le Capital Expenditures.
Per chi possiede questi certificati, la prima cosa da fare è verificare le scadenze e la distanza attuale dai livelli barriera. Se la barriera è profonda e la scadenza non è immediata, la reazione fisiologica del mercato a un aumento dei costi CapEx non deve spaventare: la capacità di generazione di ricavi di Google resta intatta e la correzione sul titolo potrebbe riassorbirsi col tempo.
È invece opportuno evitare vendite impulsive dettate dal calo emotivo post-trimestrale.
Conviene comunque monitorare da vicino i prossimi appuntamenti degli altri colossi tech, poiché le indicazioni sulle spese di Amazon, Microsoft e Meta potrebbero guidare il trend dell’intero settore nei prossimi mesi e condizionare direttamente la tenuta dei certificati.

