Bond USA, rendimenti ai massimi da oltre 20 anni: il grande freddo del mercato obbligazionario

Continuano le vendite a livello globale sul mercato obbligazionario dei Treasury americani, una dinamica che sta spingendo i rendimenti dei bond USA verso massimi che non si vedevano da diversi decenni.

Si tratta di un quadro decisamente sfavorevole per la gestione del debito statunitense e per la politica monetaria, che ha riacceso le scommesse su ulteriori rialzi dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve.

Petrolio, macroeconomia e debito: i tre fattori che affondano i Treasury bond

Il rendimento del bond di riferimento a 10 anni, fondamentale per il calcolo dei tassi sui mutui, è salito fino al 5,14%, toccando il livello più alto dal luglio 2007. Parallelamente, il titolo a 30 anni ha raggiunto il 5,44%, un picco che superava i record precedenti e che non si registrava dal 2004.

Il bond americano è dunque riuscito a superare il record precedente, e tutto questo è merito di tre fattori secondo UOB (United Overseas Bank): “ripresa dei prezzi del petrolio, […] dati PMI statunitensi più forti del previsto […] debole domanda in un’asta del Tesoro quinquennale da 70 miliardi di dollari“.

Nel dettaglio, il prezzo del greggio ha registrato un rapido rimbalzo, con il Brent salito attorno ai 102 dollari al barile, dopo le dichiarazioni di sfida rese dal presidente iraniano all’ONU riguardo al blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz fino alla revoca delle sanzioni.

A sua volta, l’attività economica statunitense ha mostrato un’inaspettata vivacità, con l’indice PMI composito di settembre salito a 58,4 punti dai 56 di agosto, superando ampiamente le stime del consenso (fissate a 55,3) e posizionandosi sui massimi da luglio 2021.

Infine, l’emissione da 70 miliardi di dollari in titoli a 5 anni ha riscontrato una domanda molto debole. Il bid-to-cover ratio è sceso a 2,21 (da 2,371 di agosto), ai minimi dal dicembre 2018, mentre la domanda da parte di acquirenti esteri (“indiretti”) è crollata dal 61,5% al 54,3%.

Falchi alla FED e scontro politico: la stretta monetaria agita la Casa Bianca

A gettare ulteriore benzina sul fuoco sono state le posizioni lette nei recenti interventi dei banchieri centrali americani.

Michael Barr, membro del Consiglio dei governatori della Fed, ha aperto alla possibilità di “ulteriori adeguamenti della politica monetaria” per riportare l’inflazione verso il target. Sulla stessa linea si è espresso il presidente della Federal Reserve di New York, John Williams, definendo “ragionevole” l’attesa di un nuovo ritocco all’insù dei tassi entro la fine dell’anno.

Questo prolungato rincaro del costo del denaro sta però generando forti contraccolpi sul piano politico. Il presidente Donald Trump si trova sotto pressione in vista delle elezioni di metà mandato di novembre, a causa del diffuso malcontento per l’aumento delle rate dei mutui e del costo della vita. Trump ha sollecitato un ritorno a tassi “all’1% o meno” e ha accusato il direttivo della Fed di tenere un atteggiamento “ostile”.

Nel frattempo, i tentativi del Segretario al Tesoro Scott Bessent di calmierare la curva dei tassi ampliando a metà agosto il programma di riacquisto dei titoli di Stato (buyback) hanno ottenuto finora un impatto limitato.

La scossa dei rendimenti sui bond: opportunità e rischi per i possessori di certificati

La situazione dei bond USA non è tanto diversa da quella dei titoli di Stato europei: il Bund tedesco ha superato il 3,50% e si è portato al rendimento massimo dal 2011. Sul mercato “benchmark” tedesco il rendimento a 5 anni oggi è del 3,40% contro il 3,85% del trentennale. A sua volta il BTP si trova sopra la soglia del 4,50%, con spread attorno a 90 punti.

Tutto ciò potrebbe comunque essere promettente per investitori e possessori di certificati: i tassi alti e la potenziale volatilità dei mercati potrebbero quasi obbligare gli emittenti a creare nuovi certificati con condizioni decisamente più generose (barriere più profonde, premi periodici più alti e protezioni del capitale più solide a parità di rendimento).

Ma sicuramente qualcosa ci sarà da pagare: i prezzi dei certificati già emessi sul mercato tendono a scendere quando si alzano i rendimenti in maniera così vertiginosa.

Data la situazione, si potrebbe puntare appunto su nuove emissioni che beneficiano dei tassi attuali più alti. Alla luce della volatilità e dell’incertezza sui tassi, per i nuovi acquisti è preferibile puntare su certificati con barriere ampie (es. 40% o 50%), strutture Airbag (che attenuano le perdite sotto la barriera) o certificati a Capitale Garantito al 100%.

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