Resilienza è ancora una volta la parola d’ordine per le banche USA, tutte ben posizionate per affrontare una grave recessione e in grado di continuare a erogare prestiti a famiglie e imprese.
È quanto emerge dallo stress test annuale condotto dalla Federal Reserve, che fotografa un settore solido anche nello scenario di perdite più estremo.
CET1 sopra i minimi per tutte le 32 banche USA testate dalla FED
Nel test annuale, le banche USA hanno dimostrato una capacità di tenuta significativa anche in condizioni macroeconomiche fortemente avverse.
Nello scenario ipotetico di quest’anno, con l’assorbimento di perdite totali sugli oltre 708 miliardi di dollari, il comparto bancario resta robusto, con un capitale diminuito di soli 1,6 punti percentuali in totale, rimanendo al di sopra dei requisiti minimi di capitale.
Ma andiamo per ordine. Lo scenario utilizzato dalla Federal Reserve prevede una grave recessione globale, accompagnata da una forte contrazione dei prezzi degli asset e un deterioramento del mercato del lavoro. In particolare, un calo del 39% dei prezzi degli immobili commerciali e del 30% dei prezzi delle abitazioni. Nonché un tasso di disoccupazione al 10%, con una conseguente contrazione della produzione economica.
All’interno di questo contesto, le perdite totali stimate includono circa: 200 miliardi di dollari su carte di credito, 160 miliardi di dollari su prestiti commerciali e industriali e 75 miliardi di dollari su immobili commerciali.
Ecco, in questo scenario, tutte le 32 banche USA sottoposte a test hanno mantenuto i requisiti minimi di capitale Common Equity Tier 1 (CET1). A sua volta, il coefficiente aggregato di capitale di alta qualità del sistema bancario è sceso dal 12,8% all’11,2% nel corso dell’esercizio, con First Citizens che ha registrato il livello più basso, pari al 6,7%, mentre Charles Schwab il valore più alto, pari al 32,2%.
Dividendi e buyback in aumento tra le banche USA dopo i risultati dello stress test
A seguito dei risultati dello stress test, diverse banche USA hanno annunciato aumenti dei dividendi e nuovi programmi di riacquisto azionario.
La prima è JPMorgan Chase, il cui Stress Capital Buffer è pari al 2,5%, invariato fino al 30 settembre 2027. Il colosso degli investimenti USA ha comunicato l’intenzione del consiglio di amministrazione di aumentare il dividendo trimestrale sulle azioni ordinarie a 1,65 dollari per azione, rispetto agli attuali 1,50 dollari, a partire dal terzo trimestre del 2026. La banca ha inoltre approvato un nuovo programma di buyback da 50 miliardi di dollari, con avvio previsto il 1° luglio 2026.
E dopo JPMorgan, è la volta di Goldman Sachs, che ha registrato uno Stress Capital Buffer al 3,4% fino al 30 settembre 2027, e un requisito del rapporto di capitale di classe 1 standardizzato all’11,4%. La società statunitense ha annunciato l’intenzione di aumentare del 11% il dividendo trimestrale, portandolo a 5,00 dollari per azione rispetto ai precedenti 4,50 dollari, con decorrenza dal 1° luglio 2026.
Segnaliamo inoltre Morgan Stanley, che ha annunciato un aumento del dividendo del 15%, portandolo a 1,15 dollari per azione, e ha rinnovato l’autorizzazione a un programma di riacquisto di azioni proprie da 20 miliardi di dollari. Per ultima abbiamo Wells Fargo, che ha comunicato l’intenzione di incrementare il dividendo del terzo trimestre dell’11%, portandolo a 50 centesimi per azione.
Banche USA tra resilienza e dividendi: una sicurezza per i possessori di certificati
Non sottovalutiamo i risultati dello stress test della Federal Reserve: anche se hanno un impatto soprattutto indiretto a livello di mercati, non sono comunque irrilevanti.
Il fatto che le principali banche USA abbiano dimostrato una forte solidità patrimoniale anche in scenari di grave recessione riduce il rischio sistemico percepito sul settore bancario, uno dei sottostanti più utilizzati nei certificati di investimento e nei prodotti strutturati.
In pratica, la maggiore resilienza del comparto e la conferma della capacità di continuare a distribuire dividendi e avviare buyback contribuiscono a sostenere la stabilità dei sottostanti bancari, migliorando il profilo di affidabilità dei certificati legati a questi titoli.
Allo stesso tempo, però, l’aumento delle remunerazioni agli azionisti (dividendi e riacquisti) può aumentare la volatilità di breve periodo dei singoli titoli, elemento che incide direttamente sulle dinamiche di barriera e di autocall dei certificati stessi.
In termini operativi, per investitori e possessori di certificati la chiave resta la gestione del rischio di barriera e la diversificazione: in uno scenario in cui le banche sono solide ma non “indistruttibili”, può avere senso monitorare da vicino i livelli di protezione dei certificati, evitare concentrazioni eccessive sul solo comparto finanziario e valutare con attenzione la distanza dalle barriere nei prodotti a maggiore leva implicita.

