Il PIL USA va a rilento nel primo trimestre del 2026, e probabilmente non migliorerà affatto in quello successivo, se la guerra in Medio Oriente dovesse continuare ulteriormente. A questo si aggiunge l’inflazione, anche a maggio in salita rispetto al mese precedente.
Uno scenario che inevitabilmente si riflette sui mercati finanziari. Non sorprende, infatti, che continui la forte pressione sui titoli di Stato americani, con gli investitori che stanno riconsiderando il ruolo tradizionalmente attribuito ai Treasury all’interno dei portafogli.
PIL USA, crescita a rilento nel 1° trimestre 2026
Secondo la seconda stima pubblicata giovedì dal Bureau of Economic Analysis del Dipartimento del Commercio statunitense, il PIL USA è cresciuto nel primo trimestre a un tasso annualizzato dell’1,6%.
Si tratta di una revisione significativa rispetto alla precedente lettura del 2,0%, mentre gli economisti interpellati da Reuters si aspettavano una conferma del dato iniziale.
Attualmente, una parte rilevante dell’attività economica continua a essere sostenuta dagli investimenti collegati all’intelligenza artificiale, uno dei principali motori della spesa aziendale degli ultimi trimestri. Più debole, invece, il contributo dei consumatori: la crescita della spesa delle famiglie, che rappresenta oltre due terzi dell’economia statunitense, è stata infatti rivista all’1,4% dall’1,6% precedentemente stimato.
L’attività economica complessiva è guidata principalmente dalla spesa legata all’intelligenza artificiale. La crescita della spesa dei consumatori, che rappresenta oltre due terzi dell’economia, è stata rivista al ribasso a un tasso dell’1,4% rispetto al ritmo dell’1,6% precedentemente riportato.
Secondo numerosi economisti citati da Reuters, inoltre, il conflitto in Medio Oriente potrebbe iniziare a incidere in maniera più evidente sull’attività economica già a partire dal secondo trimestre.
Inflazione in rialzo negli Stati Uniti: cresce il rischio stagflazione
Se la crescita rallenta, il fronte dei prezzi non offre certamente notizie migliori. L’indice delle spese per consumi personali (PCE), la misura dell’inflazione più osservata dalla Federal Reserve, è aumentato del 3,8% nei dodici mesi terminati ad aprile.
Si tratta dell’incremento annuale più elevato registrato dal maggio del 2023. Anche su base mensile la dinamica resta sostenuta: il PCE è cresciuto dello 0,4% ad aprile dopo il +0,7% registrato a marzo.
Al netto delle componenti più volatili, come energia e alimentari, il core PCE ha mostrato un ulteriore incremento. L’indice è salito al 3,3% su base annua rispetto al 3,2% del mese precedente, mentre la variazione mensile si è attestata allo 0,2%, dopo il +0,3% di marzo.
Insomma, uno scenario da stagflazione vera e propria, il che è un bel problema per la FED, secondo Peter Cardillo, chief market economist di Spartan Capital Securities: “Abbiamo un PIL USA non così forte e un’inflazione in aumento. E questo suggerisce che un rialzo dei tassi si stia avvicinando alla realtà più che un taglio”.
Treasury sotto pressione: perché gli investitori stanno vendendo i bond USA
E come ciliegina sulla torta, a causa del quadro economico deteriorato, gli investitori hanno incremento ulteriormente le vendite dei Treasury bond americani. Il che ha portato rendimenti come quello del trentennale a ben oltre il 5% nel corso del mese, superando le aspettative di numerosi analisti.
Proprio la vendita dei titoli statunitensi sta mettendo alla prova una delle convinzioni più consolidate della finanza moderna: quella secondo cui i Treasury e gli altri titoli di Stato di alta qualità siano in grado di proteggere i portafogli durante le fasi di debolezza azionaria.
Per decenni il tradizionale portafoglio 60/40, composto da azioni e obbligazioni, ha fatto affidamento proprio sulla capacità del reddito fisso di compensare almeno in parte le perdite dei mercati azionari. Normalmente, infatti, quando le azioni scendono, i prezzi dei Treasury tendono a salire, generando quella che a Wall Street viene definita correlazione negativa.
Oggi, tuttavia, questa relazione appare molto meno stabile. La correlazione a 60 giorni tra l’indice S&P 500 e i rendimenti dei Treasury si trova ai livelli più elevati degli ultimi vent’anni, segnalando che le obbligazioni stanno sempre più spesso amplificando i movimenti del mercato anziché attenuarli.
PIL USA e stagflazione: focus Treasury per i possessori di certificati
E dunque la domanda del giorno: cosa fare? Vendere e non comprare più i Treasury? In realtà, malgrado le difficoltà tra PIL USA e inflazione, pochi operatori sono pronti a decretare la fine del ruolo centrale dei Treasury nel sistema finanziario globale.
Il mercato obbligazionario americano rimane infatti il più grande, profondo e liquido del mondo. Per molti investitori il tema non è se detenere titoli di Stato statunitensi, bensì quale esposizione privilegiare tra scadenze brevi e lunghe in un contesto economico e monetario sempre più complesso.
Anzi, come sottolinea Joel Kruger, market strategist di LMAX Group, “l’indebolimento dell’inflazione core e il PIL USA più debole del dato headline stanno alimentando una reazione risk-on, con i mercati che trovano conforto nei segnali di un rallentamento delle pressioni sui prezzi senza un deterioramento significativo del mercato del lavoro, riducendo così la pressione sulla FED e sostenendo aspettative per una politica monetaria meno restrittiva”.
In soldoni, investitori e possessori di certificati dovrebbero mantenere ora più che mai una strategia più prudente. In particolare, dovrebbero evitare di liquidare indiscriminatamente le posizioni, ma piuttosto valutare attentamente la qualità dei sottostanti, la distanza dalle barriere e la durata residua del certificato.
Anche perché l’aumento dei rendimenti dei Treasury potrebbe continuare a creare opportunità per nuove emissioni con cedole e condizioni potenzialmente più interessanti rispetto al passato.


