Treasury USA oltre il 5% tra inflazione e paura di nuovi rialzi FED: il mondo dei bond cambia scenario

Sempre più alti i rendimenti dei Treasury USA, , con il trentennale che ha superato la soglia del 5%, e il decennale spinto su valori che non si vedevano da oltre un anno. A pesare è soprattutto il timore di una nuova fiammata inflazionistica legata all’aumento dei prezzi del petrolio, che potrebbe riaccendere le aspettative di ulteriori strette da parte della Federal Reserve.

Il rischio è infatti che l’eventuale prolungamento del conflitto in Medio Oriente, potrebbe accentuare ulteriormente le pressioni sui mercati obbligazionari e spingere i rendimenti dei Treasury verso livelli che non si registrano da decenni.

Tassi Treasury USA ai massimi da anni, mercati sotto pressione globale

I rendimenti dei Treasury USA a lunga scadenza hanno registrato un nuovo rialzo, con il trentennale che ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 19 anni, salendo di oltre due punti base fino al 5,171%. In aumento anche il Treasury USA decennale, che si è portato al 4,651%, circa tre punti base in più e sui massimi da oltre un anno.

Il movimento al rialzo dei tassi riflette una serie di dati macro pubblicati la scorsa settimana, che hanno indicato un possibile rafforzamento delle pressioni inflazionistiche. A incidere è soprattutto il rialzo dei prezzi dell’energia, legato al conflitto in Iran, che ha spinto al rialzo il costo del petrolio e, di conseguenza, le aspettative sui prezzi.

Questo scenario ha portato gli operatori di mercato a riconsiderare le prospettive sulla politica monetaria della FED, con scommesse che si spostano da un possibile allentamento a una fase in cui non si esclude, al contrario, un ulteriore aumento dei tassi.

Le aspettative restano inoltre sotto osservazione anche sul fronte degli investitori istituzionali. Un sondaggio di Bank of America pubblicato martedì indica che il 62% dei gestori di fondi globali prevede che i rendimenti dei Treasury USA a 30 anni possano spingersi fino al 6%, un livello che non si vede dalla fine del 1999 e che implicherebbe un ulteriore rialzo di circa 85 punti base rispetto ai valori attuali.

Obbligazioni in tensione: in rialzo rendimenti Bund, Gilt e BTP

Le tensioni sui mercati obbligazionari non riguardano più soltanto gli Stati Uniti, ma si estendono anche alle principali economie avanzate. I rendimenti dei titoli di Stato a lunga scadenza di Germania e Regno Unito restano infatti su livelli elevati, segnando un quadro di pressione diffusa sui debiti sovrani.

Il Bund tedesco a 10 anni si attesta al 3,16%, in forte rialzo rispetto al 2,65% di fine febbraio, mentre il trentennale è salito al 3,684% dal 3,32% dello stesso periodo. Nel Regno Unito, il Gilt decennale è al 5,05% contro il 4,27% di febbraio, mentre il trentennale si porta al 5,773% dal 5,01%.

Anche l’Italia non è immune alla dinamica. Il BTP decennale è salito al 3,919%, in netto aumento rispetto al 3,309% di fine febbraio, pur restando sotto il picco di marzo a 4,06%. Il trentennale si muove al 4,72%, in crescita dal 4,19%, e vicino ai massimi di marzo a 4,77%.

Un contesto che alimenta interrogativi sulle prossime mosse delle banche centrali, anche se le traiettorie appaiono diverse tra loro. Per la Federal Reserve, il quadro occupazionale ancora solido rende più complesso un ciclo di tagli e non esclude, secondo alcune letture, persino nuovi rialzi nei prossimi mesi.

Più definita la posizione della BCE, ma non necessariamente più favorevole: l’inflazione in risalita e il mandato centrato sulla stabilità dei prezzi limitano lo spazio di manovra. Secondo Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo, si profilano due possibili interventi: “il primo già il 10-11 giugno e il secondo a luglio” che potrebbe essere rinviato “a settembre se la situazione migliorasse“.

Treasury USA (e non solo) in salita: i rischi per i possessori di certificati

Investitori e possessori di certificati dovrebbero monitorare con attenzione l’aumento generalizzato dei rendimenti obbligazionari. Soprattutto nel caso di esposizione all’azionario: secondo Ian Lyngen, responsabile dei tassi USA presso BMO, il superamento della soglia del 5,25% sul Treasury trentennale potrebbe innescare una fase di correzione più ampia e duratura sulle valutazioni azionarie, segnalando un possibile punto di stress per i mercati finanziari.

Ma non solo. In caso di nuova stagione di rialzi da parte delle banche centrali, tassi più alti potrebbero ridurre il valore teorico degli strumenti a reddito fisso e aumentare la volatilità. Per chi detiene certificati con protezione condizionata o con sottostanti sensibili ai tassi (banche, utilities, growth stock), il rischio principale è una maggiore pressione sui prezzi e una possibile riduzione della distanza dalle barriere.

In questo contesto, più che intervenire in modo reattivo, la logica prudente è quella di verificare la struttura dei prodotti in portafoglio, la distanza dalle barriere e la durata residua, privilegiando una gestione diversificata e coerente con una fase di tassi ancora incerta e potenzialmente più elevata più a lungo.

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