L’oro continua a essere sempre più al centro dell’attenzione degli investitori, soprattutto di quelli istituzionali. A dirlo è Goldman Sachs, che in un recente report evidenzia come le banche centrali, ormai tra i principali acquirenti del metallo prezioso, siano destinate a incrementare ulteriormente le proprie riserve.
Un trend che, secondo la banca d’affari, potrebbe sostenere la ripresa dei prezzi dell’oro entro la fine dell’anno.
Goldman Sachs: oro sempre più ben visto dalle banche centrali
Gli acquisti di oro sono destinati a crescere in modo significativo, con una media stimata di circa 60 tonnellate al mese nel corso del 2026. Lo sostengono gli analisti Lina Thomas e Daan Struyven di Goldman Sachs, sottolineando come a marzo la media mobile a 12 mesi si attestava già a 50 tonnellate, in aumento rispetto alle 29 registrate in precedenza. Per le banche centrali, spiegano gli esperti, “esiste un forte interesse di fondo per l’oro” e i recenti sviluppi geopolitici stanno probabilmente rafforzando la tendenza alla diversificazione delle riserve.
Un esempio significativo arriva dalla Banca Popolare Cinese: racconta Bloomberg, ad aprile ha registrato il maggiore acquisto di oro in oltre un anno, aggiungendo 260.000 once troy alle proprie riserve. Si tratta del diciottesimo mese consecutivo di incremento, a conferma di una strategia avviata già alla fine del 2022.
Non meno attive anche altre istituzioni monetarie. A gennaio, la National Bank of Poland ha approvato un piano per aumentare le riserve auree fino a 700 tonnellate, rispetto alle 550 previste per fine 2025, per un valore stimato di circa 76,5 miliardi di dollari. La banca centrale polacca detiene già oggi volumi superiori a quelli della Banca centrale europea, che con 506,5 tonnellate si colloca al quattordicesimo posto a livello globale, mentre la Polonia è salita al dodicesimo posto nel corso del 2025.
Previsioni rialziste sui prezzi: fino a 5.400 dollari secondo Goldman Sachs
Al momento l’oro spot viene scambiato intorno ai 4.545 dollari l’oncia, in calo rispetto al record di poco inferiore ai 5.600 dollari toccato a fine gennaio. Nonostante ciò, Goldman Sachs mantiene una visione rialzista sul metallo prezioso, prevedendo un possibile aumento fino a 5.400 dollari l’oncia entro fine anno.
Una previsione che però non sarebbe in linea con le stime più recenti né di UBS Group, che parla di un metallo prezioso fino a 5.900–6.200 dollari l’oncia nel 2026, a seconda delle condizioni macroeconomiche. Né di Bank of America Merrill Lynch che colloca il prezzo dell’oro fino a 6.000 dollari l’oncia nei prossimi 12 mesi.
Nel suo report la banca d’affari newyorkese, tra l’altro, invita alla cautela nel breve periodo. Secondo gli analisti, l’oro rappresenta infatti una “fonte naturale di liquidità” per gli investitori privati che potrebbero dover far fronte a esigenze immediate, ad esempio in caso di vendite sui mercati azionari legate a tassi di interesse più elevati e a prospettive di crescita più deboli.
Una tentazione che investitori e possessori di certificati non dovrebbero seguire. Nonostante l’attuale contesto instabile, proprio la presenza di banche centrali sempre più attive sul metallo prezioso potrebbe sostenere la domanda di fondo e, quindi, offrire un potenziale supporto ai prezzi nel medio periodo.
Il rischio è semmai nel breve termine, tra tassi d’interesse e rendimenti obbligazionari in immediata evoluzione. In uno scenario simile, più che tentare di anticipare i movimenti di mercato, per i possessori di certificati diventa centrale mantenere una corretta diversificazione, monitorare le barriere e le scadenze degli strumenti detenuti e valutare eventuali ribilanciamenti graduali del portafoglio.


