BCE sotto pressione per rischio stagflazione in Europa: addio tagli ai tassi?

Lo spettro della stagflazione alegga in Europa, e per la Banca Centrale Europea si fa sempre più concreto il rischio di un ritorno a politiche monetarie restrittive. Quella che doveva essere una fase di progressivo allentamento dei tassi BCE potrebbe invece trasformarsi in uno scenario opposto, con i più recenti dati su PIL e inflazione che evidenziano un’economia continentale in evidente affanno.

Ad oggi la prudenza resta l’atteggiamento dominante tra i banchieri centrali. Tuttavia, i mercati finanziari iniziano a prezzare con crescente insistenza l’ipotesi di un possibile rialzo dei tassi.

Europa tra inflazione e crescita ferma: i dati di aprile 2026

L’Europa cresce a passo lento e torna a fare i conti con una nuova ondata di pressioni inflazionistiche legate all’energia, spinta dal forte aumento del petrolio (giovedì il Brent ha raggiunto quota 124 dollari al barile, livello massimo degli ultimi quattro anni).

Nel primo trimestre del 2026 il PIL dell’Eurozona è aumentato soltanto dello 0,1%, secondo la stima preliminare diffusa da EUROSTAT. Un dato in lieve calo rispetto allo 0,2% registrato nell’ultimo trimestre del 2025 e che conferma la debolezza della ripresa economica europea. Nel dettaglio, l’Italia si colloca poco sopra la media con una crescita dello 0,2%, la Germania segna +0,3%, la Francia resta sostanzialmente ferma, mentre la Spagna continua a mostrare un andamento più robusto con un +0,6%.

La frenata dell’attività economica arriva in un momento in cui l’inflazione torna a risalire con decisione. Ad aprile, il tasso di crescita dei prezzi nell’Eurozona ha raggiunto il 3%, ben al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalla BCE. Anche in Italia il rialzo è evidente: secondo l’ISTAT, i prezzi al consumo sono saliti del 2,9% su base annua, quasi il doppio rispetto all’1,6% di marzo. A pesare sono soprattutto i beni energetici, in aumento di quasi il 10%, insieme all’accelerazione del cosiddetto “carrello della spesa”, che si porta al 2,5%.

La stagflazione torna a spaventare l’Eurozona: cosa può fare la BCE

Doveva aprirsi una nuova stagione di tagli ai tassi di interesse, e invece con l’inflazione che perdura e la crescita che stagna, la BCE ha dovuto anche in quest’ultima riunione mantenere il tasso di riferimento invariato al 2%. Si tratta della settima riunione consecutiva senza variazioni dei tassi dall’inizio del ciclo di tagli nel giugno 2024.

Per Francoforte la situazione non è delle migliori: “sebbene i dati in arrivo siano stati nel complesso in linea con la precedente valutazione del Consiglio direttivo sulle prospettive di inflazione”, precisa la BCE nel comunicato ufficiale, “i rischi al rialzo per l’inflazione e quelli al ribasso per la crescita si sono accentuati”.

Il vero nodo, infatti, non è soltanto l’inflazione, ma il rischio crescente di stagflazione. Uno scenario che, secondo Olli Rehn, membro del Consiglio direttivo della BCE, inizia già a mostrare segnali concreti. “Erano già visibili nelle statistiche, quando la crescita nell’area euro nel primo trimestre è stata solo leggermente positiva e l’inflazione è salita al 3%“, ha spiegato Rehn, aggiungendo che si tratta comunque di uno shock meno intenso rispetto al picco inflazionistico del 2022. Tuttavia, ha avvertito, il contesto si sta progressivamente spostando verso condizioni meno favorevoli, soprattutto a causa delle tensioni sul fronte energetico, in particolare il petrolio.

Sulla stessa linea anche il governatore sloveno Primož Dolenc, che pur sottolineando come gli effetti sull’economia siano al momento ancora contenuti, ha richiamato l’attenzione sul possibile impatto sulle aspettative dei consumatori. “Gli effetti più ampi dell’attuale contesto potrebbero manifestarsi successivamente, poiché il rischio di prezzi più elevati dell’energia e delle materie prime sui mercati globali potrebbe gradualmente tradursi in prezzi più alti di beni e servizi”, ha affermato Dolenc.

BCE e tassi, la riunione di giugno è ormai vicina

E la domanda, a questo punto, è inevitabile: la BCE aumenterà i tassi già a giugno?

Guardando oltre il mese di aprile, lo scenario di nuovi rialzi del costo del denaro appare sempre meno remoto. Il recente aumento del prezzo del petrolio, registrato nel corso della settimana mentre restava alta la tensione tra Stati Uniti e Iran sullo Stretto di Hormuz, ha infatti spinto i mercati a ricalibrare rapidamente le aspettative sull’inflazione.

Un segnale particolarmente rilevante arriva anche dal fronte delle aspettative dei consumatori. Secondo l’indagine mensile dell’istituto di Francoforte, a marzo le attese sull’inflazione a un anno nell’area Euro sono salite in modo marcato, passando dal 2,5% al 4%, il livello più alto dal 2023. Un dato che rafforza l’idea di pressioni sui prezzi non più circoscritte al solo comparto energetico.

La reazione dei mercati è stata immediata. Nel giro di pochi giorni, le scommesse sui futures hanno rivisto al rialzo il percorso della politica monetaria, passando da una previsione di circa due aumenti dei tassi nell’arco dell’anno a quasi tre interventi complessivi.

Una stima che non trova seguito con quella di Annalisa Piazza, gestore obbligazionaria di MFS Investment Management: “il mercato sta attualmente scontando quasi tre aumenti dei tassi nei prossimi 12 mesi, cosa che riteniamo eccessiva anche tenendo conto delle elevate aspettative di inflazione”. Per il gestore, invece, la previsione è di due aumenti dei tassia giugno e forse a settembre, seguiti da un’inversione di tendenza all’inizio del 2027 se la crescita non dovesse riprendersi in misura sufficiente e il divario tra produzione effettiva e potenziale dovesse persistere”.

Tassi BCE e stagflazione: uno scenario non positivo per i possessori di certificati

Le prospettive non sono rosee per investitori e possessori di certificati. Da un lato, il possibile aumento dei tassi da parte della BCE potrebbe penalizzare il valore dei sottostanti obbligazionari e aumentare la volatilità dei mercati, soprattutto azionari, con effetti indiretti anche sulla stabilità dei certificati a capitale condizionato.

Dall’altro lato, però, il contesto di tassi più elevati potrebbe rendere più interessanti i rendimenti cedolari dei nuovi prodotti, ma a condizioni generalmente più stringenti in termini di barriera e rischio di richiamo anticipato.

In questa fase, per chi è già investito, diventa cruciale valutare la qualità dei sottostanti, la distanza dalle barriere e la struttura del payoff, privilegiando strumenti più difensivi e diversificati.

Per chi sta valutando nuovi ingressi, invece, l’approccio tende a essere più selettivo: non inseguire il rendimento nominale, ma privilegiare strutture solide, con buffer adeguati rispetto a possibili correzioni di mercato e scenari di volatilità persistente legati proprio all’incertezza sulle prossime mosse della BCE.

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