Non è più soltanto il credito privato a preoccupare: ora anche quello obbligazionario finisce sotto osservazione.
A lanciare l’allarme è Jamie Dimon, CEO di JPMorgan Chase, che durante una conferenza ha richiamato l’attenzione sulla fragilità crescente dei mercati finanziari, sostenendo che l’espansione del debito sovrano nelle economie avanzate (Stati Uniti in primis) rischia di diventare un fattore destabilizzante, fino a innescare una possibile crisi nel comparto obbligazionario.
Debito pubblico e inflazione, il mix che spaventa il mercato del credito obbligazionario
Non ha usato mezzi termini Jamie Dimon, a capo di una delle più importanti banche d’affari al mondo dal 2006, durante la conferenza di Norges Bank Investment Management a Oslo. “Con l’andamento attuale, ci sarà una sorta di crisi del mercato obbligazionario e poi dovremo affrontarla“, ha affermato Dimon, sostenendo inoltre di non temere l’incapacità di gestire uno scenario simile. “Credo semplicemente che la maturità imponga di intervenire, piuttosto che lasciare che accada“.
Richiamando anche esperienze passate, Dimon ha evidenziato come “l’attuale crescente mix di rischi” possa combinarsi in modo imprevedibile. Ignorare queste pressioni, ha avvertito, aumenta la probabilità che l’aggiustamento avvenga solo “dopo un periodo di sconvolgimenti“.
Alla base delle preoccupazioni sul credito obbligazionario c’è soprattutto l’espansione del debito pubblico, destinato a crescere insieme ai deficit delle economie avanzate. A questo si affianca il rischio di una nuova accelerazione dell’inflazione, sostenuta da spesa pubblica, riarmo e investimenti infrastrutturali. Lo scenario più critico resta quello della stagflazione, che renderebbe più complesso per le banche centrali mantenere la stabilità dei prezzi senza provocare scosse sui mercati.
Pesano inoltre le tensioni geopolitiche, dal Medio Oriente al conflitto in Ucraina, che continuano a influenzare energia e catene di approvvigionamento. In parallelo, le regole introdotte dopo la crisi finanziaria globale del 2008 hanno limitato la capacità delle banche di assorbire vendite massicce di titoli. Tutto ciò ha così reso il mercato del credito obbligazionario più esposto a movimenti bruschi: se molti investitori vendono contemporaneamente, i rendimenti possono impennarsi rapidamente, costringendo le banche centrali a intervenire.
All’orizzonte una crisi del credito obbligazionario stile Gilt 2022
Dunque, a detta di Dimon, si paventerebbe una crisi vera e propria per il credito obbligazionario, con tanto di rapido aumento dei rendimenti e crollo della liquidità. Uno scenario che finirebbe per costringere le banche centrali a intervenire come acquirenti di ultima istanza per stabilizzare i mercati.
A questo proposito, il CEO di JPMorgan Chase ha richiamato un precedente recente: la crisi dei titoli di Stato britannici del 2022. In quell’occasione, il mercato dei Gilt entrò in una spirale di vendite forzate che fece schizzare i rendimenti, rendendo necessario l’intervento urgente della Bank of England per contenere le tensioni e ripristinare condizioni ordinate.
Proprio la crisi dei Gilt rappresenta oggi un esempio concreto dei rischi in gioco: una combinazione di pressioni sui portafogli e dinamiche tecniche può innescare movimenti estremi in tempi molto rapidi. E segnali di stress iniziano a emergere anche in altri segmenti del mercato, come il private credit.
Credito privato tra rischio sistemico e recessione
Alla luce dello scenario delineato da Dimon, si potrebbe essere portati a pensare che, come il credito obbligazionario, stia entrando nella stessa fase critica anche il credito privato.
In effetti, la situazione era già segnalata da diversi analisti e grandi banche d’affari. Tra cui Morgan Stanley, che in una recente analisi ha evidenziato come i fondamentali del credito privato (in particolare nei prestiti legati al settore software) siano sempre più sotto pressione. Il rischio qui è che le tensioni si riflettano anche sui fondi di investimento, già messi alla prova da un aumento delle richieste di rimborso anticipato da parte degli investitori, con possibili effetti sulla liquidità.
Non la pensa così il numero uno di JPMorgan Chase. Secondo Dimon, il credito privato (che oggi ha raggiunto un valore record di circa 1.700 miliardi di dollari) non risulta sufficientemente esteso da rappresentare un rischio sistemico per l’intero sistema finanziario.
Ciononostante, il manager ha ammesso che il rischio maggiore è che una recessione nel credito sia più grave del previsto. “Non ne vediamo una da così tanto tempo che, quando arriverà, potrebbe essere più grave di quanto ci si aspetti”, ha avvertito, lasciando intendere come il vero punto critico possa emergere proprio nella fase di deterioramento del ciclo economico.
Credito obbligazionario in crisi: i rischi per i possessori di certificati
Quanto descritto dal CEO di JPMorgan Chase è a tutti gli effetti uno scenario abbastanza pessimistico in merito al mercato del credito obbligazionario, che per investitori e possessori di certificati potrebbe tradursi in una maggiore volatilità e in un aumento dei rischi legati sia agli emittenti sia ai sottostanti.
In caso di impennata dei rendimenti e riduzione della liquidità, il valore di mercato dei certificati potrebbe subire oscillazioni più marcate, soprattutto per quelli esposti a titoli obbligazionari o a panieri sensibili al credito.
Inoltre, un eventuale peggioramento delle condizioni finanziarie potrebbe incidere sulla solidità degli emittenti (come le medesime JPMorgan Chase o Morgan Stanley) aumentando il rischio emittente.
Proprio queste tensioni sui fondi e sul credito obbligazionario (e privato) potrebbero riflettersi anche sui meccanismi di rimborso anticipato e sulle performance dei certificati più strutturati. Per questo diventa ancora più centrale per gli investitori la valutazione del profilo di rischio complessivo.
