L’impatto del conflitto in Medio Oriente sul quadro macroeconomico italiano resta, nel complesso, limitato per quanto riguarda la crescita nel 2026, mentre si fa sentire con maggiore intensità sul fronte dell’inflazione.
Lo ha sottolineato Andrea Brandolini, capo del Dipartimento Economia e Statistica della Banca d’Italia, che in audizione alle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato ha presentato la testimonianza dell’Istituto sul Documento di finanza pubblica (DFP), evidenziando che, sebbene gli effetti appaiano contenuti, “l’imprevedibilità dell’evoluzione della crisi rende particolarmente incerta qualsiasi previsione puntuale”.
Italia tra crescita debole e shock geopolitici: il punto della Banca d’Italia sul DFP
In una prima fase, il quadro non appariva particolarmente critico. Nonostante le tensioni commerciali legate all’aumento dei dazi statunitensi e un contesto geopolitico più incerto, in Italia il PIL è cresciuto dello 0,5 per cento nel 2025. Con alcuni segnali di miglioramento dell’attività economica apparsi nella seconda metà del 2025 che “sono proseguiti anche nei primi due mesi del 2026“, osserva Brandolini.
Le prospettive, tuttavia, sono peggiorate bruscamente con l’avvio delle ostilità in Medio Oriente. “A marzo il flusso di ordinativi delle imprese manifatturiere è rimasto ancora elevato, ma le maggiori tensioni sui costi e le difficoltà di approvvigionamento di alcuni input produttivi iniziano a pesare sulle condizioni operative attese“.
La produzione industriale ha registrato una flessione complessiva nel bimestre gennaio-febbraio 2026, in particolare nei comparti che avevano mostrato la crescita più sostenuta l’anno precedente, “ma nell’insieme del primo trimestre gli indici PMI sono rimasti più favorevoli che alla fine del 2025“.
In questo contesto, la crescita del PIL segnalata nel DFP risulterebbe inferiore di quasi un punto percentuale nel quadriennio 2026-2029, con effetti concentrati soprattutto nel 2027. “Il DFP prefigura una crescita del prodotto dello 0,6 per cento sia quest’anno sia il prossimo, che sale allo 0,8 per cento nel biennio successivo“.
Inflazione in risalita nel 2026: rischi energetici e filiere sotto pressione
Il nodo più critico resta però quello dell’inflazione. In uno scenario avverso (ulteriori rincari di petrolio e gas, carenze di materie prime, interruzioni nelle filiere…), l’inflazione potrebbe salire “su livelli ben più elevati e pesare in misura marcata sui redditi e sui consumi delle famiglie e sui piani di investimento delle imprese”, sottolinea il dirigente di Banca d’Italia.
A marzo, l’inflazione in Italia ha registrato solo un lieve aumento, passando all’1,6 per cento dall’1,5 di febbraio, “anche grazie alle misure di contenimento dei rincari dei carburanti”.
Si tratta però di una dinamica destinata a rafforzarsi: “nelle nostre proiezioni più recenti, [l’inflazione] sarebbe in media pari al 2,6 per cento nell’anno in corso, circa un punto percentuale in più sia rispetto al 2025 sia rispetto alle precedenti previsioni; rimarrebbe poco sotto al 2 per cento nel biennio 2027-28”.
Conti pubblici in miglioramento, ma aumentano le incognite secondo Banca d’Italia
La politica economica e le decisioni di bilancio sono chiamate a muoversi in un quadro di elevata incertezza, anche per quanto riguarda la finanza pubblica.
Sul fronte dei conti pubblici, Brandolini ha evidenziato però come l’indebitamento netto si sia ridotto per il quinto anno consecutivo nel 2025. Allo stesso tempo, il Documento di finanza pubblica “segnala scostamenti rispetto alla traiettoria pluriennale di spesa netta concordata con le autorità europee”, anche a causa delle pressioni inflazionistiche sulle voci di spesa indicizzate.
Guardando all’avanzo primario, il dirigente di Banca d’Italia sottolinea come la sua crescita derivi “da un aumento delle entrate (poco oltre 1 punto percentuale del PIL) superiore a quello delle spese al netto degli interessi (0,8 punti)”. Tale aumento riflette soprattutto “quello dei contributi sociali (0,9 punti)”, mentre “tre quarti dell’incremento della spesa primaria sono dovuti alla componente in conto capitale (0,6 punti)”.
Un ruolo rilevante è stato svolto dagli investimenti pubblici che, “grazie alle opere finanziate dalle erogazioni del Dispositivo di ripresa e resilienza (DRR)“, hanno raggiunto “il 3,8 per cento del PIL, il valore più elevato dall’inizio del secolo”.
Per quanto riguarda la risposta allo shock energetico, Brandolini raccomanda di limitarsi a “interventi mirati e di entità e durata contenute, preservando i segnali di prezzo”, considerati essenziali per orientare i consumi e favorire la transizione verso fonti energetiche meno esposte ai rischi geopolitici.
Il dirigente di Banca d’Italia ha inoltre ricordato che, “secondo le valutazioni ufficiali, il taglio delle accise per poco oltre 40 giorni avrebbe un costo di 0,7 miliardi”; nel complesso, però, queste misure hanno un impatto nullo sul disavanzo, poiché trovano copertura principalmente attraverso riduzioni di stanziamenti nei bilanci dei ministeri.
DFP Italia tra inflazione e cresciata: rischi e opportunità per i possessori di certificati
Uno scenario dunque complesso quello riportato dal DFP e da Banca d’Italia per investitori e possessori di certificati, ma non necessariamente negativo.
L’aumento dell’inflazione segnalata nel DFP e dell’incertezza tende infatti ad accrescere la volatilità dei mercati, elemento che può favorire i rendimenti dei certificati strutturati (soprattutto quelli con barriere e premi condizionati) ma al tempo stesso aumenta il rischio di violazione delle soglie di protezione.
Allo stesso modo, una crescita economica più debole e prospettive meno stabili per le imprese sottostanti possono incidere sulla performance dei titoli collegati, rendendo più selettiva la scelta degli strumenti.
In compenso, sempre nel suo intervento Brandolini ha infine ricordato i progressi sul fronte della credibilità: nel 2025 le agenzie di rating hanno rivisto al rialzo il merito di credito dell’Italia e lo spread BTP-Bund si è ridotto in misura marcata.
Il miglioramento della percezione del rischio Paese e la riduzione dello spread contribuiscono infatti a mantenere condizioni finanziarie più favorevoli, visto il minore costo dell’indebitamento, con impatti positivi sul pricing delle nuove emissioni e sulle opportunità di rendimento offerte agli investitori.

