Inflazione USA, prezzi in accelerazione a maggio (e FED sempre più sotto pressione)

Accelera l’inflazione USA nel mese di maggio, in linea con le attese degli analisti. A sostenere il prezzo ai consumi è anche stavolta il prezzo dei beni energetici, dovuti alla guerra in Medio Oriente.

Ma non solo: anche lo sviluppo dell’intelligenza artificiale starebbe contribuendo, secondo gli osservatori, a una pressione aggiuntiva sui prezzi.

Uno scenario che, nel complesso, non è il massimo per la Federal Reserve, attesa a breve a una nuova riunione in cui dovrà decidere se mantenere invariati i tassi di interesse o intervenire nuovamente al rialzo.

Inflazione USA: +0,5% a maggio 2026, +4,2% da inizio anno

L’inflazione negli Stati Uniti è cresciuta come previsto. Secondo il Bureau of Labour Statistics (BLS), i prezzi al consumo hanno registrato a maggio un aumento dello 0,5% su base mensile, perfettamente in linea con il consensus degli analisti, dopo il +0,6% di aprile.

Su base annua, l’incremento dell’inflazione si è attestato al 4,2%, in linea con le attese, in accelerazione rispetto al +3,8% del mese precedente.

Per quanto riguarda il dato del cosiddetto “core” rate, ovvero l’indice dei prezzi al consumo depurato dalle componenti più volatili come alimentari ed energia e osservato con particolare attenzione dalla FED, ha segnato un aumento dello 0,2% su base mensile, leggermente sotto il +0,3% previsto dal mercato, dopo il +0,4% di aprile.

Inflazione USA in rialzo: energia e IA spingono i prezzi

A determinare la persistenza di un’inflazione USA elevata sono diversi fattori. In primo luogo, lo shock petrolifero legato alle tensioni in Medio Oriente ha spinto al rialzo i prezzi della benzina e delle principali fonti energetiche.

L’aumento del 3,9% dei beni energetici ha rappresentato oltre il 60% della crescita mensile dell’IPC. Ad aprile, i prezzi dell’energia erano già aumentati del 3,8%, mentre su base annua hanno raggiunto il +23,5% nei dodici mesi fino a maggio. Nel dettaglio, i prezzi della benzina hanno accelerato del 7,0% nel mese e sono saliti del 40,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

A ciò si aggiungono anche le politiche tariffarie introdotte dall’amministrazione Trump, che hanno aumentato i costi di importazione delle merci, secondo Joe Seydl, economista senior dei mercati presso JP Morgan Private Bank.

Un ulteriore fattore di pressione arriva inoltre dal boom della spesa in conto capitale legata all’intelligenza artificiale, che starebbe contribuendo all’aumento dei costi in alcune categorie come elettronica ed energia elettrica.

FED divisa sull’inflazione USA: mercati tra stop ai tassi e nuovi rialzi

Sebbene il core rate sia in rallentamento rispetto alle stime di mercato, l’attuale livello dell’inflazione è circa il doppio dell’obiettivo di lungo periodo del 2% fissato dalla Federal Reserve, un dato che complica le scelte di politica monetaria. Il report arriva alla vigilia della riunione della banca centrale statunitense della prossima settimana, la prima guidata dal presidente Kevin Warsh, nominato dal presidente Donald Trump per guidare la Fed.

Nonostante la pressione politica favorevole a una riduzione dei tassi, il contesto macroeconomico appare meno favorevole a un allentamento. L’inflazione elevata, combinata con un mercato del lavoro più forte del previsto emerso nei dati occupazionali di venerdì, potrebbe infatti ridurre le probabilità di un taglio dei tassi nel breve periodo. Alcuni economisti non escludono nemmeno la possibilità di nuovi rialzi nel corso dell’anno, qualora la traiettoria dei prezzi dovesse peggiorare ulteriormente.

Al momento, le attese indicano che la FED lascerà invariato il tasso di riferimento overnight nell’intervallo compreso tra 3,50% e 3,75% nella riunione della prossima settimana, pur abbandonando progressivamente l’orientamento verso un possibile allentamento. Ma il futuro appare sempre più segnato sui rialzi: secondo il FED Watch, oltre il 40% stimano un aumento dei tassi entro dicembre 2026.

Gli elementi dietro questa fiammata inflazionistica dovranno scemare prima di allora. Ma per un ritorno stabile verso livelli più coerenti con l’obiettivo della banca centrale, sarà necessario un raffreddamento significativo dei prezzi. Secondo Mark Zandi, capo economista di Moody’s, potrebbe essere necessario attendere fino al prossimo anno affinché l’inflazione USA converga verso il target del 2%, a parità di condizioni.

Nel frattempo, lo scenario geopolitico resta estremamente instabile. “Ci stiamo avvicinando a livelli critici di scorte nell’economia globale e lo Stretto di Hormuz è ancora in gran parte chiuso”, ha affermato Seydl. “Se questa tendenza dovesse continuare, stimiamo che entro ottobre o novembre probabilmente assisteremo a un aumento dei prezzi globali del petrolio”. Secondo le stime, in caso di persistenza delle tensioni, il prezzo del petrolio potrebbe spingersi fino a 140 dollari al barile o oltre nello stesso arco temporale, rispetto ai circa 93 dollari attuali.

Inflazione USA e tassi FED: a cosa devono guardare i possessori di certificati

Inflazione USA elevata e tassi ancora “rigidi” della Federal Reserve: uno scenario non dei migliori per investitori e possessori di certificati, soprattutto sul profilo di rischio e rendimento degli strumenti in portafoglio.

I certificati a capitale condizionatamente protetto o con sottostanti azionari tendono a soffrire un contesto di tassi elevati più a lungo del previsto, perché la pressione sui rendimenti obbligazionari aumenta il rendimento richiesto dagli investitori e rende meno competitivi strumenti complessi rispetto ai bond “risk-free”. Allo stesso tempo, l’eventuale rinvio dei tagli dei tassi o addirittura il rischio di ulteriori rialzi da parte della FED potrebbe mantenere elevata la volatilità implicita.

Davanti a ciò, chi è già esposto dovrebbe prendere in considerazione gestione più prudente del rischio sottostante: evitare concentrazioni eccessive su settori sensibili ai tassi (come tecnologia e growth), monitorare attentamente le barriere di protezione e la distanza dai livelli knock-in, e valutare eventuali riallocazioni verso strutture più difensive o a capitale protetto.

Per chi invece sta valutando nuovi ingressi, il contesto attuale può offrire rendimenti nominalmente più elevati, ma richiede una selezione più rigorosa e una maggiore attenzione alla durata e alla qualità del sottostante.

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