Deficit/PIL Italia ancora sopra 3%: conti pubblici migliorano ma non basta

Nulla da fare sul fronte del rapporto deficit/PIL per l’Italia. L’Istituto nazionale di statistica ha ufficializzato un dato che, nonostante il miglioramento registrato nel 2025, non consente al Paese di uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo.

E non è l’unica nota negativa: a fine 2025 il debito pubblico ha sfiorato i 3.100 miliardi di euro, segnando un ulteriore aumento rispetto all’anno precedente. Un andamento che comunque si risente in tutta Eurolandia.

Debito in crescita e deficit oltre il 3%: Italia sotto osservazione UE

I dati della Notifica sull’indebitamento netto e sul debito delle Amministrazioni pubbliche relativi al periodo 2022-2025, trasmessi alla Commissione europea, indicano che il rapporto deficit/PIL dell’Italia è diminuito nel 2025, ma non abbastanza da consentire l’uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo. Per abbandonarla sarebbe stato necessario un disavanzo inferiore al 3% del prodotto interno lordo.

L’obiettivo del governo Meloni era proprio quello di centrare già nel 2025 la soglia del 3%, o scendere anche sotto, così da uscire dalla procedura e avere maggiore margine di manovra in vista della prossima legge di Bilancio, che sarà l’ultima della legislatura (le elezioni sono previste per settembre 2027). Tuttavia, il risultato non è stato raggiunto: l’ISTAT certifica un deficit al 3,1%, sopra il limite considerato di sicurezza.

Non meglio la situazione sul fronte del debito, che continua ad aumentare anche a causa delle erogazioni legate al Superbonus, che secondo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgettici pesa per 40 miliardi nel 2026 e poi ci sarà la coda di 20 miliardi nel 2027”.

Secondo l’istituto di via Balbo, a fine 2025 il debito pubblico si è attestato a 3.096 miliardi di euro, pari al 137,1% del PIL. Nel 2024 era invece a 2.967 miliardi, ossia il 134,7% del PIL. In un anno, quindi, il rapporto debito/PIL è aumentato di 2,4 punti percentuali.

Numeri sostanzialmente in linea con quelli del Documento di finanza pubblica, che stima il debito al 137,1% nel 2025; e in rialzo negli anni successivi: al 138,26% nel 2026, al 138,5% nel 2027 e al 137,9% nel 2028.

Eurozona più stabile: deficit/PIL al 2,9%, ma debito in rialzo

A prescindere, rispetto all’anno precedente, il deficit è comunque calato in modo significativo: tra il 2020 e il 2024, infatti, il rapporto deficit/PIL è passato dal -10,8% del 2020, al -9,5% del 2021, al -8,1% del 2022, al -7,1% del 2023, fino ad arrivare al -3,4% del 2024.

C’è da dire però che il calo del rapporto deficit/PIL italiano si inserisce comunque in un contesto più ampio di miglioramento a livello europeo. Nell’area euro, secondo i dati EUROSTAT, il disavanzo è sceso dal 3,0% del 2024 al 2,9% nel 2025. Nell’Unione europea nel suo complesso, invece, il rapporto è rimasto stabile al 3,1%, invariato rispetto all’anno precedente.

Per quanto riguarda il rapporto debito pubblico/PIL, la dinamica è invece opposta: nell’area euro è salito dall’87,0% di fine 2024 all’87,8% nel 2025, mentre nell’UE è passato dall’80,7% all’81,7%.

Nel 2025, la maggior parte degli Stati membri ha registrato un disavanzo, con poche eccezioni in avanzo: Cipro (+3,4%), Danimarca (+2,9%), Irlanda (+1,8%), Grecia (+1,7%) e Portogallo (+0,7%). I deficit più elevati si sono osservati in Romania (-7,9%), Polonia (-7,3%), Belgio (-5,2%) e Francia (-5,1%). Nel complesso, 11 Paesi membri hanno registrato un disavanzo pari o superiore al 3% del PIL.

Sul fronte del debito, a fine 2025 i livelli più bassi sono stati registrati in Estonia (24,1%), Lussemburgo (26,5%), Danimarca (27,9%), Bulgaria (29,9%), Irlanda (32,9%), Svezia (35,1%) e Lituania (39,5%). Al contrario, 12 Stati membri hanno superato la soglia del 60% del PIL, con i valori più elevati in Grecia (146,1%), Italia (137,1%), Francia (115,6%), Belgio (107,9%) e Spagna (100,7%).

Deficit/PIL e debito Italia: i rischi per i possessori di certificati

Il fatto che il deficit resti sopra il 3% e che il debito continui a salire significa che in futuro investitori e possessori di certificati dovranno tenere alta l’attenzione sul rischio sovrano italiano, visto che è un elemento che tende a riflettersi sui rendimenti dei titoli di Stato e, a cascata, sulle condizioni di pricing dei certificati strutturati.

In uno scenario di finanza pubblica ancora sotto pressione, gli emittenti devono infatti incorporare un costo di funding più elevato, che può tradursi in strutture meno generose o in barriere più conservative rispetto alle fasi di maggiore stabilità fiscale.

Allo stesso tempo, il persistere di politiche fiscali espansive in Europa e livelli di debito elevati in diversi Paesi dell’area euro contribuisce a mantenere un contesto di tassi relativamente alti rispetto al passato, condizione che da un lato sostiene i rendimenti offerti dai certificati, ma dall’altro può aumentare la volatilità dei sottostanti e quindi il rischio di barriera.

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