Per il diciassettesimo mese consecutivo, la Cina ha deciso di mantenere totalmente invariati i tassi di riferimento sui prestiti.
Una mossa perfettamente in linea con le aspettative del mercato, dove gli operatori stimavano già che i vertici politici non avessero alcuna urgenza di far scattare un nuovo allentamento monetario, specialmente alla luce del solido risultato registrato dal PIL nel terzo trimestre. E anche dei nuovi acquisti di oro.
Nessuna fretta sui tassi: confermato il LPR per il 13esimo mese consecutivo
La People’s Bank of China (PBOC) ha confermato il Loan Prime Rate (LPR) a un anno al 3,00% e quello a cinque anni al 3,50%. La decisione era ampiamente annunciata dai numeri: in un sondaggio condotto da Reuters su ventidue partecipanti al mercato, nessuno degli intervistati aveva ipotizzato variazioni per uno dei due parametri.
I tassi primari si confermano così fermi da aprile 2025, ormai ben lontani dal 4,3% registrato a luglio 2019. Una stabilità prolungata che evidenzia la volontà di Pechino di non accelerare sul sostegno monetario rapido, concentrandosi piuttosto sulla riforma del quadro dei prezzi dei prestiti e sul miglioramento dei meccanismi di trasmissione della politica monetaria all’interno dell’economia reale.
Parallelamente alla decisione sui tassi, la banca centrale sta infatti valutando una revisione del proprio quadro operativo. L’ipotesi al vaglio è quella di adottare il tasso sulle operazioni pronti contro termine inverso overnight come perno principale della politica monetaria, così da rendere più diretta ed efficace la trasmissione delle scelte d’istituto al tessuto economico reale.
A ridurre l’urgenza di un intervento immediato contribuiscono anche i dati macroeconomici. Nel terzo trimestre, infatti, l’economia cinese ha segnato una crescita del 4,5% su base annua, superando le previsioni degli analisti e riducendo la pressione sul governo centralizzato per il raggiungimento degli obiettivi annuali di PIL.
Politica monetaria e riserve auree: la doppia rotta della Cina
Nel frattempo, la Cina porta avanti una massiccia campagna di accumulo di oro. La banca centrale ha continuato ad acquistare il metallo prezioso per ben ventitré mesi consecutivi, mentre il Paese nel suo complesso ne sta importando a volumi mai visti in passato.
Secondo i dati dell’Amministrazione statale dei cambi, la PBOC ha aggiunto circa 23 tonnellate solo a settembre, realizzando il singolo acquisto mensile più consistente da quasi tre anni a questa parte ed estendendo la serie positiva più lunga registrata almeno dal 2015.
Questa imponente accumulazione si inserisce nella più ampia strategia con cui Pechino punta a ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense. In quest’ottica si spiega anche la progressiva dismissione dei Titoli del Tesoro USA in mano cinese, la cui quota a luglio è scesa a 618 miliardi di dollari, toccando il livello più basso degli ultimi diciotto anni.
A spingere sulla domanda di lingotti contribuisce poi la carenza di alternative d’investimento ritenute sicure da parte della popolazione. Con un’economia nazionale che attraversa fasi di incertezza, sia le famiglie che le imprese in Cina si stanno rivolgendo all’oro come bene rifugio per eccellenza.
I dati doganali confermano il fenomeno: nei primi otto mesi del 2026 la spesa complessiva per le importazioni d’oro ha raggiunto la cifra record di 158,8 miliardi di dollari per un totale di oltre 1.000 tonnellate. Si tratta di un valore che polverizza quanto fatto nell’intero 2025, chiusosi con 886 tonnellate per un controvalore di 96,5 miliardi di dollari.
L’accumulo procede a ritmo sostenuto nonostante il recente ritracciamento delle quotazioni: a settembre i prezzi dell’oro sono scesi di oltre l’8% attestandosi a circa 4.176 dollari l’oncia, dopo aver toccato a gennaio il record di oltre 5.500 dollari.
Cina tra tassi di interesse e oro: a cosa devono fare attenzione i possessori di certificati
La decisione della banca centrale della Cina di non tagliare ulteriormente i tassi conferma che non c’è una spinta di stimolo monetario aggressivo a breve termine. Inoltre, la crescita al 4,5% garantisce un quadro di stabilizzazione e riduce il rischio di crolli disastrosi.
Insomma, buone notizie per investitori e possessori di certificati. Meno per quelli con sottostante l’oro: la presenza di un “paracadute” istituzionale rappresentato dagli acquisti cinesi limita il rischio di crolli a lungo termine, ma le fluttuazioni di breve restano marcate.
A prescindere, per investitori e possessori di certificati, conviene per il momento valutare le scadenze brevi rispetto a quelle lunghe: con tassi fermi e un PIL stabile ma non esplosivo, i certificati a cedola periodica (con effetto memoria) mantengono una buona attrattiva, a patto che il valore dei sottostanti rimanga al di sopra dei livelli trigger per il pagamento del premio.
Se si possiedono certificati su strumenti o indici cinesi espressi in moneta locale o dollari, occorre accertarsi che il certificato sia dotato dell’opzione Quanto, che neutralizza il rischio di cambio legato all’indebolimento del dollaro o alla fluttuazione dello yuan.


