Nuovo balzo in avanti per l’inflazione Eurozona, che a ottobre raggiunge quota 4%, il valore più alto da tre anni a questa parte.
Anche se in linea con le attese degli analisti, il dato diffuso da EUROSTAT rappresenta un ennesimo campanello d’allarme per l’Eurotower, e con molta probabilità spingerà la Banca Centrale Europea verso un nuovo aumento dei tassi nella riunione di dicembre.
Energia e carrello della spesa spingono l’inflazione Eurozona a ottobre 2026
L’accelerazione dell’indice dei prezzi al consumo nei 20 Paesi dell’area euro (salito al 4% su base annua dal 3,8% di settembre) trova la sua causa principale anche stavolta nel rincaro delle materie prime energetiche, esacerbato dalle tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran che impattano direttamente su un’area fortemente dipendente dalle importazioni.
I rincari attraversano però l’intero paniere di spesa. L’inflazione Eurozona nei servizi, la voce di maggior peso nei consumi, si attesta al 3,3% (dal 3,2% del mese precedente), mentre i beni industriali salgono all’1,2%. Non frena nemmeno il comparto alimentare, dove i prodotti freschi non trasformati registrano una crescita tendenziale del 4,6%.
Al di là del dato generale, gli osservatori guardano con attenzione all’inflazione core, calcolata al netto di alimentari ed energia: la componente di fondo resta ferma al 2,5%, confermando che al momento non si sono innescate pericolose spirali tra prezzi e salari (i cosiddetti second-round effects).
Nonostante l’assenza di effetti secondari sulle retribuzioni, l’attuale livello dell’inflazione Eurozona rafforzerà notevolmente le tesi rialziste dei falchi all’interno del Consiglio direttivo BCE. E questo perché “la banca centrale teme che più a lungo durerà lo shock energetico, maggiori saranno i rischi che pressioni inflazionistiche più ampie si consolidino“, ha affermato Nicola Nobile di Oxford Economics.
Tassi d’interesse: BCE, Fed e Bank of England pronte a nuove strette
E dire che nella scorsa riunione la BCE aveva lasciato i tassi invariati. Una scelta che guardava anche alle mosse di altri istituti come la FED, ma che oggi appare non molto lungimirante, se si pensa che un ampio fronte di governatori, inclusi i vertici della Bundesbank e della Banca d’Italia, fa intendere che la stretta di dicembre sia ormai scontata.
Dati ECB Watch alla mano: l’ipotesi di rialzo al 2,75% nella seduta di dicembre oggi è stimata all’89%. Addirittura il saggio di riferimento dovrebbe toccare il 3% in quella di marzo; tutto però dipenderà dalla prossima governance della banca centrale (Christine Lagarde si dimetterà entro febbraio 2027).
Non sarebbe comunque la sola ad alzare il tiro sui tassi di riferimento. Riporta Reuters, la Bank of England sarebbe pronta ad alzare il saggio di riferimento al 4% di fronte a un’inflazione britannica destinata a superare la medesima soglia all’inizio del prossimo anno. Non di meno la Federal Reserve: secondo il tool di CME Group l’ipotesi di un rialzo a 4,00% – 4,25% è dato oggi a quasi l’80%, con possibile nuovo scatto a marzo 2027.
Inflazione Eurozona, cosa devono fare i possessori di certificati in caso di rialzo dei tassi BCE
A prescindere, sui mercati finanziari si prefigurano dai due ai tre interventi di rialzo nel corso del prossimo anno, visto che l’inflazione Eurozona diffcilmente si riacquieterà verso la soglia target del 2% in pochi mesi.
Secondo i modelli previsionali della BCE, salvo miglioramenti improvvisi, l’inflazione rimarrà al di sopra dell’obiettivo del 4% per buona parte del primo semestre del 2027, prima di avviare una traiettoria di rientro verso target prossimi al 2%.
Per quanto riguarda il caso dei second-round effects, l’impatto reale sui listini dovrebbe manifesterarsi a partire dal mese di gennaio, quando le aziende aggiorneranno i propri listini commerciali.
Detto ciò, investitori e possessori di certificati devono fare attenzione all’andamento dei tassi, soprattutto per via dell’inevitabile concorrenza dei titoli di Stato di nuova emissione. A tal riguardo, conviene per ora ridurre l’esposizione a certificati con scadenze molto lunghe per limitare il rischio di tasso d’interesse, orientandosi su scadenze brevi o strumenti dotati di clausola autocall a soglia decrescente.
Ma soprattutto verificare se il flusso cedolare potenziale dei certificati in portafoglio sia in grado di compensare il tasso d’inflazione corrente e i premi per il rischio equity, valutando eventuali operazioni di switch verso emissioni di nuova creazione strutturate su tassi d’interesse aggiornati.








