Gas oltre i 96 euro: l’Europa trema per l’inverno, mentre le superpotenze si muovono

Continua la risalita del prezzo del gas, che raggiunge i massimi dal 2022, avvicinandosi pericolosamente al tetto dei 100 euro al Megawattora.

Con gli stoccaggi più bassi della media stagionale, l’energia in Europa rischia di trasformarsi in un grattacapo serio non solo per le tasche di famiglie e aziende, ma anche per i conti pubblici degli Stati, mentre le grandi potenze si muovono per accaparrarsi altri giacimenti globali per ovviare ai blocchi nello Stretto di Hormuz.

Prezzo del gas verso i 100 euro: rischio stoccaggio in Europa

Il prezzo del gas europeo è schizzato a 97 euro al megawattora in mattinata, un livello che non si vedeva dal 2022, per poi stabilizzarsi intorno ai 96 euro con un rialzo del 2,3% sul Ttf di Amsterdam. A pesare sul mercato ci sono i timori per un inverno difficile sul fronte dell’offerta e la situazione rovente in Medio Oriente, con tutte le incognite legate allo Stretto di Hormuz.

Ad esempio, gli stoccaggi nell’Unione Europea sono pieni solo al 75% circa, il punto più basso per questo periodo dell’anno dal 2009, con la Germania che naviga appena sopra il 61%. Mentre a ottobre le importazioni di GNL in Europa sono rimaste sotto i volumi dello scorso anno nonostante l’usuale aumento stagionale.

A tal riguardo, gli operatori prevedono un aumento della domanda per il riscaldamento nei prossimi giorni, visto l’arrivo del freddo sul continente, in un contesto in cui l’offerta globale è tirata e rischia di scontrarsi con la concorrenza dell’Asia per il GNL, complice anche l’asse stretto tra Cina e Russia.

Mosca e Pechino stringono l’asse sull’Artico

Proprio la scorsa settimana Mosca e Pechino hanno trovato un’intesa per spingere sul traffico merci lungo le rotte artiche, incrementare i collegamenti tra i rispettivi porti e intensificare la collaborazione per la costruzione di navi rompighiaccio.

La rotta del Mare del Nord diventa così un’alternativa molto appetibile, soprattutto ora che le tensioni in Medio Oriente rendono vulnerabili le vie marittime tradizionali. Stando ai dati di Fertmax FZCO, navigare tra l’Asia e l’Europa passando per la rotta del Mare del Nord potrebbe ridurre i tempi di viaggio a 18-22 giorni, cioè circa il 35% in meno rispetto ai 28-35 giorni necessari attraverso Suez.

Entrambe le superpotenze ricaverebbero dei sensibili benefici. Per la Russia, questa strada rappresenta la sponda ideale per dirottare le proprie forniture energetiche verso l’Asia, visto che le sanzioni occidentali sbarrano la strada ai mercati europei, come fanno notare gli analisti sentiti dalla CNBC. Per la Cina, invece, significa avere un’arteria commerciale in più per dipendere meno dai tradizionali colli di bottiglia marittimi.

Questo accordo tra l’altro arriva a stretto giro dalla nuova strategia artica presentata dall’Unione Europea per arginare l’avanzata di Mosca e Pechino nella regione. Una strategia che ha i suoi punti di forza nel rafforzamento della sorveglianza marittima e nello sviluppo di infrastrutture per collegare i traffici artici ai mercati europei.

Misure che, però, potrebbero non bastare a ribaltare i vantaggi strategici in mano a Mosca e Pechino. Come spiega Alicia Garcia-Herrero, economista capo per APAC e MEA di Natixis CIB, senza una scossa industriale forte e concreta, l’Europa può sì aumentare i costi burocratici e commerciali di quella rotta, ma non ha la forza per fermare o sostituire l’alleanza sino-russa che ormai la controlla.

Colpo di scena negli USA: accordo storico con il Qatar

Nel frattempo gli Stati Uniti compiono un’inversione a U, diventando fornitore del Qatar, suo principale concorrente.

Giovedì QatarEnergy ha chiuso un’intesa di lungo periodo con gli Stati Uniti: il colosso dell’export Cheniere Energy acquisterà 4 milioni di tonnellate di GNL all’anno fino al 2054, con prezzi agganciati all’indice americano Henry Hub più una quota fissa, e consegne previste a partire dagli anni Trenta. Il gas acquistato da Doha copre comunque meno dell’1% del mercato globale del GNL, che supera i 400 milioni di tonnellate.

Prima della crisi, il Qatar era il secondo esportatore mondiale di GNL subito dopo gli Stati Uniti. Da allora, però, le spedizioni sono crollate in seguito ai bombardamenti iraniani che, otto mesi fa, hanno colpito duramente il principale polo produttivo di Ras Laffan, mettendo fuori uso due linee e tagliando circa il 17% della capacità di export qatariota.

Il ministro dell’Energia del Qatar, Saad Sherida Al-Kaabi, ha fatto sapere che ci vorranno circa tre anni per rimettere a posto gli impianti danneggiati.

Gas baricentro dell’inverno: i rischi per i possessori di certificati

Un balzo del gas così violento e il clima di tensione geopolitica sono dei veri e propri campanelli d’allarme per investitori e possessori di certificati.

Perché se da una parte i certificati che hanno come sottostanti aziende energetiche o società legate al Gnl possono beneficiare di margini elevati legati ai prezzi alti, di contro il caro-energia rischia di strangolare i margini di profitto delle aziende manifatturiere, cicliche e industriali presenti in molti panieri.

A sua volta, l’avvicinamento alla soglia dei 100 euro per megawattora fa impennare la volatilità sui listini europei. Questo si traduce spesso in un calo di prezzo temporaneo per i certificati a capitale protetto o condizionatamente protetto, soprattutto se i sottostanti si avvicinano pericolosamente ai livelli di guardia delle barriere.

Pertanto, investitori e possessori di certificati farebbero bene a dare un’occhiata alla distanza tra i prezzi attuali dei titoli in portafoglio e le barriere protettive dei certificati, specie se dentro ci sono società particolarmente sensibili al costo dell’energia o utility europee.

Mantenere comunque la calma! Se i certificati hanno scadenze non imminenti e barriere profonde, meglio non vendere, e attendere che la fiammata del gas rientri nel corso della stagione.

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