Non un trimestre brillante per Kering, soprattutto a causa delle difficoltà incontrate dal suo marchio principale, Gucci.
Le vendite sottotono del brand fiorentino hanno spinto i risultati complessivi sotto le aspettative, innescando una serie di revisioni al prezzo obiettivo del titolo (e qualche commento vario).
Lusso in affanno: il nodo Gucci schiaccia i ricavi di Kering a 3,34 miliardi
Sebbene i dati siano risultati sostanzialmente in linea con il consenso, si è registrato un calo significativo per Gucci.
Il marchio, che genera circa la metà dell’utile operativo dell’intero gruppo, ha registrato nel terzo trimestre ricavi pari a 1,29 miliardi di euro. Si tratta di una flessione del 6% al netto dei cambi, un risultato decisamente inferiore rispetto alle stime elaborate dagli analisti.
A pesare maggiormente è stata la performance nei canali di vendita diretta al consumatore, dove il calo organico si è attestato al 9%, contro una flessione del 6% stimata dal consenso di mercato.
Per Gucci, spiega la società, il fatturato complessivo di 1,29 miliardi soffre il confronto con un periodo precedente particolarmente forte e sconta “un effetto novità meno marcato” rispetto ai mesi precedenti.
Guardando alle altre maison del gruppo, la rete di vendita al dettaglio (escludendo Gucci) ha mostrato una tenuta positiva con un incremento del 2%, sostenuto dal contributo costante di marchi come Saint Laurent, Bottega Veneta e Brioni.
Complessivamente, la divisione Fashion & Leather Goods di Kering ha chiuso il trimestre con 2,74 miliardi di euro di ricavi (-1%), con vendite retail in calo del 4% a perimetro costante, mentre il canale wholesale e le altre attività hanno segnato un +35%.
A livello consolidato, il fatturato totale del gruppo è arrivato a 3,34 miliardi di euro, segnando un flessione organica dell’1%.
Dal punto di vista geografico, se il Nord America si è confermato l’area più solida, le performance in Asia-Pacifico, e in particolare in Cina e Giappone, hanno risentito in modo evidente di un calo dell’affluenza nei negozi.
Trimestrale Kering, la debolezza di Gucci pesa sul gruppo: gli analisti tagliano le stime
Inevitabilmente, i dati non molto brillanti del terzo trimestre hanno spinto diverse case d’affari a rivedere al ribasso le proprie valutazioni su Kering.
Ad esempio, Barclays ha ridotto le stime evidenziando sia la debolezza di Gucci sia un clima di spesa più cauto per tutto il comparto del lusso. Jefferies ha abbassato il target price portandolo da 220 a 200 euro, scelta condivisa anche da JPMorgan che ha ridotto la propria stima da 215 a 200 euro. Anche Berenberg è intervenuta tagliando il prezzo obiettivo da 164 a 158 euro.
Di parere leggermente diverso gli analisti di Equita, che pur confermando una raccomandazione di attesa (hold) e un prezzo obiettivo di 267 euro, mettono in guardia sul fatto che l’assenza di segnali di ripresa immediati a ottobre potrebbe condizionare negativamente il titolo.
“Più in generale”, commenta la sim milanese, “il rilancio del gruppo rimane un percorso di medio termine, con discreta visibilità sui benefici della riorganizzazione (efficienze, sinergie, focus sull’execution) e la necessità invece di segnali più chiari sul rafforzamento di Gucci, reso anche più difficile dal contesto di mercato”.
Gucci rallenta e frena la corsa di Kering: cosa comporta per i possessori di certificati
Nonostante il trimestre non scoppiettante per via del brand fiorentino, la società non demorde e sottolinea l’impegno “a ripristinare lo slancio in Gucci, accelerare l’eccellenza del prodotto, realizzare il nostro piano d’azione in Cina, realizzare tutti i vantaggi della nostra piattaforma di gruppo e integrare una cultura di esecuzione in tutta l’organizzazione”.
In attesa dunque di nuovi miglioramenti, investitori e possessori di certificati devono comunque tenere d’occhio il titolo. La forte discesa delle quotazioni aumenta la pressione sui valori del titolo, avvicinandolo potenzialmente alle barriere di protezione del capitale o a quelle previste per l’incasso delle cedole. Inoltre, l’aumento della volatilità sul titolo tende a far scendere il prezzo di mercato del certificato stesso, anche se si si trova ancora al di sopra del livello barriera.
Detto ciò, conviene prima di tutto verificare la distanza attuale del valore di Kering dalle barriere (sia quelle periodiche per i premi, sia quella finale di protezione). Se le barriere sono ancora lontane e profonde, si può valutare di mantenere lo strumento incassando i flussi periodici, tenendo conto che i tempi di recupero del marchio potrebbero non essere brevi.
Se invece il titolo si trova molto vicino ai livelli critici, può essere utile valutare lo switch verso certificati con barriere più conservative o l’alleggerimento della posizione per evitare di esporsi a un eventuale riscatto finale a capitale non garantito.


