Non smette la discesa dell’oro, che scivola sotto la soglia psicologica dei 4.000 dollari l’oncia, tornando sui livelli che non si vedevano da novembre 2025.
Il metallo prezioso sta vivendo una delle fasi più difficili degli ultimi anni, mentre i mercati devono fare i conti con un’inflazione che resta elevata, rendimenti dei Treasury statunitensi in crescita e una Federal Reserve sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva.
La discesa arriva inoltre dopo un secondo trimestre particolarmente negativo e riflette un deciso cambiamento del sentiment degli investitori, sempre più orientati verso il dollaro e i settori tecnologici a discapito degli asset considerati rifugio.
Il prezzo dell’oro crolla dopo il peggior trimestre degli ultimi 13 anni
Nel corso della seduta il prezzo dell’oro spot è sceso fino a 3.960,30 dollari l’oncia, toccando i livelli più bassi degli ultimi otto mesi e rompendo per la prima volta quota 4.000 dollari dopo il peggior trimestre registrato negli ultimi tredici anni.
Successivamente il metallo ha recuperato terreno, risalendo dell’1,36% fino a 4.081,20 dollari, grazie alle dichiarazioni del presidente della Federal Reserve, secondo cui i rischi legati all’inflazione si sono parzialmente attenuati.
Nonostante il rimbalzo, il bilancio resta estremamente negativo. Dai massimi storici raggiunti a gennaio, l’oro ha perso quasi il 30% del proprio valore, mentre nel solo secondo trimestre il ribasso è stato di circa il 15%.
Ancora più significativo il dato di giugno, quando il metallo prezioso ha archiviato una perdita complessiva dell’11,7%, la peggiore performance mensile dal 2008.
La FED cambia strategia: il mercato ora teme nuovi rialzi dei tassi
A pesare è stato soprattutto il tono particolarmente aggressivo adottato dal nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, durante la sua prima riunione ufficiale, nella quale ha ribadito la necessità di mantenere alta l’attenzione sui rischi inflazionistici.
Dai verbali della riunione di giugno è emerso che diversi membri del Federal Open Market Committee ritengono opportuno procedere con almeno un rialzo dei tassi entro la fine dell’anno, ribaltando completamente le aspettative che fino a pochi mesi fa indicavano possibili tagli nel corso del 2026.
Anche il mercato sembra ormai credere a questo scenario. Secondo il CME FedWatch Tool, gli operatori attribuiscono una probabilità vicina al 67% a un rialzo dei tassi già entro il mese di settembre.
Parallelamente si è rafforzato anche il dollaro statunitense, con l’euro in calo dello 0,29% a 1,1386. Una valuta americana più forte rende l’oro più costoso per gli investitori che acquistano in altre divise, riducendone ulteriormente la domanda.
Gli investitori abbandonano l’oro e puntano sulla tecnologia
Oltre alla politica monetaria, sull’oro pesa anche un deciso cambio di preferenze da parte degli investitori. Gran parte dell’entusiasmo che aveva portato il lingotto al massimo storico di 5.589,38 dollari l’oncia a gennaio si è infatti progressivamente spostato verso il comparto tecnologico.
Nei sei mesi conclusi a giugno, secondo Barron’s, miliardi di dollari sono usciti dagli investimenti legati all’oro per confluire nei fondi dedicati ai produttori di semiconduttori e alle società dell’intelligenza artificiale.
Anche i dati del World Gold Council confermano questa tendenza. Le partecipazioni globali negli ETF sull’oro risultano diminuite di circa l’1,5% dall’inizio dell’anno, mentre i flussi registrati a maggio si sono praticamente azzerati.
Secondo il Consiglio, molti investitori “che non hanno colto il rialzo, o che avevano bisogno di tenere il passo con i benchmark, sembrano essere tornati verso settori rischiosi come la tecnologia”.
Le banche centrali continuano però a comprare oro
Nonostante la forte correzione, diversi analisti ritengono che alcuni dei principali fattori di sostegno all’oro rimangano ancora presenti. Tra questi, Ewa Manthey, strategist delle materie prime di ING, che in una recente nota ha sottolineato come la recente debolezza rifletta soprattutto il nuovo contesto di tassi più elevati e condizioni finanziarie più restrittive, piuttosto che un cambiamento strutturale della domanda.
“La svendita potrebbe apparire sorprendente data la continua incertezza geopolitica e i continui acquisti da parte delle banche centrali”, ha dichiarato Manthey. “Tuttavia, la debolezza dell’oro evidenzia la misura in cui i mercati hanno spostato la loro attenzione dalla domanda di beni rifugio verso le implicazioni di tassi di interesse più elevati“.
Nel primo trimestre le banche centrali hanno infatti aggiunto 244 tonnellate di oro alle proprie riserve, mentre la Cina ha esteso a 19 mesi consecutivi la propria serie di acquisti netti, proseguita anche a maggio. Anche le prospettive di lungo periodo restano positive. Secondo i sondaggi del World Gold Council, circa l’84% delle banche centrali mondiali prevede di aumentare ulteriormente le proprie riserve auree nei prossimi cinque anni.
Per questo motivo ING ha rivisto le proprie stime di breve termine senza modificare la visione di fondo: la banca prevede un prezzo medio dell’oro pari a 4.300 dollari l’oncia nel terzo trimestre, destinato a salire fino a circa 4.600 dollari nell’ultima parte dell’anno.
Oro in caduta libera: cosa devono fare i possessori di certificati
Oro in calo tra FED verso rialzi, svendite di ETF e rafforzamento del dollaro. Un mix abbastanza infelice per investitori e possessori di certificati, che devono mettersi in guardia in questa fase delicata del dollaro.
Anche perché vendere non sembra la soluzione più vincente: l’oro rimane di gran lunga l’asset class preferita da Swisscanto, al punto che quasi il 90% degli intervistati non prevede ulteriori cali significativi dei prezzi nella seconda metà dell’anno.
Meglio dunque aspettare. In un contesto caratterizzato da forte volatilità e dall’incertezza sulle prossime mosse della Federal Reserve, gli investitori dovrebbero semmai verificare attentamente le caratteristiche del proprio certificato, monitorare l’eventuale distanza dalle barriere e valutare se il prodotto rimane coerente con i propri obiettivi di investimento.
Chi punta però su un recupero dell’oro nel medio-lungo periodo farà meglio evitare decisioni dettate dall’emotività, considerando che gli acquisti delle banche centrali e le stime di alcuni analisti continuano a indicare uno scenario potenzialmente più favorevole nei prossimi trimestri.

