Si sgonfia la bolla dell’oro che per mesi ha alimentato timori tra investitori e analisti. Se a gennaio il metallo prezioso sembrava ormai diretto verso quota 6.000 dollari l’oncia, oggi ha toccato un nuovo minimo da inizio anno, scendendo fino a quasi 4.000 dollari. A contribuire al crollo la situazione altalenante sullo stretto di Hormuz, nonché le dinamiche hawkish delle banche centrali, tra tassi di interesse e acquisti di nuovo metallo pregiato.
Oro in caduta libera: torna sotto i 4.000 dollari
L’oro è sceso fino a quasi 4.000 dollari l’oncia dopo lo scambio di attacchi tra Stati Uniti e Iran nel Golfo Persico, un’escalation che ha messo sotto pressione il cessate il fuoco. Proprio quel fragile equilibrio aveva contribuito, la settimana precedente, a far scendere i prezzi dell’energia ai livelli prebellici e a raffreddare le aspettative di nuovi rialzi dei tassi d’interesse.
In particolare, l’oro spot è sceso dello 0,6% a 4.062,47 dollari, dopo che, a seguito di una serie di attacchi “occhio per occhio” nel fine settimana, le due parti hanno concordato di interrompere gli attacchi e di incontrarsi martedì a Doha.
Si tratta comunque dell’ennesimo calo del prezzo per il metallo prezioso, che ha già perso circa il 23% dai massimi successivi agli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran a fine febbraio. In quella fase, l’aumento dei prezzi energetici aveva spinto l’inflazione e alimentato l’ipotesi di politiche monetarie più restrittive da parte delle banche centrali, fattore negativo per un asset non remunerativo come l’oro.
FED e inflazione: il vero freno al ruolo di bene rifugio
Come l’argento, anche l’oro aveva registrato nel 2025 performance eccezionali, con un rialzo rispettivamente del 66% e del 135% nel corso dell’anno. Il movimento rialzista è proseguito anche nelle prime fasi del 2026, ma il mercato ha rapidamente mostrato segni di forte volatilità. Già a fine gennaio lo status di bene rifugio dell’oro era stato messo in discussione dopo lo scoppio del conflitto tra Stati Uniti e Iran a febbraio.
Ora che il conflitto si avvicina a una (possibile) tregua, l’attenzione dei mercati si sta ora concentrando sull’andamento dell’inflazione e sulla possibile traiettoria delle banche centrali, in particolare della Federal Reserve.
A sostenerlo sono gli analisti di Macquarie, secondo cui “l’apparente fine del conflitto in Medio Oriente, unita a una Fed più aggressiva, ha causato un calo dei prezzi”, mentre il ruolo dell’oro come bene rifugio si sarebbe indebolito insieme alla prospettiva di tassi più alti e di un dollaro più forte. Gli analisti hanno inoltre evidenziato come un ulteriore rialzo dei tassi nel quarto trimestre sia ormai pienamente scontato dai mercati. A detta della banca d’affari, sotto la guida del nuovo presidente Kevin Warsh, la banca centrale avrebbe il potenziale per “far deragliare o sostenere i prezzi dell’oro“.
Nel frattempo, molti investitori avrebbero realizzato profitti spostando capitali verso il mercato azionario, creando però spazio per un possibile rientro sull’oro in caso di shock macroeconomici significativi. Come ad esempio una nuova fiammata inflazionistica.
Banche centrali ancora protagoniste: l’oro resta strategico
In sostanza, l’oro è “ancora in gioco” nonostante una serie di difficoltà. Come appunto l’inflazione, a detta di Guy Adami, co-fondatore di RiskReversal Media e trader del programma “Fast Money”.
Invervistato dalla CNBC, Adami ha affermato di ritenere ancora centrale il tema dell’inflazione e di aspettarsi un possibile rialzo dei tassi d’interesse. Ha inoltre osservato che il metallo prezioso ha perso circa il 24% rispetto ai massimi storici, definendo “non sostenibile” l’idea di un nuovo rally immediato, pur mantenendo la convinzione che le banche centrali “continueranno ad aumentare le loro posizioni e che l’oro continuerà a essere in gioco per il resto dell’anno“.
Il riferimento è all’indagine annuale del World Gold Council sulle riserve auree delle banche centrali, pubblicata la scorsa settimana. Secondo il report, quasi il 90% degli intervistati si aspetta un aumento delle riserve globali nel prossimo anno, confermando il ruolo dell’oro come copertura contro inflazione e rischi geopolitici.
Oro, è finita la corsa? Cosa rischiano i possessori di certificati
Non è la classica dinamica del prezzo spot, anzi la situazione è decisamente complessa, e ad alto rischio di volatilità per investitori e possessori di certificati. E già quella registrata nelle ultime settimane può infatti amplificare gli effetti dei prodotti strutturati, soprattutto quelli a leva o con barriera.
E tra banche centrali pronte a nuovi rialzi e tensioni geopolitiche intermittenti, per investitori e possessori di certificati conviene ora monitorare non solo il prezzo dell’oro, ma anche la struttura del singolo strumento: livello barriera, scadenza, leva effettiva e condizioni di rimborso.
In fasi di correzione come quella attuale, il trend vorrebbe una riduzione dell’esposizione più aggressiva o un ribilanciamento del portafoglio verso strumenti meno sensibili alla volatilità di breve periodo. L’essenziale è comunque mantenere eventualmente una quota sull’oro come copertura strategica.

