Anche se l’intesa tra Stati Uniti e Iran resta ancora incompleta e potenzialmente soggetta a nuovi stop, il mercato del petrolio sta vivendo una fase di progressivo raffreddamento, con le quotazioni in discesa grazie anche alla parziale riapertura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale.
Ma ora c’è da chiedersi: fino a che punto potrà proseguire la discesa del petrolio? E quali scenari si aprono nei prossimi mesi per il mercato energetico internazionale?
Dal picco di 120 dollari alla discesa: come cambia il petrolio globale
Nelle ultime ore, il prezzo del petrolio è tornato a ridosso dei livelli precedenti allo scoppio della crisi in Medio Oriente. Nella mattinata del 25 giugno, il Brent è sceso fino a 72,44 dollari al barile, scivolando sotto i 72,48 dollari registrati il 27 febbraio, alla vigilia dei raid di Washington contro Teheran.
Il movimento ribassista è stato sostenuto dalla ripresa, seppur ancora parziale, del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz e dalla decisione degli Stati Uniti di sospendere alcune sanzioni sul petrolio iraniano. Il segretario all’Energia statunitense Chris Wright ha dichiarato che tra martedì e mercoledì sono transitate 72 navi, per un totale di circa 20 milioni di barili, pari a un quinto del consumo giornaliero globale.
Pertanto, il picco registrato a fine marzo, quando il Brent si era avvicinato ai 120 dollari al barile, appare oggi lontano. E qui la prima domanda: che direzione prenderà il petrolio?
Diversi analisti hanno già espresso le proprie stime. Ad esempio, JP Morgan ha rivisto al ribasso le stime sul petrolio per la seconda metà del 2026, citando un calo meno marcato delle scorte e una domanda più debole del previsto. La banca d’affari ora si attende che il Brent si attesti in media a 86 dollari al barile nel terzo trimestre, a 80 dollari nel quarto trimestre e scenda ulteriormente fino a 78 dollari entro fine 2026.
Rischi futuri e produzione globale: cosa aspettarsi nei prossimi 12 mesi
E poi la seconda domanda: come si svilupperà il tutto nei prossimi mesi? Perché, nonostante il ritorno alla normalità apparente, diversi analisti invitano alla cautela. Francis Osborne, in un’analisi al Financial Times, ha sottolineato che le quotazioni attuali non riflettono ancora i rischi di medio periodo, che restano concreti.
Come ad esempio la gestione dei flussi logistici: circa 100 milioni di barili risultano ancora in attesa di essere movimentati dallo Stretto. Una riapertura totale e immediata potrebbe creare difficoltà operative e un eccesso di offerta temporaneo.
Infatti, l’Agenzia internazionale dell’energia, nel report di giugno, ha evidenziato che una normalizzazione completa potrebbe generare nel 2027 un surplus di offerta tale da esercitare forte pressione al ribasso sui prezzi, costringendo i produttori a ridurre la produzione.
Detto ciò, secondo le stime, servirà almeno un anno per riportare Iran e Paesi del Golfo Persico ai livelli produttivi precedenti. Le infrastrutture energetiche dovranno essere riparate dopo i danni subiti, mentre il settore iraniano (già indebolito dalle sanzioni) dovrà ricostruire capacità produttiva e di stoccaggio, dopo aver operato a lungo in condizioni di saturazione.
Petrolio in calo nel 2026? Cosa devono aspettarsi i possessori di certificati
Aumento della volatilità, e anche una possibile fase di ricalibrazione dei prezzi: in pratica questi sono i due punti chiave di questo nuovo scenario, che investitori e possessori di certificati dovranno tenere conto nei prossimi mesi.
Chi infatti punta al rialzo potrebbe vedersi disattese le proprie aspettative, visto che il calo del Brent (se confermato in futuro come stimano gli analisti) andrà comunque a comprimere il valore dei sottostanti, soprattutto nei prodotti a leva o a capitale condizionatamente protetto.
Ma mai dire mai. A prescindere, in questa fase, la priorità diventa monitorare attentamente la struttura dei certificati, in particolare: livello di barriera, distanza dai prezzi attuali del sottostante e scadenza. Nei prodotti più sensibili ai movimenti del petrolio, una discesa prolungata potrebbe infatti aumentare il rischio di eventi barriera o di riduzione dei rendimenti attesi.
Per i profili più prudenti, può risultare utile ridurre l’esposizione ai prodotti più direzionali o a leva elevata, mentre per chi mantiene una visione di medio periodo sul settore energetico diventa centrale valutare ingressi graduali.


