Privatizzazione MPS, lo Stato prepara l’uscita finale dal capitale

Lo Stato italiano va avanti nella privatizzazione delle quote ancora detenute dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF). Tra i dossier più rilevanti spicca Banca Monte dei Paschi di Siena, che, dopo anni di nazionalizzazione, si prepara a tornare totalmente privata con l’ultimo atto della sua privatizzazione.

Privatizzazione MPS, l’ultimo atto del salvataggio pubblico

Il rapporto tra Banca Monte dei Paschi di Siena (MPS) e lo Stato italiano prende avvio nel 2017, con il programma di ricapitalizzazione precauzionale, un intervento di salvataggio che ha permesso alla banca di evitare il bail-in, con possibili conseguenze disastrose per l’istituto, per l’economia italiana e, forse, per la stabilità dell’euro.

Autorizzata dalla Banca Centrale Europea (BCE), l’operazione ha consentito allo Stato di entrare nel capitale di MPS tramite un aumento di capitale riservato, sottoscrivendo circa 5,4 miliardi di euro di aumento di capitale e arrivando a detenere circa il 68% della banca.

Si trattava di una misura di salvaguardia, mentre MPS riorganizzava i propri bilanci e tornava progressivamente a generare utili. Negli anni successivi, la banca ha ricominciato a macinare profitti, arrivando a operazioni un tempo impensabili, come la scalata e l’acquisizione di Mediobanca, completata a settembre e ufficializzata questo mese.

Parallelamente, il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) ha iniziato a ridurre la propria presenza nel consiglio di amministrazione, avviando la graduale dismissione della partecipazione statale. Un processo destinato a completarsi nel tempo, ma che nel frattempo garantisce alle casse pubbliche un ritorno economico significativo.

Privatizzazione MPS, il lungo addio dello Stato: già incassati 2,7 miliardi

Negli anni lo Stato ha progressivamente recuperato parte dei fondi pubblici impiegati nel salvataggio di Banca Monte dei Paschi di Siena. La cessione in tre tranche del 52,5% del capitale tra il 2023 e il 2024 ha infatti ridotto la partecipazione pubblica dal 68% all’11,2%, generando entrate per circa 2,7 miliardi.

L’ultima riduzione della quota è arrivata in seguito all’offerta pubblica di acquisto su Mediobanca, operazione che ha portato la partecipazione del Tesoro dall’11,7% al 4,9%. La quota è destinata a scendere ulteriormente, fino a circa il 4,5%, una volta completata la fusione della merchant bank nella capogruppo, prevista per il terzo trimestre dell’anno.

Dalla chiusura dell’OPS, la quota di partecipazione si è apprezzata, trainata dai massimi storici del titolo MPS registrati a inizio anno. Il valore stesso della quota avanzata, stimato intorno a un miliardo di euro, rimane significativo nonostante i ribassi dell’ultima settimana, provocati dall’esclusione del CEO Luigi Lovaglio dalla lista del consiglio di amministrazione.

Tra l’altro, gli affari potrebbero proseguire con un’ulteriore accelerazione sulle uscite, sostenuta da valutazioni del settore ancora elevate (redditività elevata, ROE al 22,1% in linea con le maggiori banche italiane) nonostante il progressivo riallineamento dei tassi di interesse.

Privatizzazione MPS, il Tesoro verso l’ultima cessione: le ipotesi

Dal Governo hanno però lasciato intendere che la presenza dello Stato in MPS non durerà a lungo. Lo stesso premier Giorgia Meloni, a fine febbraio, ha dichiarato che “il ruolo del governo” nella banca “è terminato“, suggerendo che potrebbe essere giunto il momento di completare la privatizzazione MPS.

Difficile dire quando potrebbe accadere, e in che modo. Secondo gli analisti, il MEF potrebbe muoversi dopo lo stacco cedola del prossimo 18 maggio, che garantirà all’azionista pubblico ulteriori 128 milioni, e prima del closing della fusione tra i due istituti. A supporto di questa ipotesi, il Tesoro non parteciperà al rinnovo dei vertici nell’assemblea del 15 aprile; nel precedente giro di nomine, infatti, aveva designato 12 consiglieri su 15, tra cui il presidente Nicola Maione e il CEO Luigi Lovaglio.

Per quanto riguarda il “come” della cessione, la dismissione della quota finale potrebbe avvenire tramite un nuovo collocamento sul mercato, seguendo il modello delle operazioni precedenti. Ipotizzando che i prezzi rimangano stabili e che alla vendita venga applicato uno sconto tra il 2,5 e il 5%, il MEF potrebbe incassare oltre 900 milioni di euro.

Privatizzazione MPS, cosa cambia per i possessori di certificati

La completa privatizzazione MPS rappresenterà una svolta significativa non solo per la banca, ma anche per gli investitori e per chi detiene certificati collegati al titolo.

Finora la presenza dello Stato come azionista di maggioranza ha svolto, di fatto, una funzione di garanzia implicita, contribuendo a contenere la volatilità del titolo e offrendo una certa stabilità ai prezzi dei certificati legati alle azioni dell’istituto. Allo stesso tempo, però, l’uscita del Tesoro potrebbe aprire una nuova fase per il mercato. La maggiore libertà del titolo e la liquidità generata dalle operazioni di collocamento sul mercato potrebbero infatti aumentare l’appeal per gli investitori privati, favorendo un possibile apprezzamento delle azioni sottostanti e, di conseguenza, sostenendo anche il valore dei certificati collegati.

A rafforzare questo scenario si aggiunge la presenza di alcuni appuntamenti chiave nei prossimi mesi, come lo stacco della cedola previsto per maggio e il progetto di fusione con Mediobanca. Eventi di questo tipo possono rappresentare veri e propri catalizzatori di mercato, con il potenziale di incidere positivamente sui rendimenti dei certificati.

Resta comunque fondamentale una valutazione attenta del rapporto tra opportunità e rischio. La progressiva uscita dello Stato implica infatti una riduzione di quella rete di protezione implicita che finora ha accompagnato il titolo. Gli investitori dovranno quindi monitorare con attenzione anche le evoluzioni della privatizzazione MPS sul fronte della governance e delle strategie industriali, soprattutto alla luce dell’assenza del Tesoro nel prossimo rinnovo dei vertici.

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