Eurozona più solida del previsto: inflazione in calo, disoccupazione stabile e la BCE riflette sui tassi

L’economia dell’Eurozona continua a mostrare segnali di tenuta nonostante uno scenario internazionale ancora caratterizzato da forti tensioni geopolitiche e incertezze economiche.

Gli ultimi indicatori macroeconomici delineano infatti un quadro nel complesso stabile: la disoccupazione resta sui minimi degli ultimi anni, l’attività economica torna sopra la soglia di espansione grazie al recupero della manifattura, mentre l’inflazione rallenta più del previsto, elemento quest’ultimo che sarà decisivo nelle prossime decisioni della Banca Centrale Europea in materia di politica monetaria.

Disoccupazione stabile e PMI ancora resilienti nell’Eurozona: i dati EUROSTAT e S&P Global

Il mercato del lavoro dell’Eurozona continua a dimostrarsi solido. Secondo gli ultimi dati pubblicati da EUROSTAT, a maggio 2026 il tasso di disoccupazione destagionalizzato dell’area euro si è attestato al 6,2%, invariato rispetto ad aprile ma in lieve miglioramento rispetto al 6,3% registrato nello stesso mese del 2025.

Anche nell’intera Unione europea il dato è rimasto stabile al 5,9%, in calo rispetto al 6,0% di maggio dello scorso anno, confermando una progressiva riduzione della disoccupazione nonostante il rallentamento dell’economia europea.

Indicazioni incoraggianti arrivano anche dall’indagine S&P Global PMI, che fotografa una sostanziale stabilizzazione dell’attività economica al termine del secondo trimestre dell’anno. L’indice destagionalizzato PMI della Produzione Composita è salito a 50 punti a giugno, in netto recupero rispetto ai 48,5 di maggio.

A trainare il miglioramento è stata soprattutto la ripresa del settore manifatturiero, che ha compensato la debolezza del comparto terziario. Quest’ultimo resta infatti in territorio di contrazione con un indice pari a 49,4 punti, in aumento rispetto ai 47,7 di maggio, ma ancora sotto la soglia della crescita per il terzo mese consecutivo.

Un elemento particolarmente significativo emerso dall’indagine riguarda inoltre l’inflazione dei costi. Nel settore dei servizi è stato registrato il calo più marcato dall’inizio della serie storica nel 1998, fatta eccezione per il periodo straordinario dei lockdown del 2020. Anche i prezzi di acquisto delle imprese continuano a crescere, ma con l’incremento più contenuto degli ultimi quattro mesi, pur restando superiori alla media storica.

Inflazione sotto le attese: cresce l’ipotesi di una pausa della BCE

Proprio l’andamento dell’inflazione rappresenta oggi il principale elemento osservato dai mercati in vista delle prossime decisioni della BCE. Secondo la stima preliminare diffusa da EUROSTAT, a giugno l’inflazione nell’Eurozona è scesa al 2,8%, un dato inferiore sia alle aspettative degli analisti, ferme al 3,0%, sia al 3,2% registrato nel mese di maggio.

Nonostante il rallentamento, il livello dei prezzi resta comunque superiore all’obiettivo di medio termine fissato dalla BCE al 2%, ma il dato conferma che il processo di disinflazione prosegue con maggiore intensità rispetto alle attese.

Il tema resta particolarmente delicato perché solo il mese scorso la BCE aveva deciso di aumentare i tassi d’interesse di 25 punti base, portandoli al 2,25%, come risposta alle tensioni energetiche originate dal nuovo shock in Medio Oriente. Ora, però, il raffreddamento dell’inflazione complessiva e di quella core potrebbe ridurre la necessità di un nuovo intervento già nella riunione del 23 luglio.

Secondo Tomas Dvorak, economista senior di Oxford Economics, “il calo dell’inflazione è sufficientemente diffuso da dissipare i timori relativi agli effetti di secondo ordine e rafforza la nostra convinzione che la BCE manterrà invariati i tassi nella riunione di luglio“.

Anche gli analisti di Morgan Stanley ritengono che il rallentamento superiore alle attese osservato a giugno possa abbassare leggermente la soglia necessaria affinché la banca centrale scelga di mantenere invariati i tassi anche nella riunione di settembre.

Eurozona e BCE: cosa devono fare i possessori di certificati

Nonostante questo scenario più favorevole per l’Eurozona, i mercati non hanno modificato in modo significativo le proprie aspettative. Gli operatori continuano infatti a scontare la possibilità che la BCE proceda comunque a un ulteriore rialzo dei tassi di 25 punti base entro la fine del 2026, segno che il percorso verso un’inflazione stabilmente al 2% viene ancora considerato tutt’altro che concluso.

Proprio per questo, investitori e possessori di certificati dovrebbero seguire con attenzione le prossime riunioni della BCE, e al tempo stesso verificare periodicamente la distanza dei sottostanti dalle eventuali barriere e valutare se la struttura del proprio investimento rimane coerente con lo scenario atteso.

Perché da una parte un’inflazione in rallentamento e una BCE orientata a prendersi una pausa sui tassi potrebbero favorire un miglioramento del sentiment sui mercati azionari e obbligazionari. Dall’altro però, un eventuale rialzo dei tassi di interesse potrebbe portare a una svalutazione: i certificati che pagano un tasso fisso (cedole) rischiano di diventare meno competitivi rispetto alle nuove obbligazioni o ai conti deposito che beneficiano dei tassi BCE più alti. Di conseguenza, il loro valore di mercato può subire un calo, specialmente se le scadenze sono lunghe.

Comments are closed