Petrolio in altalena, tra tregua fragile e rinnovate tensioni USA-Iran

La tregua è durata poco, e così il calo dei prezzi del petrolio. Dopo un rapido calo che ha portato il Brent da oltre 100 dollari fino all’area dei 70 dollari, il petrolio è tornato a salire in seguito all’annullamento improvviso nel weekend dei colloqui a Bürgenstock, in Svizzera.

A riaccendere le tensioni sono i nuovi contrasti tra Stati Uniti e Iran, anche se le parti continuano a mantenere un canale negoziale aperto per non compromettere i progressi sul cessate il fuoco. Infatti oggi la situazione è un po’ più distesa, ma rimane comunque l’incognita: quanto durerà questa quiete prima di una nuova tempesta?

Stretto di Hormuz, traffico record e nuova incertezza sul transito

Stamane i mediatori hanno comunicato che alti funzionari statunitensi e iraniani hanno concluso in Svizzera il primo round di colloqui basato sul memorandum d’intesa raggiunto la scorsa settimana, con l’obiettivo di estendere il fragile cessate il fuoco per almeno altri 60 giorni, nel tentativo di consolidare una tregua ancora esposta a possibili rotture.

Arrivano inoltre segnali positivi dallo Stretto di Hormuz: stando a quanto riferito dal vicepresidente USA J.D. Vance, delle petroliere avrebbero attraversato lo Stretto di Hormuz durante la notte, per un totale superiore a 12 milioni di barili di petrolio, il volume più alto dall’inizio del conflitto (e vicino ai livelli pre-bellici, circa 14 milioni di barili).

Ma questo prima della nuova chiusura dello Stretto, annunciata dall’Iran per via delle presunte violazioni all’accordo di pace provvisorio. Infatti, al netto dei progressi, la situazione resta tutt’altro che definita. 

L’apparente avanzamento diplomatico ha comunque avuto un effetto immediato sui mercati. Il Brent ha invertito la rotta, scendendo del 2,5% fino a sotto quota 79 dollari al barile. Sul fronte statunitense, i futures del West Texas Intermediate si sono attestati a 76,53 dollari al barile, in calo di 7 centesimi in vista della scadenza del contratto prevista per oggi.

Analisti scettici: la riapertura dello Stretto non basta a riequilibrare il mercato

Gli occhi sono dunque di nuovo sullo Stretto di Hormuz, nella speranza che si riapra di nuovo e permetta il transito a pieno regime delle petroliere, così da riportare i valori di Brent e WTI a quelli pre-guerra.

Un’ipotesi ottimistica, che però non trova molto riscontro tra gli analisti, che anzi sostengono come la riapertura dello stretto non risolverà comunque l’enorme interruzione delle forniture causata dal conflitto, e che dunque il mercato dovrà fare i conti con un deficit di scorte che emergerà più chiaramente entro fine anno.

Proprio questo scenario che metterà sotto pressione anche settori come quello dell’equity energetico europeo, infatti di recente Morgan Stanley ha rivisto al ribasso la propria posizione sull’equity, declassandolo a “equal-weight” da “overweight”. Una decisione, riferisce la banca d’affari, motivata dalla riapertura parziale dello Stretto di Hormuz, ma anche da un deterioramento strutturale delle prospettive di utili del settore.

Secondo l’analisi storica della banca sui principali shock geopolitici (embargo petrolifero del 1973, guerra del Golfo, Iraq, conflitto Russia-Ucraina…), i titoli energetici “tendono a sottoperformare costantemente l’indice dopo il superamento del picco dei prezzi del petrolio guidato dalla geopolitica”. Un modello che, secondo gli strategist, starebbe replicandosi anche nell’attuale fase, con una performance relativa già in indebolimento dopo il picco dei prezzi. Le previsioni indicano inoltre un Brent “fondamentalmente ancorato a circa 80 dollari al barile dal quarto trimestre fino al 2027”, elemento che giustifica il nuovo orientamento neutrale della banca.

A fronte di quanto detto, Morgan Stanley ha escluso sei titoli energetici dalla propria selezione top 50 del modello settoriale (TotalEnergies, Aker BP, Repsol, OMV, Tenaris e Neste) sostituendoli con tre banche, due utility e un titolo legato al rame.

Petrolio tra tregua e analisti: rischio volatilità per i possessori di certificati

Con la tregua si sperava nel ritorno della stabilità, di prezzi più contenuti e quindi in un rischio più contenuto di volatilità. Invece, la situazione odierna del petrolio non è solo all’insegna della fluttuazione continua dei mercati, ma anche della compressione del rendimento potenziale nel medio periodo.

I movimenti repentini del Brent e del WTI, guidati più da fattori geopolitici che da dinamiche strutturali della domanda, potrebbero influenzare in modo diretto le barriere e le soglie di autocall dei certificati, aumentando il rischio di oscillazioni improvvise del valore e riducendo la prevedibilità dei flussi cedolari.

In questo contesto, più che inseguire movimenti tattici di breve periodo, conviene (man)tenere un approccio prudente: ridurre l’esposizione concentrata sul settore energetico, valutare la diversificazione verso sottostanti meno sensibili agli shock geopolitici e prestare attenzione alla qualità delle barriere di protezione, privilegiando strutture più difensive rispetto a quelle puramente speculative.

Comments are closed