Dopo mesi in cui i mercati hanno alternato aspettative di nuovi rialzi dei tassi di interesse e speranze di una graduale riduzione del costo del denaro, lo scenario sembra orientarsi verso una fase di maggiore stabilità. Le principali banche centrali continuano infatti a monitorare con attenzione inflazione, crescita economica e mercato del lavoro, evitando decisioni affrettate che potrebbero compromettere l’equilibrio raggiunto negli ultimi mesi.
Una dinamica ormai sempre al centro delle stime di diversi analisti, come quelli di JPMorgan, secondo cui i tassi di interesse potrebbero rimanere sostanzialmente invariati ancora per diverso tempo. Una previsione che si discosta da parte delle attese del mercato e da quelle formulate da altri analisi.
JPMorgan: i dati economici non giustificano nuovi rialzi dei tassi di interesse dalle banche centrali
Alla base della visione di JPMorgan c’è la convinzione che l’economia globale stia attraversando una fase relativamente stabile. Secondo la banca, il forte calo registrato nei prezzi del petrolio e delle altre materie prime ha contribuito ad attenuare le pressioni inflazionistiche, anche se gli sviluppi più recenti legati alle tensioni nel Golfo Persico hanno riportato qualche elemento di incertezza sul fronte energetico.
Karen Ward, responsabile delle strategie di mercato per l’area EMEA di J.P. Morgan Asset Management, ha spiegato al Sole 24 Ore che gli attuali dati macroeconomici non sembrano sufficienti a giustificare un nuovo rialzo dei tassi, né negli USA né in Europa.
Guardando agli Stati Uniti, Ward evidenzia come il mercato del lavoro mostri segnali di rallentamento e non rappresenti un elemento tale da richiedere un ulteriore irrigidimento della politica monetaria. Anche sul fronte dell’inflazione le prospettive appaiono più favorevoli: secondo la manager, l’indice generale dei prezzi dovrebbe diminuire piuttosto rapidamente grazie soprattutto all’effetto del calo dei prezzi della benzina e dell’energia, un fenomeno destinato a manifestarsi con maggiore intensità negli Stati Uniti rispetto all’Europa.
Per quanto riguarda l’Eurozona, Ward ritiene che anche la BCE possa mantenere un atteggiamento attendista. La prevista diminuzione dell’inflazione headline rappresenterebbe infatti un elemento sufficiente per consentire al Consiglio direttivo dell’Eurotower di continuare a monitorare la situazione senza intervenire immediatamente con nuove strette monetarie.
ING invita alla prudenza: il rischio inflazione non è ancora scomparso
Le valutazioni di JPMorgan trovano solo un riscontro parziale nell’analisi di Carsten Brzeski, responsabile globale della macroeconomia di ING Think, almeno per quanto riguarda Eurolandia.
Secondo l’economista, le prospettive di crescita dell’Eurozona rimangono orientate al ribasso e la BCE appare oggi meno preoccupata rispetto al passato per gli effetti economici derivanti da un eventuale nuovo shock sui prezzi dell’energia.
Brzeski osserva inoltre che il rallentamento dell’inflazione registrato a giugno, insieme al precedente calo delle quotazioni del petrolio, potrebbe aver spinto alcuni membri della BCE a interrogarsi sull’effettiva necessità del rialzo dei tassi deciso a giugno.
Allo stesso tempo, però, ING invita a non abbassare la guardia. Il recente recupero dei prezzi del petrolio, favorito dalle rinnovate tensioni in Medio Oriente, dimostra infatti come il percorso di discesa dell’inflazione sia ancora esposto a diversi fattori di rischio.
Anche nello scenario più favorevole elaborato dalla BCE, infatti, l’inflazione di fondo potrebbe comunque risalire fino al 2,6% su base annua entro la fine dell’anno. Per questo motivo, secondo ING, una parte significativa del Consiglio direttivo potrebbe continuare a considerare un ulteriore aumento dei tassi come uno strumento utile per evitare nuovi effetti indiretti dell’inflazione sull’economia.
“Non come un altro aumento dei tassi o di rafforzamento della credibilità, ma piuttosto come una mossa per prevenire ulteriori effetti a catena e in particolare di secondo impatto. Se un secondo aumento sia davvero ciò di cui l’economia della zona euro ha bisogno, rimane un’altra storia“, spiega Brzeski.
Anche la Bank of England resta sotto osservazione
Le incertezze non riguardano soltanto l’Eurozona. Anche la Banca d’Inghilterra continua a essere al centro dell’attenzione degli investitori. Negli ultimi giorni, le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran hanno contribuito ad aumentare le aspettative di un possibile rialzo dei tassi da parte della banca centrale britannica, con i meeting di settembre e novembre come quelli più probabili per un eventuale incremento del costo del denaro, anche se la probabilità attribuita a questa ipotesi rimane ancora inferiore al 50%.
E questo per via (con molta probabilità) dell’andamento dell’inflazione. L’aumento dei prezzi nel Regno Unito non ha infatti mostrato un’accelerazione significativa: l’indice dei prezzi al consumo relativo al mese di maggio si è attestato al 2,8%, un dato inferiore alle attese, pur restando sopra l’obiettivo ufficiale del 2%. I dati relativi a giugno saranno pubblicati il 22 luglio e, secondo il consenso raccolto da FactSet, dovrebbero mostrare un rallentamento dell’inflazione al 2,6%.
Secondo Michael Field, capo stratega del mercato europeo di Morningstar, i responsabili della politica monetaria britannica concentreranno l’attenzione soprattutto sui dati relativi all’inflazione di luglio, “poiché i dati inizieranno a riflettere l’impatto dell’aumento del tetto massimo del prezzo dell’energia, che è aumentato del 13% il 1° luglio“.
Tassi d’interesse e banche centrali come Maradona: rischi e opportunità per i possessori di certificati
Tanto per citare ancora una volta Ward di JPMorgan, le banche centrali hanno fatto come Diego Maradona durante il Mondiale 1986: hanno fatto credere di andare in una direzione, ossia alzare i tassi, il mercato ha creduto in loro e si è adeguato, al punto che alla fine non ci sarà più bisogno di fare nulla.
Una specie di gol giocato sul bluff, che potrebbe però non essere così promettente per investitori e possessori di certificati. Seppur vero che un periodo di stabilità dei tassi tende a ridurre l’incertezza sui mercati obbligazionari, soprattutto nel comparto relativo al reddito fisso a breve termine, allo stesso tempo, però, eventuali sorprese legate all’inflazione o nuove tensioni geopolitiche potrebbero riaccendere la volatilità e incidere sull’andamento dei sottostanti.
Per questo motivo, meglio evitare decisioni affrettate basate esclusivamente sulle aspettative riguardo alle prossime mosse delle banche centrali. In una fase in cui gli istituti continuano a dipendere dai dati macroeconomici, mantenere un monitoraggio costante dell’evoluzione dello scenario economico è forse la strategia migliore.


