Europa, S&P Global: rischio default in crescita per le imprese

Le imprese europee potrebbero andare incontro a maggiori difficoltà sul fronte della sostenibilità del debito nel caso in cui il conflitto in Medio Oriente dovesse prolungarsi o, peggio, intensificarsi.

A segnalarlo è l’ultimo report di S&P Global, secondo cui il tasso di default potrebbe arrivare fino al 5% qualora lo Stretto di Hormuz restasse chiuso per un periodo prolungato. Il che potrebbe essere un problema anche per le emissioni obbligazionarie.

Rischio credito in aumento per le imprese europee secondo S&P Global

Il tasso di default delle imprese europee potrebbe tornare a salire a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia. È quanto emerge dall’ultimo report di S&P Global, intitolato European Default Rate Likely To Rise On Higher Energy Prices. In particolare, gli emittenti con limitato potere di determinazione dei prezzi, leva finanziaria elevata ed esposizione al rallentamento della domanda sono quelli “più a rischio“, spiega l’agenzia.

A tal riguardo, come scenario di base S&P prevede un incremento dei tassi d’interesse, accompagnato da un peggioramento della fiducia e della spesa dei consumatori. Più in generale, l’istituto si attende un rallentamento dell’economia europea, con effetti negativi sulla domanda interna.

Ci aspettiamo che l’interruzione dei flussi energetici, le prospettive economiche più deboli e il deterioramento del sentiment di mercato legati alla guerra in Medio Oriente portino il tasso di default degli emittenti europei con rating speculativo al 3,75% entro marzo 2027, rispetto al 3,3% previsto per marzo 2026”, afferma S&P Global. Si tratta, aggiunge l’agenzia, di un livello superiore di circa un decimo di punto percentuale rispetto alla media di lungo periodo, pari al 3,2%.

Default fino al 5% nello scenario peggiore: il peso del petrolio

Ma la situazione potrebbe cambiare, o addirittura peggiorare. Sempre nel report S&P Global delinea infatti un’ipotesi “pessimistica” in cui la mancata o solo parziale riapertura a pieno regime dello Stretto di Hormuz, oppure una nuova interruzione del cessate il fuoco (con conseguenti effetti sulle catene di approvvigionamento globali), potrebbe far salire il tasso di default fino al 5%.

A questo punto, il rischio di recessione diventerebbe tanto più elevato quanto più a lungo lo Stretto restasse chiuso. In sostanza le tensioni sul frornte creditizio sarebbero determinate meno dallo shock iniziale e più dalla durata, dalla carenza di beni essenziali, dagli effetti inflazionistici di secondo livello e da condizioni di finanziamento più restrittive. In questo scenario, il petrolio Brent potrebbe attestarsi in media intorno ai 200 dollari al barile per alcuni mesi.

Ciò porterebbe a effetti più diretti sui prodotti chimici di base e sulle compagnie aeree entro un periodo da uno a sei mesi, seguiti da quelli automobilistici e marittimi che vedrebbero effetti su un periodo di tempo più lungo“, si legge nel report.

Non solo rischi: lo scenario ottimista e il calo dei default

Ma non tutto è perduto. S&P Global prende in considerazione nel report anche un’ipotesi ottimistica in cui il tasso di default potrebbe scendere fino al 2,25% entro marzo del prossimo anno. Tutto però dipenderà da una rapida risoluzione del conflitto e da una riapertura tempestiva dello Stretto di Hormuz. In questo caso, il calo del tasso di default proseguirebbe la tendenza già in atto prima della guerra, quando il rischio di insolvenza era in graduale riduzione, senza subire particolari interruzioni.

Anche se prevediamo alcuni colpi per l’industria, a questo punto potrebbero essere gestibili e tamponati da condizioni favorevoli dei mercati finanziari, con spread in calo e un aumento delle emissioni sul mercato primario. Le economie dell’Eurozona e del Regno Unito non resterebbero indietro, grazie alla ripresa dei consumi sostenuta da un sentiment positivo dei consumatori”, sottolinea l’agenzia di rating.

Mercati obbligazionari, un equilibrio sempre più fragile

Centrale sarà dunque il finanziamento delle imprese: ad oggi le emissioni di obbligazioni e prestiti high yield risultano inferiori rispetto agli ultimi due anni, dopo che i volumi di marzo hanno toccato il livello più basso dal 2023.  Tuttavia, segnala S&P Global, il clima è tornato a migliorare: “Il sentiment positivo e i volumi delle emissioni sono aumentati in aprile”. Nel dettaglio, i 21 miliardi di euro raccolti nel mese hanno portato il totale da inizio anno, fino ad aprile, sostanzialmente in linea con il dato complessivo del 2025, pari rispettivamente a 103,8 miliardi e 104,9 miliardi di euro.

Sul fronte delle scadenze, il fabbisogno di rifinanziamento del segmento speculativo europeo appare ampiamente gestibile nel 2026 e nel 2027, prima di registrare un’accelerazione significativa nel 2028. Il debito complessivo in scadenza in quell’anno ammonta a 191 miliardi di euro, un valore superiore di oltre una volta e mezza rispetto alla somma delle scadenze previste nel 2026 e nel 2027.

Resta però il nodo dei costi: a differenza degli spread, i rendimenti restano elevati, con un aumento strutturale del costo del debito per gli emittenti, indipendentemente dalla percezione del rischio. “Considerando le misure generali del sentiment dei mercati finanziari, dell’attività economica e della liquidità, la nostra stima media dello spread obbligazionario high yield in Europa è stata di circa 423 punti base a dicembre, circa 152 punti base sopra lo spread medio osservato di 271 punti base”, afferma S&P Global. “Il divario tra spread effettivo e stimato suggerisce che i mercati obbligazionari potrebbero essere eccessivamente ottimisti nel contesto attuale”.

Europa a rischio default: il problema obbligazionario per i possessori di certificati

Investitori e possessori di certificati legati a sottostanti corporate o creditizi dovrebbero fare attenzione in particolare all’ultimo punto. L’eventuale crescita dei default e l’ampliamento degli spread potrebbero infatti tradursi in un incremento della volatilità dei prezzi e, nei casi più esposti, in barriere di protezione più facilmente avvicinabili.

In particolare, i certificati con sottostanti high yield o con forte concentrazione settoriale potrebbero diventare più sensibili a shock energetici e rallentamenti macro, con il rischio di accelerazioni improvvise delle perdite in caso di deterioramento del credito.

In uno scenario simile, la gestione del portafoglio dovrebbe volgere verso la difesa: ad esempio riducendo l’esposizione ai basket più ciclici, o privilegiano strutture con barriere più profonde e maggiore diversificazione. Essenziale è comunque evitare di inseguire il rendimento in fasi in cui il premio al rischio può essere solo apparentemente stabile.

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