Regno Unito, PIL in rialzo nel primo trimestre 2026. Ma inflazione (e non solo) pesano sul futuro

Un avvio incoraggiante per l’economia del Regno Unito sul fronte del PIL. Secondo i dati preliminari diffusi dall’Office for National Statistics (ONS), la crescita britannica nel primo trimestre del 2026 è stata rivista al rialzo, in linea con le attese degli analisti.

A prescindere, la situazione in generale non è delle migliori, tra inflazione verso l’alto, crisi nella leadership governativa, e rendimenti dei Gilt ormai oltre il 5%.

Regno Unito, PIL in rialzo nel primo trimestre 2026

La crescita dell’economia britannica viene rivista al rialzo nel primo trimestre del 2026. Secondo le stime preliminari diffuse dall’ONS, il PIL del Regno Unito segna un aumento congiunturale dello 0,6%, in accelerazione rispetto al +0,2% del trimestre precedente (rivisto da +0,1%). A sua volta, la variazione tendenziale si attesta al +1,1%, sopra le attese del consensus fissate al +0,8% e leggermente superiore rispetto al +1,0% registrato nel trimestre precedente.

Sul fronte della crescita annuale, il dato relativo al 2025 resta invariato all’1,4%, dopo un incremento rivisto all’1,0% per il 2024.

Nel dettaglio della composizione, l’ONS segnala che tutti i principali settori hanno contribuito all’espansione del PIL nel primo trimestre. Il comparto dei servizi cresce dello 0,8%, la produzione industriale dello 0,2% e il settore delle costruzioni dello 0,4%, confermando un quadro di crescita diffusa ma moderata.

Accanto ai dati sul prodotto interno lordo, emergono anche le indicazioni sul commercio estero. A marzo, la bilancia commerciale complessiva del Regno Unito registra un deficit di 9,66 miliardi di sterline, mentre il disavanzo della componente visibile si amplia fino a 27,22 miliardi. Il deficit commerciale verso i Paesi extra-UE si attesta invece a 15,20 miliardi di sterline.

Inflazione e shock energetici pesano sul Regno Unito

C’è da dire che il dato trimestrale del PIL ha risentito poco e nulla degli ultimi eventi. Secondo Fergus Jimenez-England (economista associato presso il National Institute of Economic and Social Research), pur trattandosi di un risultato relativamente solido, le cifre riflettono in larga misura informazioni già acquisite. Si tratta in gran parte di vecchie notizie”, ha osservato l’economista, aggiungendo che, nonostante la tenuta della crescita a marzo, “ci sono segnali di debolezza di fondo sulla scia del conflitto in Medio Oriente”.

Le tensioni internazionali hanno infatti messo sotto pressione le catene globali di approvvigionamento energetico, soprattutto a seguito della chiusura dello Stretto di Hormuz. Una dinamica che pesa in modo diretto su economie importatrici nette di energia come il Regno Unito, già esposte alle oscillazioni dei prezzi delle materie prime.

Gli effetti si sono già riflessi sull’inflazione, con l’indice dei prezzi al consumo in crescita dal 3% di febbraio al 3,3% di marzo, mentre per aprile si prevede un’ulteriore accelerazione. A incidere maggiormente è stato l’aumento dei costi energetici e, in particolare, dei carburanti, tornati a rappresentare un fattore di pressione sul carovita.

Davanti a tutto ciò, la Banca d’Inghilterra mantiene un approccio prudente. L’istituto centrale ha più volte ribadito che l’impatto economico del conflitto dipenderà dalla sua durata e dalla sua intensità. Per ora, le attese indicano tassi fermi al 4,75% nella riunione di giovedì, con una linea comunicativa orientata a confermare che un “approccio graduale per rimuovere le restrizioni monetarie rimane appropriato”, lasciando aperta la porta a eventuali rialzi entro la fine dell’anno.

Gilt oltre il 5% e mercati in tensione sul debito UK

Al quadro di incertezza economica si aggiunge anche la crescente pressione politica sul governo guidato da Keir Starmer. Nell’ultima settimana, il primo ministro ha dovuto fronteggiare richieste di dimissioni arrivate dopo la deludente performance del Partito Laburista alle elezioni locali.

Questa instabilità politica si è riflessa inevitabilmente anche sui mercati obbligazionari. Gli investitori hanno reagito con cautela all’ipotesi di un possibile cambio di guida a Downing Street, soprattutto nel caso di una svolta verso politiche fiscali più espansive. Il risultato è stato un aumento dei costi di finanziamento per il Regno Unito, con il rendimento del Gilt decennale di riferimento tornato a superare la soglia del 5% all’inizio della settimana.

Sul tema è intervenuta anche Catherine Mann, membro del comitato di politica monetaria della Banca d’Inghilterra, evidenziando un cambiamento strutturale nella domanda di debito pubblico britannico. Secondo Mann, il crescente ruolo degli investitori internazionali, più sensibili alle dinamiche di prezzo, sta sostituendo progressivamente quello dei fondi pensione domestici, con possibili effetti sulla volatilità dei mercati.

Sebbene gli investitori con una risposta elastica al prezzo possano rappresentare un vantaggio in termini di livello dei tassi di interesse”, ha spiegato Mann, “sono anche più reattivi alle variazioni dei tassi di interesse dovute a shock nazionali o globali”.

La funzionaria ha poi avvertito che, in caso di nuovi shock di fiducia, gli operatori internazionali potrebbero ridurre rapidamente l’esposizione ai titoli di Stato britannici. E la conseguente volatilità dei rendimenti “potrebbe riflettersi in un premio di rischio persistente sui titoli di Stato“, ha aggiunto.

Regno Unito tra PIL, inflazione e Gilt: i rischi per i possessori di certificati

Sebbene il dato sul PIL possa essere confortante per investitori e possessori di certificati, tutto il contorno non lo è affatto. In particolare, il combinato disposto tra crescita moderata, inflazione in risalita e rendimenti dei Gilt oltre il 5% rischia di mantenere elevata la volatilità dei prezzi obbligazionari e, indirettamente, anche quella dei certificati strutturati.

E in uno scenario così sensibile anche agli shock politici ed energetici, la gestione diventa più tattica: per chi è già investito, il punto non è inseguire il rendimento più alto, ma verificare la solidità della struttura (barriere, distanza dai livelli di protezione e durata residua) e ridurre l’esposizione ai certificati più direzionali o con barriere troppo vicine.

Per chi invece deve entrare, ha più senso privilegiare prodotti difensivi o a capitale condizionatamente protetto, evitando concentrazioni su singoli fattori di rischio come sterlina o tassi UK.

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