Sempre più vulnerabili le finanze USA agli shock finanziari, soprattutto ora con i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi in rialzo estremo. A lanciare l’allarme è un report di Eiko Sievert, Executive Director Sovereign & Public Sector di Scope Ratings, che mette in guardia sulla situazione del debito pubblico americano, oltre che sui rendimenti dei Treasury bonds.
Finanze USA con un debito in corsa verso i 40 trilioni di dollari
Scope Ratings non usa mezzi termini: le finanze USA mostrano oggi una fragilità decisamente superiore rispetto al periodo 2007-2008, quando il rapporto debito/PIL si fermava al 65%, circa la metà rispetto ai valori odierni.
Secondo le stime di Sievert, il debito pubblico statunitense “aumenterà dal 124% del PIL nel 2025 al 138% nel 2030“. Valore quest’ultimo superiore a quello di tutti i Paesi dell’Eurozona (Italia compresa, in testa alla classifica europea con il 136%), pur rimanendo al di sotto del 200% registrato dal Giappone.
L’accumulo di debito prosegue da anni e si sta avvicinando alla soglia psicologica dei 40 trilioni di dollari. Nell’anno fiscale 2026, la spesa netta per interessi sostenuta dal governo americano ha raggiunto gli 827 miliardi di dollari, la seconda voce di spesa più consistente del bilancio statale dopo Medicare (780 miliardi di dollari) e la Difesa (713 miliardi di dollari).
La trappola del debito statunitense e il nodo del rifinanziamento
Inevitabile dunque il nodo del rifinanziamento del debito tramite Treasury bonds. La sostenibilità delle finanze USA dipende da fattori chiave come l’andamento del rapporto debito/PIL, la struttura delle scadenze, il ruolo del dollaro sui mercati internazionali.
E anche la quota di titoli a breve termine gestita dal Tesoro americano, che il Treasury Borrowing Advisory Committee (TBAC) raccomanda di mantenere tra il 15% e il 20% del debito negoziabile totale.
Così è stato fino al 2019: prima della crisi pandemica, la quota si posizionava nella fascia bassa dell’intervallo consigliato. E se già nel 2020 ha toccato un picco del 26%, per poi scendere temporaneamente al 15% nel 2022, da settembre 2023, la quota si mantiene stabilmente al di sopra della soglia massima del 20%.
Sebbene ciò non indichi un rischio imminente di mancato rifinanziamento (a fine 2008 l’indicatore era balzato dal 22% pre-crisi al 34%), la massa complessiva del debito attuale rende il sistema molto più esposto a scossoni esterni, specialmente con i tassi a 10 anni vicini al 5%.
Pressioni sulla FED e corsa al tetto del debito: le sfide di Washington tra inflazione e tassi
Il problema delle finanze USA però è anche politico, soprattutto con un’amministrazione che più volte ha tentato di far pressioni sul board della banca centrale. Con la prospettiva di un nuovo innalzamento del tetto dopo le elezioni di midterm, dal momento che il debito totale si avvicinerà al limite attuale di 41,1 trilioni di dollari entro la fine dell’anno, Scope Ratings prevede che la “pressione sulla Fed rimarrà elevata“, affinché “mantenga o addirittura abbassi i tassi, nonostante il mandato della FED riguardi l’inflazione e l’occupazione, non la minimizzazione dei costi di finanziamento“.
La priorità resta infatti il contrasto alle spinte inflazionistiche. Dopo oltre cinque anni con un’inflazione superiore al target del 2%, un allentamento nella lotta ai prezzi rischierebbe di compromettere la credibilità dell’istituto e la percezione della sua autonomia.
Un’ingerenza del genere sarebbe di fatto un problema, infatti Scope Ratings sottolinea come l’indipendenza della FED debba rimanere un pilastro invalicabile per la stabilità dei mercati, a dispetto delle sollecitazioni politiche dell’amministrazione Trump.
Vedendo però l’attuale scenario economico in cui si trovano gli Stati Uniti, con il cambio al vertice e l’arrivo di Kevin Warsh alla presidenza della banca centrale, “la politica monetaria rimarrà probabilmente in gran parte invariata per il momento, anche se alcuni aggiustamenti al quadro di riferimento della politica monetaria sono probabili“.
Ad esempio sul fronte del Quantitative Tightening: da gennaio ad agosto 2026 i titoli nel bilancio della FED sono saliti da 6.600 a 6.800 miliardi di dollari. Se una ripresa del prosciugamento dell’attivo dovesse creare turbolenze sui Treasuries, tensioni di liquidità o un’impennata dei rendimenti, “prevediamo che la FED sospenderà o modificherà qualsiasi piano di riduzione del bilancio“.
Finanze USA tra debito, FED e Treasury: rischi e opportunità per i possessori di certificati
Dato l’attuale scenario delle finanze USA, non è improbabile qualche turbolenza per investitori e possessori di certificati.
L’aumento dei rendimenti privi di rischio al 5% spinge verso l’alto la volatilità di fondo e aumenta i costi di strutturazione delle opzioni; di conseguenza, i certificati già in portafoglio rischiano di subire un calo dei prezzi sul mercato secondario, anche se i sottostanti rimangono sopra la barriera. D’altro canto, i prodotti di nuova emissione possono offrire cedole più ricche per attrarre capitale in un contesto di tassi elevati.
Per chi detiene questi strumenti, la scelta migliore nell’immediato è verificare con attenzione la struttura del portafoglio senza farsi prendere dalla frenesia di vendere al prezzo di mercato. Conviene controllare la distanza della barriera di protezione dal valore attuale dei sottostanti, privilegiando i certificati con barriere profonde (almeno al 50% o 60%) o dotati di effetto Airbag, capaci di reggere la volatilità dei mercati.
Per la liquidità da reinvestire, ha senso valutare certificati con sottostanti poco correlati ai tassi d’interesse o mirare a strutture con capitale garantito o protetto, capaci di sfruttare i rendimenti elevati attuali riducendo al minimo l’esposizione al rischio azionario.
