La guerra in Medio Oriente sta provocando la più grave interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero globale. A lanciare l’allarme è l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), che, di fronte a questo shock per le economie mondiali, ha confermato il rilascio di oltre 400 milioni di barili dalle riserve strategiche annunciato giorni addietro.
Una misura cruciale per contenere i prezzi del petrolio, saliti oltre i 100 dollari a causa della chiusura dello stretto di Hormuz, che ha bloccato gran parte della produzione dei Paesi del Golfo.
Ma la domanda sorge spontanea: questo intervento sarà sufficiente a scongiurare un nuovo rally dell’oro nero?
Petrolio, parte la riserva straordinaria dell’AIE: 411,9 milioni di barili in azione
Dopo aver annunciato la scorsa settimana il rilascio di oltre 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha fornito domenica i dettagli di questa massiccia operazione, pensata per contenere i prezzi del petrolio sui mercati globali.
Secondo l’AIE, sono stati rilasciati complessivamente 411,9 milioni di barili di petrolio dalle riserve dei Paesi membri: 271,7 milioni provengono da stock governativi, 116,6 milioni dall’industria petrolifera e 23,6 milioni da altri soggetti obbligati. Tra le riserve governative, 171,2 milioni di barili appartengono agli Stati Uniti, 66,8 milioni all’Asia/Oceania e 32,7 milioni all’Europa.
Si tratta della sesta azione collettiva di emergenza intrapresa dai Paesi membri dall’anno di fondazione dell’AIE, il 1974. Le precedenti operazioni si erano svolte nel 1991, nel 2005, nel 2011 e due volte nel 2022, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Oggi, però, lo scenario è ancora più critico: l’AIE sottolinea che l’attuale conflitto “sta causando la più grande interruzione delle forniture nella storia del mercato petrolifero globale”.
Per ora, questa azione collettiva di emergenza offre un cuscinetto significativo. Tuttavia, come ribadisce l’Agenzia, “il fattore decisivo per il ritorno a flussi stabili resta la ripresa regolare del transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz”. In questo senso, “adeguati meccanismi assicurativi e la protezione fisica delle navi sono dunque fondamentali per la ripresa dei flussi”.
Petrolio in crisi: la guerra in Medio Oriente scuote i mercati globali
Ripresa che al momento si fa attendere: per la prima volta dall’inizio del conflitto, una nave cisterna di una flotta regolare (Karachi, un’Aframax gestita dalla Pakistan National Shipping Corporation) ha attraversato il passaggio strategico. Una svolta della guerra? Probabilmente no. Il transito è stato quasi certamente concordato con le autorità di Teheran, come dimostra il passaggio molto vicino alla costa iraniana. Di per sé, quindi, non rappresenta un cambiamento significativo per la sicurezza nell’area.
E intanto i giorni passano, con il mercato che soffre della maggiore interruzione delle forniture petrolifere di sempre, con perdite stimate di almeno il 10% dell’offerta globale, di cui circa 20 milioni di barili al giorno che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz, pari a circa il 20‑27% del petrolio mondiale. Solo la fine del conflitto in Medio Oriente potrebbe riportare stabilità reale, anche perché, il rilascio coordinato di riserve strategiche dall’AIE resta un rimedio parziale: pur potendo essere reiterato, può sostituire solo in minima parte e per un periodo limitato i flussi dal Golfo Persico.
Petrolio, prezzi del Brent sotto osservazione dopo due nuovi attacchi in Medio Oriente
Qualcosa, però, ha funzionato: invece di continuare a correre, le quotazioni del greggio lunedì 16 hanno invertito la rotta, lasciando sul terreno circa il 2% nel caso del Brent, tornato a scambiare intorno a 101 dollari al barile. Un livello ancora in rialzo di circa il 40% rispetto a prima della guerra, ma lontano dai massimi storici.
Al momento il Brent è in lieve rialzo e viaggia sui 103 dollari. Nonostante il rilascio delle riserve, ancora l’oro nero deve scontare gli effetti di due particolari eventi: l’attacco USA all’isola iraniana di Kharg e il nuovo stop al terminal di Fujairah, negli Emirati Arabi, colpito da droni per la seconda volta in tre giorni.
Per chi non lo sapesse, da Kharg transita circa il 90% dell’export petrolifero iraniano, mentre Fujairah è uno dei maggiori terminal petroliferi del mondo, fondamentale sia per i grandi depositi di stoccaggio sia per i rifornimenti alle navi. Dunque hub centrali per i flussi di petrolio, non a caso la loro notizia aveva portato all’inizio il Brent oltre i 106 dollari, salvo poi attenuarsi con il passare delle ore.
Ma il rischio resta elevatissimo, vista l’importanza strategica delle infrastrutture coinvolte. In particolare, gli Emirati utilizzano il porto per bypassare lo Stretto di Hormuz: dall’oleodotto che sfocia a Fujairah transitano fino a 1,8 milioni di barili al giorno. Flussi che il mercato non può permettersi di perdere.
Petrolio, come i possessori di certificati dovrebbero gestire la situazione
Uno scenario tutt’altro che rassicurante per investitori e possessori di certificati legati al petrolio: l’attuale contesto internazionale rappresenta infatti una fase di estrema complessità e volatilità dei mercati.
Al momento l’equilibro è instabile a livello globale a causa del conflitto in Medio Oriente, in cui anche piccoli eventi geopolitici possono produrre variazioni di prezzo rilevanti in tempi brevissimi. A tal riguardo, certificati sul Brent o sul WTI potrebbero reagire in maniera amplificata a notizie come attacchi a terminal petroliferi chiave o transiti eccezionali nello Stretto di Hormuz. E sebbene il rilascio coordinato di oltre 400 milioni di barili offra un cuscinetto temporaneo, capace di attenuare gli shock più immediati, tutto ciò non elimina i rischi strutturali legati alla guerra e alla sicurezza delle infrastrutture energetiche.
Questo significa che gli investitori devono affrontare una situazione dove la gestione attiva del portafoglio e l’eventuale uso di strumenti di copertura diventano fondamentali per proteggere il capitale. In sostanza, i certificati restano strumenti potenzialmente redditizi in scenari rialzisti, ma espongono a movimenti bruschi e imprevisti: solo un ritorno a flussi stabili e sicuri attraverso lo Stretto di Hormuz o un contenimento duraturo del conflitto potrà ridurre in maniera significativa il rischio.


