Si avvicina alla conclusione la prima settimana dall’inizio della Guerra in Iran, e i mercati finanziari continuano a risentire della forte instabilità che caratterizza la situazione, con i principali leader iraniani uccisi nei primi attacchi e il regime che lotta per la propria sopravvivenza.
Un contesto altamente incerto, che rende complesso prevedere la sua evoluzione nelle prossime settimane, soprattutto per quanto riguarda petrolio, olio e mercati. Dopo JP Morgan, anche gli analisti della banca J. Safra Sarasin, guidati dal Chief Economist Karsten Junius, hanno delineato alcuni scenari sull’evoluzione del conflitto, che vanno dall’ipotesi più ottimistica fino a quella decisamente più pessimistica.
Guerra in Iran si conclude: petrolio a 65 dollari, oro entro 5000 dollari, mercato stabile
Partiamo dallo scenario più roseo, con probabilità di accadimento al 25%: la guerra in Iran si placa nel giro di poche settimane, con lo Stretto di Hormuz che riapre senza gravi danni alle infrastrutture energetiche. In questo contesto, i prezzi del petrolio scenderebbero rapidamente fino a 65 dollari al barile, limitando l’impatto macroeconomico complessivo.
Le curve dei rendimenti si irripidiscono moderatamente, poiché parte dei flussi legati all’avversione al rischio si invertono. I titoli decennali potrebbero tornare ai livelli precedenti: 4,25% per i Treasury USA a 10 anni e 2,8% per i Bund decennali. Il dollaro statunitense dovrebbe registrare un nuovo calo, con l’indice DXY che tornerebbe intorno a 97 nel breve periodo, invertendo i recenti guadagni.
Anche l’euro potrebbe recuperare terreno con la fine della guerra in Iran, riducendo la pressione rialzista sul franco svizzero, mentre l’oro potrebbe riavvicinarsi a 5.000 dollari l’oncia nel breve. Secondo Junius, la volatilità (VIX) dovrebbe scendere sotto 20. I guadagni nel settore energetico e le perdite nei settori discrezionale e aereo dovrebbero invertire la tendenza, con un calo complessivo delle azioni molto contenuto: sempre il Chief Economist stima che l’S&P 500 potrebbe mantenersi sopra i 6.700 punti.
Guerra in Iran verso trattative: petrolio a 75 dollari, oro sopra 5000 dollari, mercato perde il 5%
Ora passiamo allo scenario moderato, stimato al 50%: la guerra in Iran si protrae per diverse settimane, indebolendo significativamente le capacità militari iraniane, pur senza eliminare del tutto la forza del regime. L’amministrazione statunitense tende a concludere l’operazione prima che l’aumento dei prezzi del petrolio influenzi la stagione automobilistica interna e l’economia in generale. Le parti tornano quindi al tavolo delle trattative.
In questo scenario, lo Stretto di Hormuz riapre senza danni significativi alle infrastrutture energetiche regionali, portando i prezzi del petrolio a stabilizzarsi intorno a 75 dollari al barile, circa il 15% in più rispetto ai livelli di inizio anno. Di conseguenza, l’inflazione nelle economie avanzate aumenta mediamente di 0,5 punti percentuali dopo tre mesi, con un impatto leggermente maggiore in Europa e più contenuto negli Stati Uniti. Se all’inizio molte banche centrali mantengono una pausa nel breve termine, in seguito procedono comunque con i tagli dei tassi precedentemente anticipati, in particolare Banca d’Inghilterra e Federal Reserve.
E mentre l’oro resta sopra i 5.000 dollari l’oncia, sul fronte monetario, il dollaro statunitense rimane stabile, con l’indice DXY ponderato per il commercio oscillante tra 98 e 100. La volatilità rimane elevata finché i rischi sull’approvvigionamento energetico e sull’economia globale non si attenuano, con il VIX sopra 20. Il mercato azionario subisce un calo contenuto, limitato al 5% rispetto ai livelli pre-campagna, lasciando l’S&P 500 sopra i 6.500 punti.
Infine, lo scenario peggiore per la guerra in Iran, con probabilità al 25%: le capacità militari iraniane si rivelano più resilienti del previsto, con il conflitto che si estende a livello regionale, coinvolgendo nuovi attori e impedendo un rapido disimpegno degli Stati Uniti. In questo scenario lo Stretto di Hormuz resta chiuso, con danni significativi alle infrastrutture energetiche, e i prezzi del petrolio superano i 100 dollari al barile, mantenendosi elevati per un periodo prolungato.
Di conseguenza, l’inflazione aumenta di almeno 2 punti percentuali nella maggior parte delle economie avanzate, il che comporta una crescita della probabilità di recessione in diverse economie, soprattutto in Europa e nei mercati emergenti importatori di petrolio. In questo contesto stagflazionistico, le banche centrali affrontano difficoltà nella calibrazione della politica monetaria, e i rendimenti potrebbero scendere sensibilmente, mentre i mercati prezzano una maggiore probabilità di contrazione economica.
A livello monetario, il dollaro statunitense registra un rafforzamento significativo, con l’indice DXY ponderato per il commercio che supera quota 100 nel breve. A causa di tutto ciò, l’oro rischia di salire verso i 6.000 dollari l’oncia, “con possibili revisioni degli obiettivi di fine anno“, avverte Junius. E mentre la volatilità aumenta drasticamente (VIX oltre 40), il mercato azionario rischia di subire un calo fino al 15%, con l’S&P 500 sotto i 6.200 punti.
Guerra in Iran e la sua evoluzione: cosa cambia per i possessori di certificati
Pur essendo scenari teorici quelli presentati dal team si J. Safra Sarasin, seppur molto realistici, per investitori e possessori di certificati è bene non sottovalutarne le implicazioni.
Nel caso dello scenario ottimistico (la fine della guerra in Iran), la stabilizzazione dei mercati e il ritorno dei prezzi del petrolio a livelli moderati potrebbero ridurre la volatilità, favorendo certificati a capitale protetto o con leva moderata, con possibilità di guadagni contenuti ma relativamente sicuri.
Nello scenario moderato (trattative per chiudere la guerra in Iran), l’elevata volatilità dei mercati e la moderata crescita dei prezzi del petrolio potrebbero comportare fluttuazioni nei certificati a leva o a performance condizionata, richiedendo attenzione a eventuali livelli di barriera o meccanismi di protezione. I certificati collegati all’azionario potrebbero registrare piccoli ribassi, mentre quelli legati all’oro o ai titoli energetici potrebbero beneficiare di performance positiva.
Infine, nello scenario peggiore (il proseguo della guerra in Iran), l’aumento dei prezzi del petrolio e la forte instabilità dei mercati azionari potrebbero provocare perdite significative per i possessori di certificati senza protezione del capitale. I certificati su settori difensivi o sull’oro potrebbero limitare le perdite o addirittura generare guadagni, mentre quelli legati a indici azionari globali rischiano ribassi rilevanti fino al 15%, con una volatilità estrema che rende fondamentale monitorare attentamente le scadenze e le condizioni di barriera.


