Guerra in Iran, l’analisi di JPMorgan tra scenari e possibili “vincitori”

Continua la guerra in Iran, il conflitto che vede le forze statunitensi-israeliane contro quelle iraniane. E così anche  l’affossamento dei mercati finanziari: l’aumento dei rischi geopolitici spinge infatti al rialzo i prezzi dell’energia, mentre le borse di ogni regione restano sotto pressione. Oggi le piazze italiane ed europee tentano un timido recupero, dopo il crollo di ieri, quando le principali borse hanno registrato perdite complessive superiori a 565 miliardi di euro, con tutti i listini principali in territorio fortemente negativo.

In questo contesto, gli analisti di JPMorgan hanno approfondito la situazione, concentrandosi in particolare sulle conseguenze della guerra sui mercati e sull’impatto settoriale, identificando quali comparti potrebbero trarre vantaggio e quali subirne gli effetti più pesanti.

Mercati in rosso e petrolio in rialzo a causa della guerra in Iran: due scenari da JPMorgan

Come noto, questo fine settimana gli Stati Uniti hanno colpito direttamente il cuore del regime iraniano. L’avvio delle ostilità ha immediatamente inciso sui mercati energetici: già nel pre-market materie prime come petrolio, oro e gas hanno iniziato a salire, per poi registrare un vero e proprio balzo all’apertura di lunedì.

Al momento la situazione è stabile: il Brent, dopo il balzo da 70 a 82 dollari al barile in appena due sedute, si mantiene ora intorno agli 81-82 dollari. Anche il gas TTF, che all’inizio della settimana aveva visto i futures schizzare da 31 a oltre 60 dollari, si è ridimensionato, oscillando intorno ai 52 dollari.

Secondo JPMorgan, così come sottolineato anche da ING, i mercati erano già sotto pressione prima della nuova azione militare e di eventuali rappresaglie iraniane, “con il petrolio che ha superato i 72 dollari al barile”. Infatti, le previsioni degli operatori avevano da tempo evidenziato un rischio elevato: nelle ultime settimane si era già scontata una crescente probabilità di un intervento militare statunitense in Iran entro marzo, con alcune misure che venerdì scorso avevano sfiorato il 70%.

Ora che però il conflitto è esploso, una domanda sorge spontanea: come verrà gestita l’escalation? A tal riguardo, la banca ha ipotizzato due possibili scenari.

Scenario 1, chiusura dello Stretto di Hormuz: rischi per i prezzi

Se il conflitto dovesse spingere l’Iran a chiudere lo Stretto di Hormuz, nodo strategico attraverso cui transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL), i prezzi del petrolio potrebbero superare i 100 dollari al barile.

Uno scenario del genere rappresenterebbe un forte ostacolo per l’economia globale, ma potrebbe essere gestibile se l’interruzione fosse di breve durata. Con un picco prolungato, gli Stati Uniti potrebbero evitare la recessione, ma subirebbero uno shock dell’1,0-1,5% sull’inflazione e un impatto analogo sulla crescita del PIL. Tuttavia, secondo JPMorgan, “dati i gravi danni che ciò infliggerebbe all’economia iraniana, riteniamo che una chiusura completa rimanga improbabile“.

A prescindere però , interruzioni limitate, come l’aumento dell’attività navale o l’aumento dei costi di assicurazione e trasporto, “potrebbero iniettare volatilità nei mercati petroliferi e negli asset rischiosi“. A ciò si aggiunge il fatto che gli sforzi degli Stati Uniti per contenere la situazione potrebbero essere complicati da altri importanti attori con interessi personali. Come la Cina, il principale importatore di petrolio iraniano, che a detta della banca “potrebbe esercitare una leva commerciale sugli Stati Uniti attraverso il suo controllo su gran parte delle terre rare del mondo“.

Scenario 2, cambio di regime dopo la guerra in Iran: possibili impatti sui mercati

Se alla fine della guerra in Iran un’azione militare dovesse destabilizzare il regime iraniano, le conseguenze sui mercati sarebbero significative. Dati storici raccolti da JPMorgan evidenziano che, dal 1979, i cambi di regime nei paesi produttori di petrolio hanno in media fatto salire i prezzi del greggio del 30%, con punte estreme fino al 76%. La rivoluzione iraniana del 1978-1979 raddoppiò i prezzi del petrolio e scatenò una recessione globale.

Uno shock simile oggi potrebbe far salire il petrolio fino a metà degli 80 dollari. Anche in questo caso, la durata dell’impennata dei prezzi sarebbe determinante: se prolungata, “stimiamo che potrebbe comportare un aumento dello 0,8% dell’inflazione statunitense e un analogo rallentamento della crescita“. A sua volta, sul fronte dei mercati azionari, una simile escalation potrebbe innescare una svendita globale, simile ai ribassi osservati durante la Guerra del Golfo e l’invasione russa dell’Ucraina.

In questo contesto, i titoli difensivi e quelli energetici potrebbero invece uscirne rafforzati; non a caso, sempre JPMorgan ha individuato diversi settori che potrebbero uscirne vincitori.

Difesa, energia e oro: i “vincitori” della guerra in Iran secondo JPMorgan

Per quanto riguarda l’impatto della guerra in Iran sui vari settori, tra i principali beneficiari secondo JPMorgan figurano i colossi della Difesa, sostenuti dalla necessità di rifornire munizioni e implementare sistemi anti-missile e droni. Positivo anche l’andamento delle aziende energetiche nordamericane, chiamate a compensare il calo dell’offerta dal Medio Oriente, e del settore della cybersecurity, fondamentale per la protezione delle infrastrutture critiche. A trarne vantaggio sono anche i metalli preziosi, considerati beni rifugio, e i noli delle petroliere, in aumento grazie alla tensione sui trasporti energetici.

Sul fronte opposto, i marchi globali e i beni di consumo discrezionali risentono delle attese di inflazione e dei rischi legati alle catene di approvvigionamento asiatiche. Particolarmente colpito il settore dei trasporti, con compagnie aeree e crociere che affrontano costi del carburante in forte aumento e sospensioni delle rotte regionali.

Infine, le agenzie di viaggio online risultano vulnerabili, a causa del calo delle prenotazioni e della riduzione della domanda di viaggi discrezionali, rendendole tra i comparti più esposti alla crisi.

Portafogli resilienti durante la Guerra in Iran: i consigli per i possessori di certificati

In conclusione all’analisi sulla guerra in Iran, JPMorgan consiglia agli investitori di mantenere alta la prudenza. Pur confermando prospettive positive per l’anno, la banca sottolinea come gli eventi attuali evidenzino la frammentazione dell’ordine globale. Proprio per questo, “ora più che mai, i portafogli dovrebbero essere costruiti per resistere agli shock, privilegiando oro, strumenti alternativi e esposizione a settori considerati strategici dai governi”, sottolinea la banca.

Infatti, “migliorare selettivamente la resilienza del portafoglio, tramite asset come l’oro, alternative come gli hedge fund, strategie attente alla volatilità come le note strutturate o investendo insieme a settori strategicamente importanti, può aiutare a gestire l’incertezza a breve termine“.

Il consiglio si estende anche ai possessori di certificati, che, oltre a questi asset, potrebbero beneficiare di una maggiore esposizione ai settori sopraindicati, contribuendo a mitigare l’incertezza del momento. Gli strumenti collegati a indici o asset sottostanti sensibili alla volatilità dei mercati possono infatti risentire delle oscillazioni legate alla guerra in Iran, con possibili ribassi temporanei. Integrando i certificati con esposizione ai settori difensivi, energetici o strategici indicati da JPMorgan, oppure a beni rifugio come l’oro, si potrebbe ridurre il rischio complessivo e sfruttare eventuali rialzi settoriali.

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