Titoli di Stato, rendimenti in rialzo tra mercato volatile e BCE-FED attendiste

Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, i mercati energetici hanno reagito con forza, con futures e indici tornati ai livelli di anni fa. Ne sono esempi il Brent, salito di oltre il 20% nelle ultime sedute, e il TTF, quasi raddoppiato da lunedì, pur ridimensionandosi nelle ultime ore.

E con l’aumento dei prezzi delle materie prime, si riaccendono infatti le preoccupazioni sull’inflazione nell’Eurozona. Tra i primi a essere colpiti da questi nuovi timori sono i titoli di Stato: i rendimenti sono tornati a salire, con gli investitori che temono una possibile svolta più restrittiva della BCE se il conflitto dovesse alimentare una nuova fiammata dei prezzi, come accaduto nel 2022.

Anche negli Stati Uniti il quadro si complica: la Federal Reserve, pur senza dover necessariamente rialzare i tassi, difficilmente procederà con nuovi tagli nei prossimi mesi se l’inflazione non scenderà.

L’inflazione torna a preoccupare l’Eurozona: rendimenti Titoli di Stato in rialzo

L’esperienza insegna che i conflitti hanno un impatto diretto sull’inflazione, soprattutto quando colpiscono il cuore delle forniture energetiche. È accaduto nel 2022, all’inizio della guerra tra Russia e Ucraina: l’impennata di gas e petrolio spinse l’inflazione dell’Eurozona dal 5,8% di febbraio 2022 al 9,2% di dicembre 2022. In Italia la dinamica fu ancora più accentuata, con un passaggio dal 5,7% all’11,6% nello stesso arco temporale.

Un precedente che resta impresso nelle valutazioni delle banche centrali. Il capo economista della BCE, Philip Lane, ha ricordato al Financial Times che un conflitto capace di provocare una “diminuzione persistente delle forniture energetiche” determinerebbe “un aumento sostanziale dell’inflazione legata all’energia e un forte calo del prodotto”. È quanto avvenne con il gas russo in Europa; ed è lo scenario che oggi viene evocato in relazione alle tensioni sul GPL e ai rischi per il traffico nello Stretto di Hormuz.

Le preoccupazioni odierne si inseriscono in questo contesto. A dicembre la banca centrale aveva simulato che un aumento del 14% di gas e petrolio avrebbe comportato +0,5 punti percentuali di inflazione e -0,1% di PIL nell’anno in corso. Oggi, però, il gas TTF segna un rialzo di circa il 60% nelle ultime sedute, mentre il Brent è avanzato di circa il 20%.

Non sorprende, quindi, che tra gli operatori torni a farsi strada il timore di una nuova stretta monetaria, con tanto di rialzo dei tassi BCE, dopo mesi di stallo sui 2,15 punti percentuali. A tal riguardo, i rendimenti dei titoli di Stato hanno già reagito: il decennale italiano è salito dal 3,27% di venerdì al 3,45% di oggi, il Bund tedesco dal 2,64% al 2,78%, mentre l’OAT francese è passato dal 3,21% al 3,37%.

Tassi BCE, da Francoforte una svolta? Occhi sulla riunione di marzo

Un rialzo dei tassi, almeno nell’immediato, potrebbe però essere una conclusione affrettata. Lo stesso capo economista della BCE, Philip Lane, ha precisato che “l’entità dell’impatto e le implicazioni per l’inflazione a medio termine dipendono dall’ampiezza e dalla durata del conflitto“. In altre parole, molto dipenderà dalla persistenza dello shock energetico. Da Francoforte fanno sapere che monitoreranno “con grande attenzione la situazione globale” per valutarne le ricadute sull’economia dell’Eurozona.

La linea resta dunque quella indicata dalla presidente Christine Lagarde: decisioni prese “riunione per riunione”, senza automatismi. Prima di modificare l’orientamento della politica monetaria, il Consiglio direttivo vuole infatti capire se l’attuale rialzo dei prezzi energetici sia destinato a rientrare oppure a consolidarsi nel tempo. Un approccio condiviso anche dal governatore della Banque de France François Villeroy de Galhau e dal numero uno della banca centrale greca Yannis Stournaras, entrambi favorevoli a evitare reazioni premature.

Le nuove proiezioni macroeconomiche su inflazione e crescita saranno presentate nella riunione del 19 marzo. Resta però un’incognita cruciale: quali ipotesi verranno incorporate sui prezzi dell’energia, dato che la BCE non comunica in anticipo la data di chiusura delle stime. Se appare improbabile, allo stato attuale, un ritorno a strette monetarie, altrettanto difficile sembra l’ipotesi di nuovi tagli. I mercati hanno ulteriormente ridimensionato le già esigue probabilità di un allentamento nel 2026 e scontano non solo uno status quo nella riunione di marzo, ma anche una politica monetaria invariata per l’intero anno.

Titoli di Stato USA al rialzo: FED attendista sui dati inflazione

Anche i titoli di Stato americani risentono della tensione globale. Martedì i rendimenti dei Treasury hanno registrato un nuovo rialzo: il decennale USA ha chiuso a 4,06%, dopo aver toccato in intraday il 4,1%. Il motivo di questa impennata dei titoli di Stato è dovuto alle aspettative di inflazione più elevate legate alla guerra in Medio Oriente: i mercati temono che la Federal Reserve possa mantenere i tassi a livelli alti per contenere la pressione sui prezzi.

In una recente nota i ricercatori della Deutsche Bank hanno sottolineato che “più a lungo i prezzi di petrolio e gas naturale restano elevati, maggiore è il rischio di un impatto significativo sull’inflazione, che potrebbe tradursi in tassi più alti“. Tuttavia, i rendimenti hanno registrato un calo dopo i commenti di Trump sulle scorte di petrolio statunitensi nello Stretto di Hormuz.

Inoltre è abbastanza improbabile che la FED si muova subito con nuovi rialzi (ma nemmeno con nuovi tagli). Il presidente della Fed di New York, John Williams, intervenendo all’America’s Credit Unions di Washington, ha risposto in modo netto alla domanda sull’impatto dell’aumento del petrolio sull’inflazione: “È troppo presto per determinare come la guerra con l’Iran influenzerà inflazione e crescita negli Stati Uniti“, ha precisato, ricordando però che “l’economia americana è meno dipendente dal petrolio importato rispetto al passato e ha dimostrato resilienza agli shock dei prezzi energetici“.

Alla stregua della BCE, anche la FED intende osservare la persistenza degli aumenti dei prezzi nel breve periodo prima di qualsiasi decisione. “Nessuno può prevedere con certezza la durata o le implicazioni complessive“, ha aggiunto, sottolineando come l’aumento dell’incertezza possa influenzare le aspettative di inflazione nel breve termine.

Titoli di Stato in rialzo e BCE-FED attendiste: cosa cambia per i possessori di certificati

La recente impennata dei rendimenti, unita all’atteggiamento prudente di BCE e FED, rappresenta un contesto complesso per investitori e possessori di certificati legati ai Titoli di Stato. In primis, il rialzo di Titoli di Stato quali BTP, Bund e Treasury bond potrebbe aumentare la pressione sui certificati legati a obbligazioni o indici di rendimento fisso, riducendone il valore di mercato soprattutto per quelli a scadenza più lunga o con protezione parziale del capitale ancorata ai bond.

Inoltre, l’approccio “riunione per riunione” della BCE e la strategia prudente della FED suggeriscono che l’attuale fase di volatilità potrebbe protrarsi. Ciò significa che i possessori di certificati devono considerare sia il rischio di un prolungato stop al taglio dei tassi, sia l’eventuale aumento dell’incertezza sui mercati che può amplificare le oscillazioni dei certificati più sensibili.

In sintesi, l’insieme di mercati energetici turbolenti e decisioni monetarie attendiste rende fondamentale per gli investitori in certificati monitorare attentamente sottostanti, scadenze e meccanismi di protezione, per gestire i rischi e cogliere eventuali opportunità derivanti dalla volatilità.

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