Bond e rendimenti obbligazionari, Dimon lancia l’allarme sui tassi d’interesse

Torna l’attenzione sui rendimenti obbligazionari, finiti al centro delle più recenti preoccupazioni di Jamie Dimon, CEO di JPMorgan, secondo il quale i tassi d’interesse potrebbero spingersi ben oltre gli attuali livelli.

Dunque un vero e proprio segnale di allarme agli investitori di bond, tra l’altro in un momento in cui i rendimenti dei titoli di debito hanno già toccato i massimi degli ultimi anni.

A pesare sul quadro complessivo contribuiscono anche le dinamiche dei prezzi e le tensioni in Medio Oriente, fattori che potrebbero complicare le scelte di politica monetaria della Federal Reserve e riaccendere la prospettiva di nuovi rialzi dei tassi.

Dimon lancia l’allarme sui tassi: “Possono salire ancora”

Ai microfoni di Bloomberg Television, Jamie Dimon è stato netto: “I tassi potrebbero essere molto più alti di oggi“, aggiungendo che l’economia globale potrebbe essere passata “da un eccesso di risparmio globale a una situazione di risparmi insufficienti“.

Le dichiarazioni del CEO di JPMorgan arrivano in una fase in cui i titoli obbligazionari a lunga scadenza restano sotto pressione, tra rialzo dei prezzi del petrolio e banche centrali verso politiche monetarie più restrittive. Il rendimento del Treasury a 30 anni ha superato nei giorni scorsi il 5,18%, toccando i livelli più alti degli ultimi 19 anni.

A complicare ulteriormente il quadro contribuiscono le preoccupazioni legate alla spesa pubblica in economie chiave come Giappone, Regno Unito e Stati Uniti, insieme al boom dell’intelligenza artificiale che continua a sostenere la crescita della principale economia mondiale.

Un insieme di fattori che sta portando gli investitori a pretendere rendimenti sempre più elevati per detenere debito a lunga scadenza. “I rendimenti obbligazionari possono salire“, ha ribadito Dimon. “L’idea che non possano più aumentare è sbagliata. Aziende come la nostra si preparano sia a scenari di tassi più alti sia più bassi“.

Problemi anche dal debito USA e dal credito secondo Dimon

A ciò si aggiunge la problematica del debito pubblico, ormai a 30mila miliardi e con tasso medio del 3,5%. “Già oggi è impossibile rifinanziarlo a costi inferiori”, ha spiegato Dimon, ricordando che “quest’anno gli Stati Uniti devono rifinanziare altri 2.000 miliardi di dollari“.

Il punto critico, ha aggiunto, è l’incertezza su quando i mercati inizieranno a percepire realmente la fragilità di questa dinamica, “o quando l’inflazione porterà gli investitori a non voler più detenere titoli a lunga scadenza“.

Richiamando anche le sue precedenti considerazioni, Dimon ha esteso le preoccupazioni all’intero mercato del credito. I tassi possono facilmente salire ancora e anche gli spread possono allargarsi ulteriormente. A un certo punto molte persone dovranno rifinanziare il proprio debito a tassi più elevati“, ha sottolineato Dimon.

Bond sotto pressione e FED in bilico: lo scenario cambia ancora

Con il conflitto in Medio Oriente ancora lontano da una soluzione e senza segnali di discesa rapida della tensione, i mercati stanno ricalibrando le proprie aspettative sulla Federal Reserve. I trader ora attribuiscono una probabilità del 70% a un rialzo dei tassi di 25 punti base entro dicembre, mentre un ulteriore incremento della stessa entità entro marzo viene considerato quasi scontato.

Uno scenario profondamente diverso rispetto a quello precedente alla guerra con l’Iran, quando gli investitori scommettevano su oltre due tagli dei tassi da 25 punti base entro fine anno.

Anche Nomura fino a poco tempo fa prevedeva due tagli da 25 punti base a settembre e dicembre. In una nota del 21 maggio, la banca giapponese ha evidenziato come le pressioni inflazionistiche legate al conflitto in Iran e la crescente scarsità globale di chip di memoria stiano già incidendo sui prezzi al consumo. Ciononostante, anche se una forte crescita, un’inflazione elevata e condizioni finanziarie facili potrebbero alla fine giustificare tassi più elevati, Nomura non prevede aumenti nel breve termine.

Da tagli a rialzi: la svolta delle aspettative sulla Federal Reserve

Già all’interno del comitato il tema dei rialzi sta tornando concretamente sul tavolo. Secondo i verbali pubblicati mercoledì, la maggioranza dei funzionari della Federal Reserve ha ritenuto, nell’ultima riunione, che ulteriori aumenti dei tassi potrebbero rendersi necessari nel caso in cui la guerra in Iran continuasse ad alimentare pressioni inflazionistiche.

Il quadro inflattivo, che fino al 2025 e all’inizio dell’anno sembrava essersi progressivamente avvicinato all’obiettivo del 2% fissato dalla FED, ha subito una nuova inversione di tendenza. Il conflitto ha infatti modificato le dinamiche dei prezzi, con l’impennata dell’energia che ha spinto gran parte delle misure dell’inflazione oltre la soglia del 3%.

Sebbene in genere le autorità monetarie tendano a considerare temporanei gli shock dal lato dell’offerta, come quello legato al petrolio, il contesto appare più complesso. Anche l’inflazione di fondo, che esclude le componenti più volatili come energia e alimentari, risulta in aumento. A tal riguardo, Goldman Sachs stima che la principale misura di riferimento della FED sull’inflazione possa attestarsi al 3,3% su base annua ad aprile, dato che sarà pubblicato la prossima settimana.

Bond tra tassi e allarmismo di Dimon: i consigli per i possessori di certificati

Tralasciando l’allarme di Dimon, per investitori e possessori di certificati il focus è nei tassi di interesse. L’eventuale persistenza di tassi elevati o addirittura nuovi rialzi potrebbe mantenere alta la volatilità sui sottostanti e comprimere i prezzi dei sottostanti obbligazionari e azionari più sensibili al costo del denaro, con effetti diretti sulla probabilità di barriera e sulla durata dei prodotti.

Per questo diventa cruciale privilegiare strutture con barriere difensive più ampie, sottostanti solidi e un rendimento coerente con il rischio assunto, evitando l’eccessiva concentrazione su payoff aggressivi legati a scenari di mercato troppo ottimistici.

Per chi è già investito, più che reagire in modo impulsivo, ha senso valutare la qualità dei sottostanti e la distanza dalle barriere, monitorando attentamente eventuali segnali di deterioramento macro, perché una fase di tassi “più alti più a lungo” può tradursi in drawdown più profondi e persistenti prima di un eventuale recupero.

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