L’economia degli Stati Uniti continua a mostrare una notevole resistenza di fronte alle complessità del quadro macroeconomico attuale, e archivia un terzo trimestre in rialzo per il PIL USA.
A trainare questa dinamica sono stati principalmente i corposi investimenti destinati all’intelligenza artificiale e la tenuta della spesa delle famiglie, nonostante il persistere delle pressioni inflazionistiche.
PIL USA in forte accelerazione al 3,4%
Come stimato dal Bureau of Economic Analysis nel suo ultimo bollettino, il prodotto interno lordo ha fatto registrare un tasso di crescita annualizzato del 3,4% nel corso del terzo trimestre 2026. Un’accelerazione evidente rispetto al 2,2% rilevato in primavera, che costituisce la performance più rapida degli ultimi dodici mesi e supera le previsioni del 3,2% formulate dagli analisti interpellati da Bloomberg.
Alla base di questa spinta vi è, da un lato, l’imponente impegno finanziario profuso dalle imprese d’oltreoceano nello sviluppo delle infrastrutture connesse al boom dell’intelligenza artificiale e, dall’altro, la propensione alla spesa dei consumatori, sebbene il contesto geopolitico internazionale continui ad alimentare spinte rialziste sui prezzi.
Per quando riguarda gli investimenti sull’IA, quelli fissi privati hanno registrato un balzo del 9,4%, segnando il progresso più consistente dai tempi della ripresa post-pandemica del 2020, con i colossi tecnologici impegnati in una corsa serrata per la realizzazione di nuovi data center e l’approvvigionamento di apparecchiature avanzate. Tra l’altro, gli investimenti in attrezzature sono cresciuti a un tasso annuo del 20,9% nel terzo trimestre e gli investimenti aziendali complessivi sono cresciuti del 12,7%, rappresentando più della metà del PIL USA.
Nel caso della spesa delle famiglie, essa è avanzata al ritmo del 3,8%, confermando la medesima velocità del trimestre precedente malgrado l’erosione provocata dall’inflazione e il progressivo esaurimento degli effetti legati ai rimborsi fiscali. L’euforia degli investitori per il comparto tecnologico e l’intelligenza artificiale ha inoltre garantito un robusto sostegno alle quotazioni azionarie, fattore che si è riflesso positivamente sulla capacità di spesa dei nuclei familiari a più alto reddito.
Il boom dei dati e il dilemma della Federal Reserve
Il rapporto preliminare pubblicato giovedì sul PIL USA conferma che l’economia globale di riferimento gode di una salute solida, in cui l’attività di spesa non accenna a frenare nonostante il malcontento popolare verso il carovita. Queste rilevazioni si inseriscono in un momento politicamente delicato, giungendo a pochi giorni di distanza dalle elezioni di medio termine negli Stati Uniti, chiamate a decidere i nuovi equilibri di potere all’interno del Congresso.
Come osservato da Diane Swonk, capo economista di KPMG US, la resilienza del sistema economico è indubbia, ma non trova riscontro nell’esperienza quotidiana di molti cittadini. “Il bruciore dell’inflazione è reale, cumulativo e il livello dei prezzi è ancora troppo alto per troppi”.
Ciò potrebbe rappresentare un problema per i vertici della Federal Reserve, impegnati nel difficile compito di riportare l’inflazione verso il target programmatico del 2% annuo, traguardo che si protrae ormai oltre le attese iniziali.
Nonostante un’inflazione ormai a 3,7%, nel corso dell’ultima riunione, i banchieri centrali hanno optato per il mantenimento dei tassi di interesse inalterati per il secondo appuntamento consecutivo, adottando una linea di cautela che diversi economisti giudicano rischiosa, paventando il pericolo di un radicamento strutturale delle pressioni sui prezzi.
Sui mercati finanziari, la reazione immediata alla diffusione dei dati sul PIL USA si è mantenuta inizialmente prudente, per poi intensificarsi con il trascorrere delle ore. Il rendimento del titolo di Stato biennale ha registrato una flessione di nove punti base, collocandosi al 4,65%, mentre l’indice ponderato del dollaro statunitense ha ceduto lo 0,2%.
PIL USA in rialzo: un bene per i possessori di certificati?
Non un pessimo scenario per investitori e possessori di certificati; ma nemmeno uno dei migliori.
Da un lato, il forte traino dei titoli tech e la tenuta dei mercati azionari riducono il rischio di attivazione delle barriere protettive sui certificati legati a grandi aziende tecnologiche o indici americani, il che offre buone probabilità di incassare le cedole previste se i sottostanti rimangono sopra i livelli di guardia.
Dall’altro, la persistenza dell’inflazione e la cautela della Federal Reserve mantengono i rendimenti obbligazionari su livelli interessanti, il che renderebbe quelli già in possesso meno convenienti rispetto a quelli che potrebbero essere emessi dagli emittenti, magari con barriere più profonde o rendimenti condizionati più calibrati.
A prescindere, meglio evitare decisioni affrettate, e limitarsi per il momento a verificare ad esempio la distanza delle barriere rispetto ai prezzi attuali dei sottostanti, soprattutto se esposti a settori diversi da quello tecnologico che potrebbero soffrire la concorrenza dei costi elevati.







